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La retina artificiale liquida funziona anche negli stadi avanzati di retinite pigmentosa

Buoni risultati su modelli sperimentali che aprono all’applicazione sull’uomo: la corteccia si è riattivata, ha riacquisito acuità e sono tornate a formarsi memorie visive. La ricerca, tutta italiana, pubblicata su Nature

La retina artificiale liquida funziona anche negli stadi avanzati di retinite pigmentosa

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L’efficacia della retina artificiale liquida presentata nel 2020 dall’Istituto Italiano di Tecnologia, Ospedale Policlinico San Martino (Genova) e IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona) è adesso dimostrata anche negli stadi più avanzati e irreversibili della retinite pigmentosa. Il buon esito della sperimentazione, appena pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications dai team di ricerca degli istituti, rappresenta un ulteriore avvicinamento alla fattibilità di futuri studi clinici sull’uomo.

Come funziona

La protesi artificiale liquida di retina è biocompatibile, ad alta risoluzione ed è costituita da una componente acquosa in cui sono sospese nanoparticelle polimeriche fotoattive realizzate ad hoc delle dimensioni di circa 1/100 del diametro di un capello, che prendono il posto dei fotorecettori danneggiati. La procedura chirurgica per l’iniezione sottoretinica delle nanoparticelle fotoattive è minimamente invasiva e potenzialmente replicabile nel tempo.

Per la ricerca sulla retinite pigmentosa i test di tipo preclinico sono stati condotti su modelli sperimentali riportanti pari condizioni dell’essere umano nelle fasi più avanzate della malattia: non solo con retina completamente priva di fotorecettori, ma anche con alterazioni profonde dei circuiti nervosi retinici che, pur risparmiati dalla degenerazione, non ricevono più alcun segnale. In questi modelli la corteccia visiva era inizialmente completamente «silente», ma in seguito all’iniezione delle nanoparticelle polimeriche fotoattive si sono registrati nuovi segnali fisiologici: la corteccia visiva si è riattivata, ha riacquisito acuità e sono tornate a formarsi memorie visive. Questi risultati dimostrano che l’approccio basato sulla retina artificiale biocompatibile ad alta risoluzione è vincente e «getta solide basi per i passaggi successivi» mirati a condurre i primi test sugli esseri umani, stimati intorno al 2025-2026.

Risultati e potenzialità

I pazienti affetti da retinite pigmentosa sono 5,5 milioni nel mondo. «Il nostro recente studio – afferma Simona Francia, ricercatrice IIT e prima autrice del lavoro — è un’ulteriore importante tappa verso la terapia di patologie come la retinite pigmentosa e la degenerazione maculare legata all’età. Non solo queste nanoparticelle si distribuiscono ad ampie aree retiniche permettendo di guadagnare un ampio campo visivo, ma in virtù delle loro piccole dimensioni sono in grado di assicurare un recupero dell’acuità visiva». «Le nanoparticelle polimeriche – aggiunge Guglielmo Lanzani, Direttore del centro IIT di Milano – 250 volte più piccole dello spessore di un capello, agiscono come microcelle fotovoltaiche, convertendo la luce in un segnale elettrico e non determinano nessuna reazione negativa. L’avere ridotto la protesi retinica a una sospensione di nanoparticelle riduce l’intervento di impianto della protesi a una semplice iniezione molto meno invasiva». «Avere dimostrato – afferma la dottoressa Grazia Pertile, direttrice della Clinica Oculistica dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria – che le nanoparticelle fotovoltaiche rimangono efficaci in stadi di avanzata degenerazione della retina apre la porta all’applicazione di questa strategia alle patologie umane».

Fonte: Il Corriere della Sera

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