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Affinità e divergenze tra capitalismo e potere democratico

Affinità e divergenze tra capitalismo e potere democratico

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Spesso, in molti associano il capitalismo e la democrazia in maniera tale da farne diventare un tutt’uno: se c’è capitalismo c’è democrazia, se c’è democrazia c’è capitalismo. Senz’altro non si può negare l’influenza reciproca che i due fenomeni hanno l’uno su l’altro. Peter Wagner, in Modernità, afferma che “Si potrebbe supporre che ci sia un po’ di co-originarietà del capitalismo e della democrazia, che cioè questi fenomeni siano co-emersi storicamente e da allora siano esposti a sviluppi paralleli”. Eppure, lo stesso Wagner è chiaro quando dice che “ci riferiamo propriamente a due fenomeni storicamente distinti che, nonostante la loro comparsa abbia in sostanza coinciso nel tempo, hanno origini diverse, differenti principi fondamentali e, quindi, diverse traiettorie storiche”. Infatti, il capitalismo emerge in Inghilterra con l’avvento della Rivoluzione industriale mentre la democrazia nasce in Francia come elemento centrale della Rivoluzione francese. Seppur vero che i due fenomeni storici sono comparsi in stretta vicinanza e che condividono un sostrato comune di tipo illuminista, il capitalismo è solo uno dei diversi tipi di economia di mercato, la quale già esisteva prima dell’avvento della rivoluzione industriale e della modernità. La democrazia moderna è invece sorta dal processo di autodeterminazione del vivere comune riferito alle precise circostanze storiche della Rivoluzione francese ma che già nel corso della storia aveva assunto diverse forme in base alle peculiarità del momento storico. I due fenomeni, uno economico e l’altro politico, con origini diverse tra loro, prendono però vita entrambi con il progredire dell’era moderna generando in molti la convinzione che siano in realtà un unico fenomeno.

Con la nascita del pensiero liberale, nel corso del tempo, molti studiosi hanno creduto che liberalismo economico e liberalismo politico fossero due facce della stessa medaglia. In altre parole, il libero mercato capitalista si sposerebbe in maniera naturale con le istituzioni democratiche. Talcott Parsons ha offerto una visione chiara di questa teoria della società moderna (liberale) intesa come “funzionalmente differenziata”. L’organizzazione dei mercati non è che una delle due facce della medaglia mentre l’altra è costituita dalla politica e dalla pubblica amministrazione; le due facce, secondo le rispettive logiche, porterebbero a una superiorità performativa e a una maggiore capacità di adattarsi alle nuove circostanze di ogni società che abbia fatto sua questa differenziazione funzionale.

Dalla parte apposta, i teorici critici, a partire da Marx passando per la scuola di Francoforte fino ai neo-marxisti, hanno sostenuto e sostengono che capitalismo e democrazia siano in naturale conflitto tra loro. Secondo le varie correnti e teorie critiche, il capitalismo è la vera struttura della società moderna occidentale e che la democrazia ha rappresentato soltanto un “fenomeno di superficie”. Capitalismo e democrazia avrebbero quindi una coesistenza temporanea dovuta a specificità storiche e necessità contingenti “ma nei momenti di crisi la democrazia tenderebbe a essere messa da parte per salvaguardare gli interessi del capitale”.

Prima il capitale, poi la democrazia

Come spiegato da Karl Polanyi nel suo libro La grande trasformazione, con la creazione delle merci fittizie, terra, lavoro e moneta, emerge un nuovo tipo di povero, come attestato dalla New Poor Law inglese (1834), il disoccupato. “Se il povero per umanità doveva essere assistito, il disoccupato per le ragioni dell’industria non doveva essere assistito. Che il lavoratore disoccupato non avesse alcuna responsabilità di questo suo destino, non aveva importanza [..] Si riconosceva che ciò voleva dire punire gli innocenti; la crudeltà perversa consisteva proprio nell’emancipazione del lavoratore con il fine dichiarato di rendere efficace la minaccia della morte per fame”. Quando poi i cartisti chiesero che il potere politico venisse allargato anche a coloro che subivano i soprusi del pauperismo e dell’alienazione capitalista la discussione sulla separazione e la differenziazione tra economia e politica, da accademica che era, si fece pratica. “In queste condizioni il costituzionalismo acquistò un significato completamente nuovo. Fino ad ora le salvaguardie costituzionali contro le interferenze illegali nei diritti di proprietà erano dirette soltanto verso atti arbitrari provenienti dall’alto. La visione di Locke non oltrepassava i limiti della proprietà terriera e mercantile e mirava semplicemente ad escludere atti unilaterali della corona [..] La separazione del governo dall’economia nel senso di John Locke venne raggiunta in maniera esemplare nello statuto di una Banca d’Inghilterra indipendente nel 1694. Il capitale commerciale aveva vinto la sua tenzone contro la corona. Cento anni dopo non più la proprietà commerciale ma quella industriale doveva essere protetta e non contro la corona ma contro il popolo [..] La separazione dei poteri che nel frattempo era stata inventata da Montesquieu (1748) era ora impiegata per separare il popolo dal potere a spese della vita economica del primo”.

