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VITTORIA NATO A VILNIUS: CUI PRODEST?

VITTORIA NATO A VILNIUS: CUI PRODEST?

L’ intervista su Repubblica del Generale di Corpo d’ Armata della riserva Antonio Bettelli
PUNTO DI SITUAZIONE E DI “COSTITUZIONE”
ANTONIO BETTELLI È RESPONSABILE NAZIONALE DIPARTIMENTO POLITICHE NAZIONALI INTERNAZIONALI EUROPEE DIFESA E SICUREZZA DEI LIBERALDEMOCRATICI ITALIANI

Per Gentile Concessione del Nuovo Giornale Nazionale.it

La NATO da alleanza militare con finalità difensive si è gradualmente trasformata in un’organizzazione politica sovra-multinazionale in grado di regolare, con le sue attività, il rapporto tra gli Stati.

In settant’anni di storia, l’Alleanza Nord-Atlantica è riuscita nel suo progetto di persuasione politica più efficacemente di quanto abbiano saputo fare altri organismi sovranazionali, quali l’UE, nata a prevalente scopo politico-economico, o le Nazioni Unite, relegate alla dimensione socio-assistenziale terzomondista.

La NATO oggi è più credibile delle singole Nazioni che ne facciano parte, le quali stentano a trovare un ruolo autorevole nell’esercizio delle rispettive diplomazie. A ciò fanno eccezione alcune capitali in grado non solo di imporre la propria volontà unilateralmente, ma anche di dettare l’agenda all’Alleanza.

È affascinante constatare come un trattato di difesa collettiva il cui elaborato istitutivo è espresso mediante l’uso di pochissimi articoli, peraltro scritti con lessico di semplicità ‘disarmante’, sia in grado di condizionare le politiche delle singole nazioni che “di riffa o di raffa” abbiano deciso di farvi parte. La forza di quel trattato è incardinata tuttavia sul concetto esistenziale del sacrificio collettivo derivante dall’applicazione dell’assioma “tutti per uno uno per tutti”, cioè sul riconoscere che un attacco a danno di uno Stato membro equivale a un attacco contro tutti, facendo così scattare il meccanismo (non automatico) di difesa comunitaria del territorio dello Stato aggredito e dell’Alleanza nel suo insieme.

Fin qui tutto bene, in fondo le alleanze sono sempre state fatte così, ma va riconosciuto che il contenuto del trattato nord-atlantico ha oggi una forza preponderante rispetto a qualsiasi altra forma di alleanza tra Stati, anche su un piano storico, e che la decisione russa di aggredire l’Ucraina è più che mai servita ad alimentare lo spauracchio di una possibile aggressione all’Europa intera, fungendo quindi come catalizzatore amalgamante dell’Alleanza.

Così facendo, i piani militari nel frattempo elaborati nei vari comandi strategici e operativi della NATO, originatisi da un nuovo concetto difensivo dell’area euro-atlantica, si sono rivelati quanto mai calzanti ad affrontare politicamente la situazione contingente russo-ucraina e a riallineare i consensi all’interno dell’Alleanza, nel frattempo allentatisi per via dell’appeasement globale del trentennio 1990-2020.

Di fatto la NATO, come insieme, non ha mosso un solo passo verso il nemico, salvo rafforzare la difesa della nuova frontiera orientale, ma ha poderosamente consolidato le proprie dinamiche di conciliazione politica e di coordinamento interno, superando di slancio le numerose perplessità che animavano alcuni suoi Stati (ricordiamo l’affermazione di Macron circa il collasso cerebrale del Trattato).

Durante i trent’anni conseguenti al dissolvimento dell’equilibrio dei poteri tra blocco occidentale e sovietico, la NATO ha operato con doti di straordinario dinamismo geopolitico, estendendo il concetto cardine della difesa territoriale, doverosamente confinato agli spazi geografici degli Stati membri (poiché questo è il principio), all’esigenza di partecipare e di contribuire alla sicurezza internazionale in teatri di crisi posti ben al di fuori della propria area di responsabilità. La NATO ha quindi operato, e in parte ancora opera, nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq. Sappiamo con quali costi, con quali benefici e soprattutto con quali effetti.

Al di là dell’apparenza manifestata dall’impiego delle sue unità militari (tali da rimanere in ogni caso sotto autorità politica nazionale), la NATO ha iniziato a intessere una fitta trama di rapporti con Stati terzi collocati in aree di interesse e d’influenza esterne al territorio di competenza. Gli strumenti di questa sottile politica internazionale sono la partnership, l’assistenza nell’addestramento e nella pianificazione, la fornitura di modelli di standardizzazione dei processi a supporto delle attività militari nei campi della logistica, delle comunicazioni, della sanità ecc.

Un approccio ‘soft’, è vero, non trasgressivo e complementare del principio difensivo ‘hard’ insito nella difesa collettiva, più efficace, tuttavia, di qualsiasi dichiarazione di guerra. Nell’erodere le poche certezze residue di un sistema, quello sovietico, già fatalmente compromesso, la NATO ha stravinto con se stessa, oltre che sul nemico.

La stessa operazione è stata in qualche misura condotta anche sul fronte indo-cinese, e l’Operazione in Afghanistan, ben presto divergente dalle sue finalità originarie in chiave anti Al Qaida, è stata parte di questa costruzione difensiva estesa oltre i confini europei degli Stati membri. La Cina è ancora lì, e non è improbabile che il tema per la NATO sia solo rinviato, e poi vi è l’Artico con i suoi orizzonti divenuti più accessibili per via del fenomeno climatico e dello ‘scongelamento’ delle rotte marittime nei mari del nord.

Insomma la NATO non è cerebralmente morta ed è più che mai viva di una vitalità politica che ha solo marginalmente a che fare con il mero conteggio dei suoi assetti difensivi, peraltro ragguardevole se contabilizzato come sommatoria delle capacità nazionali.

C’è da aspettarsi che l’imminente summit di Vilnius, scelta geografica non certo ispirata da criteri militari, sia la proclamazione della vittoria, cui l’addomesticamento (apparente) del Sultano turco circa l’ingresso della Svezia nell’Alleanza, già preannunciato, funga da grande entrée. Mi domando con quale impegno (o pegno) occidentale Ankara abbia deciso di edulcorare le sue posizioni massimaliste a tutela del principio confessionale.

Certo è che l’ingresso svedese con l’avallo turco asserva le politiche e le strategie militari della NATO nord-europea – stringendo definitivamente la Russia e l’oblast di Kaliningrad in una tenaglia baltica e alzando la barriera difensiva verso l’arsenale nucleare russo nell’estremo nord marittimo – e serve, allo stesso tempo, alle logiche della NATO sud-europea, nell’ammansire eventuali posizioni mediterranee di cui alcuni Stati potrebbero servirsi per divergere dal mainstream politico in chiave anti-Mosca.

La domanda, da porsi con lo spirito di chi non voglia fermarsi alle apparenze, indagando sempre la verità, rimane immutabilmente la stessa: cui prodest?

Responsabile Nazionale politiche Internazionali ed Europee di Difesa e Sicurezza dei Liberaldemocratici Italiani.

a cura di Antonio Bettelli

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