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Rifiuti e economia circolare: il riciclo dei rifiuti è ancora un miraggio

Rifiuti e economia circolare: il riciclo dei rifiuti è ancora un miraggio

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Lo smaltimento dei rifiuti polimerici è ancora un problema, lo confermano i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). Nel 2020, solo la nostra Penisola ha generato 3,7 milioni di tonnellate di rifiuti plastici di cui poco più di 1 milione e mezzo è stato differenziato. E di questo, appena 620mila tonnellate sono state avviate a riciclo. Nonostante qualche progresso, quindi, siamo ancora molto lontani dal poter parlare di economia circolare per la plastica. Intanto, però, l’inquinamento da quest’ultima generato primeggia e causa danni in ogni comparto terrestre.

Differenziare non significa riciclare

In tanti ancora ritengono che limitare l’uso di plastica usa e getta non sia poi così necessario fintanto che i materiali, una volta utilizzati, vengono differenziati. Le cose però non stanno esattamente così. Conferire dei rifiuti plastici nell’apposito contenitore, infatti, non garantisce che questi vengano avviati a seconda vita. Perché mai? La plastica è un materiale estremamente eterogeneo e riciclarlo – attraverso il più diffuso riciclo meccanico – significa poter discriminare ogni sua componente, cosa che pochissimi impianti sono in grado di fare. A seconda delle esigenze del consumatore, ogni polimero presenta delle caratteristiche proprie che si traducono in riciclabilità differenti. Basti pensare che gli unici prodotti plastici pienamente riciclabili – ha dichiarato Andrea Lanz, responsabile dell’Area tematica Contabilità dei rifiuti di Ispra – «sono le bottiglie in Pet, il polietilene utilizzato per flaconi di detersivi e prodotti per l’igiene, e il polipropilene, quello dei vasetti dello yogurt e delle vaschette trasparenti per alimenti». Come se non bastasse poi, molti materiali non contengono solo plastica, il che complica ulteriormente le cose. In definitiva, così, almeno il 40% del differenziato non va a riciclo. Una frazione consistente che prende il nome di Plasmix, un insieme di componenti estranee, i non-imballaggi raccolti per errore e le plastiche miste eterogenee.

Non tutto il riciclabile viene riciclato

A questo punto si potrebbe pensare che quantomeno il restante 60% di plastica differenziata, quella effettivamente riciclabile, venga trasformata in nuovi polimeri. Purtroppo, anche qui, la realtà è un po’ più complessa. I rifiuti avviati a riuso, infatti, devono passare più di una selezione, altrimenti, il riciclo non è garantito. Per una plastica di seconda mano di qualità, ad esempio, non è possibile mischiare polimeri diversi tra loro, quindi è necessaria un’accurata, e spesso complicata, separazione degli imballaggi. Dopodiché molti materiali vengono scartati, magari perché costituiti da sostanze chimiche incompatibili con il riciclo o perché contaminati da rifiuti organici. Nonostante più di un lavaggio industriale, infatti, spesso le incrostazioni della frazione umida impediscono ancora che un rifiuto plastico possa essere effettivamente riutilizzato. Infine c’è l’aspetto economico. Perché riciclare, a qualcuno deve pur convenire, altrimenti, come per tutto, trovare chi è disposto a farlo è letteralmente impossibile. Sono i cosiddetti trasformatori che, una volta acquistato il prodotto separato e selezionato, si occupano del riciclo propriamente detto. Ma non sempre è economicamente conveniente farlo: durante i primi mesi di pandemia, ad esempio, il petrolio ha raggiunto prezzi così bassi che molti hanno optato per la plastica vergine. Così, nel complesso, della frazione plastica avviata a riciclo – come sottolinea un rapporto di Plastics Recyclers Europe – almeno il 30% viene scartato o rifiutato. Al livello europeo, comunque, qualche dato incoraggiante va segnalato. Nell’Ue, sebbene nel 2020 ancora il 65% dei rifiuti plastici post-consumo sia stato inviato in discarica o incenerito, la quantità di plastica inviata agli impianti di riciclaggio è aumentata dell’8% rispetto al 2018. Il tasso di riciclaggio europeo della plastica si attesta così al 46%. Dal 2018 al 2020, inoltre – evidenzia l’ultimo rapporto di Plastic Europe – la quantità di plastica riciclata utilizzata nei prodotti di imballaggio è aumentata del 43%.

Le multinazionali non fanno la loro

Entro il 2030, secondo quanto stabilito dall’Unione europea, tutti gli imballaggi plastici immessi sul mercato dovranno essere riciclabili in modo efficace in termini di costi e almeno il 50% dovrà essere effettivamente avviato a seconda vita. Per raggiungere obiettivi così ambiziosi, è vero, ognuno dovrebbe fare la sua parte: se ogni cittadino differenziasse nel modo corretto, molti ostacoli del processo di riciclo sarebbero senza dubbio più facilmente superabili. Tuttavia, da quelle produttrici a quelle fornitrici, il grosso della differenza potrebbero farlo le multinazionali. Secondo i dati forniti da 130 aziende ed elaborati dalla Ellen MacArthur Foundation – tra cui quelli di Coca Cola, PepsiCo, Nestlé, Danone, Unilever e Ferrero – l’impiego di plastica vergine, nel 2019 e nel 2020, è calato solo dello 0,6% e dell’1,2% rispettivamente. Tra l’altro, queste misere percentuali sono state possibili esclusivamente grazie all’aumento del contenuto di polimero riciclato all’interno del prodotto finito. Mentre dell’eliminazione del monouso se ne parla appena. Solo il 24% delle aziende analizzate ha presentato – ovvero, ha l’intenzione di attuare – un piano che preveda l’eliminazione diretta o il passaggio a modelli di riutilizzo. La strada da fare, insomma, è ancora lunga. E, tra l’altro, piena di insidie: a mettere i bastoni tra le ruote alla circolarità della plastica ci sono le compagnie fossili, i cui idrocarburi puntano ancora a dare forma a molta plastica. Consultando documenti d’archivio ed effettuando diverse interviste, un’inchiesta di NPR sostiene che le grandi compagnie del petrolio abbiano finanziato, negli ultimi decenni, tutte le principali campagne per il riciclo della plastica. Il motivo? Se la popolazione pensa che il riciclo funzioni e che vada per la maggiore, smetterà di preoccuparsi per l’impatto ambientale della plastica e continuerà ad utilizzarla. “In fondo basta differenziare, no?” No.

Fonte: Indipendente.online

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