Il capitalismo ha prosperato in società scarsamente o per niente democratiche per tutto l’Ottocento e gli inizi del Novecento. Negli anni Venti e Trenta, mentre in alcune nazioni erano in atto processi di una più ampia democratizzazione, in altri piombava la scure del totalitarismo. Anche dopo la Seconda Guerra mondiale, periodo di maggior espansione del processo democratico, vi sono stati esempi di autocrazie viventi in Europa al solito momento. In tutto questo periodo, che vi fossero governi democratici e popolari o che vi fossero dittatori o giunte militari, il capitalismo ha continuato la propria marcia indisturbata. “I capitalisti sono stati i principali sostenitori dei regimi più notoriamente autoritari della storia, tra cui il Reich di Hitler, l’Estado Nuovo di Franco e lo Stato Totalitario di Mussolini.

I capitalisti non sono né irriducibilmente ostili, né invariabilmente favorevoli alla democrazia. Piuttosto, i loro interessi politici, come quelli di altre classi, derivano dalla loro posizione specifica all’interno della struttura di classe di una società”. In altre parole i capitalisti sostengono ciò di cui hanno bisogno in un preciso momento storico e contesto geografico-sociale. Il rapporto di classe che definisce la società capitalista è di tipo economico e solo indirettamente politico. Ne consegue che non importa quale forma di governo la società abbia purché sia aderente con le prerogative economiche del capitale. La democrazia può essere facilmente tollerata in momenti di espansione economica mentre può essere facilmente soprasseduta in momenti di crisi del mercato capitalista o quando sia minata la legittimità dei suoi valori, dei suoi principi e del suo stesso essere.

La tolleranza capitalista per la democrazia

Atene, Grecia: Manifestazione del 2010 contro l’austherity imposta dal Governo

“La tolleranza dei capitalisti alla democrazia elettorale ha tuttavia due limiti ben definiti: uno deriva dall’equilibrio di potere tra capitale e lavoro e l’altro dalle caratteristiche strutturali delle economie capitaliste. Durante i periodi di crescita economica, i capitalisti possono accettare l’emergere di organizzazioni della classe operaia che premono per una ridistribuzione del surplus sociale verso i salari. I tre decenni successivi al 1945 in Europa occidentale – les trente glorieuses – che hanno visto un’alta crescita e l’aumento dei salari, così come l’emergere di stati sociali, è un esempio da manuale. Queste concessioni sono, tuttavia, strettamente condizionali. Gli unici esempi di capitalisti che tollerano i movimenti organizzati di massa e i partiti politici di sinistra sono quando questi partiti hanno attenuato, o abbandonato del tutto, l’obiettivo di trascendere la proprietà privata e trasformare la distribuzione del potere sociale. Laddove i partiti operai di massa sono esistiti all’interno del capitalismo, hanno sempre dovuto abbandonare o eufemizzare i loro obiettivi socialisti: questo era vero sia per la socialdemocrazia scandinava che per il comunismo italiano. Quando un movimento operaio che lotta per qualcosa che vada oltre le più innocue riforme socialdemocratiche sembra essere vicino alla vittoria, i capitalisti abbandoneranno rapidamente ogni residuo impegno per la democrazia e ricorreranno a misure di emergenza.

Il secondo limite alla tolleranza della democrazia elettorale da parte dei capitalisti deriva dalle condizioni strutturali dell’economia capitalista [..] Quando la crescita rallenta, la competizione su quella torta tra capitale e lavoro assume sempre più un carattere a somma zero [..] Inoltre, in condizioni di bassa crescita, i capitalisti iniziano a passare da una strategia di investimento nella produzione a una di utilizzo di mezzi politici per aumentare la loro quota del surplus. Questa strategia alternativa può assumere molte forme diverse, dallo spiegamento dei poteri di polizia per sfrattare i residenti per non aver pagato il loro affitto, all’uso della legislazione per far rispettare gli interessi del capitale finanziario contro i debitori o per garantire il controllo monopolistico sui diritti di proprietà intellettuale”.

