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La geoeconomia del nickel: la risorsa più instabile

La geoeconomia del nickel: la risorsa più instabile

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Nell’era della crisi energetica accelerata dalla guerra in Ucraina i prezzi delle materie prime sono soggetti a grandissima volatilità. Dal gas naturale al petrolio, dal grano all’alluminio, tutto costa di più in maniera esorbitante e questo manda in tilt filiere industriali, catene del valore, programmi di imprese e governi. E tra tutte le risorse ce n’è una che è impennata più di tutte: il nickel.

Nella giornata del 16 marzo è ripreso il trading dopo otto giorni al London Metal Exchange sui futures riguardanti questo materiale strategico, i cui prezzi erano esplosi tra il primo e l’8 marzo. Da 22.029 dollari la tonnellata il nickel è arrivato a costare 47.160, una crescita del 114,08% dovuta principalmente al fatto che le sanzioni contro Mosca hanno messo a repentaglio le forniture, il 10% delle quali erano garantite al mercato globale proprio dalla Russia.

Mosca è il terzo produttore mondiale di nickel dopo le Filippine e l’Indonesia. Milano Finanza ricorda che poco prima della guerra l’Indonesia ha aperto alla possibile decisione ”di mettere al bando le esportazioni del metallo per incentivarne l’utilizzo nella produzione domestica”. Questo ha creato le condizioni per la tempesta perfetta.

E tutto questo avviene in un contesto che aveva visto i prezzi alla tonnellata raddoppiare da inizio pandemia in avanti, quando la ripresa della domanda nelle industrie interessate dal mercato del nickel hanno iniziato a trainare la domanda. Molto strategica quella delle batterie per i veicoli elettrici, ma come sottolineato da StartMag l’uso principale di questa risorsa è legata “all’acciaio inossidabile, detto anche inox”, settore in cui è “utilizzato nella preparazione delle leghe: circa il 65% del nichel consumato nel mondo occidentale è usato per fare acciaio inossidabile, la cui composizione può variare ma è ferro con 18% cromo e 8% nichel”. La risorsa non è scarsa e ai ritmi di estrazione attuale (50mila tonnellate l’anno) si stima possa bastare per 150 anni, ma il problema è la scarsità delle riserve, che sono ai minimi dal 2019.

Per il Financial Times, la problematica impennata dei prezzi del nickel segnala in primo luogo quali siano i metalli che il mercato vuole, e nel contesto attuale il nickel si conferma essere uno dei più richiesti, a cavallo tra più campi: industria tradizionale e transizione energetica, nuovi settori e campi di frontiera, mercati avanzati e mercati emergenti. L’ondata di protezionismo che potrebbe esplodere ora, unitamente alla domanda di un’industria manifatturiera mondiale in rilancio, ha segnalato le tensioni che ora possono scaricarsi su molti attori economici. E in quest’ottica è decisamente da sottolineare il fatto che a condizionare il mercato mondiale, come successo per altre risorse (dal gas al carbone, dall’alluminio al cobalto), sia stata la fame di importazioni e la programmazione strategica di un attore chiave: la Cina.

Cina pigliatutto

Nel 2021 la Cina ha raddoppiato le importazioni di nichel raffinato toccando quota 261.000 tonnellate e intensificato gli acquisti di una gamma sempre più ampia di nichel grezzo. Il rafforzamento della domanda proviene per una buona parte dal settore dei veicoli elettrici e lo si capisce – ha sottolineato Reuters – dalla rapida crescita dell’import di solfato di nichel, un precursore chimico per la produzione di batterie passato dalle 5.600 tonnellate del 2020 alle 44.700 dello scorso anno. Incrociando l’utilità del “rame del diavolo” con il recente aumento del suo prezzo, si capisce il motivo per il quale Pechino ha passato gli ultimi anni ad intensificare i rapporti diplomatici con Paesi ricchi di questo e altri elementi chimici. La Cina è diventata il principale motore dei prezzi mondiali dei minerali grazie alle assidue importazioni provenienti dall’Africa.

Va da sé che il gigante asiatico non è in grado di soddisfare, da solo, l’enorme domanda annuale dei vari rame, zinco, nichel e una serie di altre materie prime. Di conseguenza, le autorità cinesi importano ogni anno metalli di base per un valore di centinaia di miliardi di dollari. Nel 2003, la Cina ha superato gli Stati Uniti per diventare il più grande consumatore di rame del mondo e l’anno successivo ne ha consumato il 46% in più rispetto agli Usa. Nel 2006, il Dragone ha invece annunciato la creazione di una riserva minerale strategica per accumulare uranio, rame, alluminio, minerale di ferro e altri minerali. Insomma, le riserve sono fondamentali per fornire alla Cina una riserva tale da permetterle di adattarsi alle fluttuazioni del mercato, gestire le emergenze e garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di risorse considerate strategiche.

Il monito dello Tsingshan Holding Group

La Russia è il terzo fornitore di nichel al mondo e copre circa i due terzi della produzione mondiale. Le preoccupazioni per le sanzioni sulle esportazioni russe dell’elemento potrebbero accendere i riflettori sui Paesi produttori di nichel situati in Africa. Gli stessi, tuttavia, da tempo opzionati dalla Cina. Come ha evidenziato Quartz, alcuni dei maggiori produttori di nichel nel continente nero includono Zambia, Zimbabwe, Madagascar, Sud Africa e Costa d’Avorio. A proposito di Zimbabwe, attenzione a quanto sta accadendo alla cinese Tsingshan Holding Group, una delle società più esposte alla crisi che vanta un enorme investimento proprio in questo Stato.

Stiamo parlando del più grande produttore mondiale di nichel, che deve affrontare 8 miliardi di dollari di perdite commerciali dovute agli ultimi scossoni internazionali ucraini che hanno, di fatto, ribaltato il mercato di questo elemento. Ricordiamo che Tsingshan sta costruendo la più grande miniera di minerale di ferro e acciaieria dell’Africa nello Zimbabwe, un progetto che dovrebbe diventare il più grande datore di lavoro del Paese. Abbiamo usato il condizionale, perché le enormi perdite -il Wall Street Journal parla di una perdita commerciale di 8 miliardi di dollari – potrebbero mettere a rischio questo investimento.

E pensare che la società privata Tsingshan (che significa “Montagna verde”), con stabilimenti di produzione in Indonesia, India e Zimbabwe, e fondata nel 1988, negli anni passati aveva agitato il mercato del nickel dopo aver prodotto un’ondata di materiale a basso costo noto come ghisa di nichel. Più recentemente, Tsingshan era entrata nel settore dei veicoli elettrici, fornendo grandi volumi di nichel opaco ai produttori di batterie per veicoli elettrici in Cina e altrove. Solo un anno fa, l’azienda aveva registrato un fatturato di 19 miliardi di dollari.

Dunque, anche Pechino è soggetta alle fluttuazioni globali della domanda. Come sistema, appare resiliente e capace di resistere agli shock, ma diversi suoi attori possono patire sofferenze economiche non indifferenti. Segno che di fronte a una destrutturazione delle materie prime come quella in corso nessun attore può dirsi pienamente al sicuro. Un’altra conseguenza dell’acuta trasformazione dei mercati chiave per il futuro dell’economia globale oggi in corso.

Fonte: Insiderover.it

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