Il capitalismo è compatibile con forme politiche diverse tra loro purché non minaccino la trasformazione delle relazioni sociali da cui dipende la loro capacità di estrarre surplus e di mantenere la posizione dominante nella società. Non importa chi governa la politica se questa si attiene a operare entro i confini stabiliti dal capitalismo. La democrazia rappresentativa/elettorale può essere un modo pacifico che la classe capitalista utilizza per mantenere lo status quo, nel gioco dell’avvicendamento delle squadre politiche. Quando si manifesta una qualche formazione o movimento politico in grado di minacciare la posizione della classe capitalista, la democrazia lascia allora il passo a forme diverse e più congeniali a proteggere l’ordine delle cose.

Un esempio di quanto detto è il comportamento assunto contro la Grecia da parte dell’Unione Europea e delle istituzioni monetarie e finanziarie, su tutti la Banca Centrale Europea allora guidata da Mario Draghi, in ultima istanza possiamo dire quindi da parte della classe capitalista. «Poco tempo fa, quando rappresentavo la Grecia, il neo-eletto Governo greco, ed ero nell’Eurogruppo come ministro delle Finanze, mi è stato detto senza mezzi termini che non era possibile permettere al nostro processo democratico, alle nostre elezioni, di interferire con le politiche economiche da implementare in Grecia», è quanto affermato da Yanis Varoufakis, Ministro dell’economia ai tempi della crisi Atene, Grecia: Manifestazione del 2010 contro l’austherity imposta dal Governo greca del 2015, presso il TEDGlobal di Ginevra. Varoufakis ha poi proseguito dicendo: «Se la democrazia ateniese era focalizzata sui cittadini senza
padrone e dava potere ai lavoratori poveri, le nostre democrazie liberali sono fondate sulla tradizione della Magna Carta, che era, in fin dei conti, una carta per i padroni. E, infatti, la democrazia liberale apparve solo quando fu possibile separare completamente la sfera politica dalla sfera economica, così da confinare il processo democratico completamente nella sfera politica, lasciando la sfera economica – le aziende, se preferite – libera dai controlli democratici […] oggi si può essere al Governo e non al potere, perché il potere è migrato dalla sfera politica alla sfera economica, che sono separate». Questa subordinazione della democrazia rappresentativa/elettorale al capitalismo e alla sua classe dominante ha iniziato a manifestarsi alle masse a partire dagli anni Settanta e Ottanta con l’avvio del processo di globalizzazione neoliberale, quindi con la finanziarizzazione, le massicce privatizzazioni e deregolamentazioni e con la proliferazione e affermazione di istituzioni pubbliche e private di carattere internazionale che hanno allontanato man mano e sempre di più i cittadini dalla politica e dal potere politico. Quinn Slobodian sostiene che l’intero sistema neoliberista di istituzioni internazionali istituito dal 1950 è servito a proteggere il capitalismo contro la democrazia: l’intero “progetto neoliberista si è concentrato sulla progettazione di istituzioni, non per liberare i mercati ma per racchiuderli, per inoculare il capitalismo contro la minaccia della democrazia”.

Capitalismo globale e democrazia

Robert Kuttner, come spiegato nel suo libro La democrazia può sopravvivere al capitalismo globale?, crede che il libero mercato possa essere più crudele di quanto i cittadini possano tollerare, arrivando quindi a creare un disagio tale da rendere nuovamente vulnerabili alla soluzione autoritaria. Nella descrizione di Kuttner, tuttavia, l’impasse politica di oggi risulta essere diversa da quella degli anni Trenta. Non vi è oggi una situazione di stallo tra i governi di sinistra e/o spinte socialiste e la classe capitalista reazionaria, piuttosto da partiti e persone di sinistra, al governo o meno, che hanno rinnegato tutti i loro principi. Dalla scomparsa dell’Unione Sovietica, sostiene Kuttner, i democratici americani, il partito laburista britannico e molti dei socialdemocratici europei hanno costantemente virato verso destra, abbandonando la preoccupazione per i lavoratori e abbracciando il potere dei mercati, quindi delle banche e delle multinazionali. Luciano Canfora rende chiaro questo stato di cose nel suo libro Critica della retorica democratica riportando alcune affermazioni di Hans Tietmeyer, Presidente della Bundesbank dal 1993 al 1999, in riferimento alle decisioni prese in Inghilterra dal governo di sinistra guidato da Tony Blair, per quanto riguardava l’ampia autonomia concessa alla Banca Centrale d’Inghilterra. In merito a tele decisione del governo guidato da Blair, Canfora dice che “l’Inghilterra neolaburista fa la politica di Margaret Thatcher con ancora maggior decisione”. Tietmeyer invece si disse contento perché era un chiaro segnale che i Paesi europei avevano scelto di delegare tutte le decisioni fondamentali agli “esperti monetari”. Il banchiere centrale tedesco aggiunse che questo favoriva il sopraggiungere del “permanente plebiscito dei mercati mondiali”.

Fonte: Indipendente.online

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