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Sviluppo e declino della globalizzazione

Sviluppo e declino della globalizzazione

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La globalizzazione si può considerare senza dubbio uno dei fenomeni più importanti degli ultimi trent’anni: per decenni è stata descritta ai popoli occidentali come un progresso epocale per l’umanità. Un processo inevitabile che avrebbe condotto l’intero pianeta verso un futuro di ricchezza e benessere, decretando – finalmente – la “fine della storia” grazie all’estensione illimitata del culto capitalista del libero mercato, in nome del quale sacrificare culture, identità e sovranità nazionali. La globalizzazione, infatti – che ha visto la sua accelerazione definitiva all’indomani del crollo dell’URSS, durante il mandato del presidente statunitense Bill Clinton, negli anni Novanta – non coinvolge solo il piano economico, ma anche quello culturale, politico e sociale, mirando ad un’uniformità livellante che, estendendo a livello planetario un’unica ideologia, avrebbe dovuto porre fine ad ogni conflitto, inaugurando una sorta di governance globale e portando a un’era di pace e prosperità: una sorta di rinnovata età dell’oro. Questo è almeno ciò che millantavano i fautori della globalizzazione ai vertici del potere mondiale.

Naturalmente le cose sono andate in maniera ben diversa rispetto a quanto narrato, poiché tale utopia liberale è stata perseguita attraverso una vera e propria colonizzazione economico-finanziaria che ha inizialmente danneggiato soprattutto i Paesi in via di sviluppo e, successivamente, anche quelli delle economie avanzate. La globalizzazione liberista può essere definita come la riduzione del mondo ad unico grande mercato in cui la libera circolazione delle merci e dei capitali – ottenuta attraverso l’abbattimento delle barriere doganali – ha condotto ad una superiorità soverchiante della sfera economica su quella politica e socio-antropologica, senza badare minimamente alle ripercussioni che ciò avrebbe avuto sulla vita di milioni di persone. A beneficiare maggiormente di questo fenomeno sono state le multinazionali che non a caso ne sono state le principali fautrici e che l’hanno guidata e sostenuta con forza.

I cardini della globalizzazione economica

Dal punto di vista economico, le basi per ridurre le tariffe doganali negli scambi commerciali liberalizzando i mercati furono poste già a partire dal 1947 con il GATT (il General Agreement on Tariffs and Trade), un accordo internazionale firmato inizialmente da 23 paesi con l’obiettivo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale. Negli anni, le nazioni aderenti al GATT hanno negoziato una serie di accordi commerciali e ogni nuova serie di negoziati è stata denominata “round”: il più importante tra questi è stato l’Uruguay Round, cominciato in Uruguay e durato ben sette anni e mezzo (dal 1986 al 1994), terminando con gli accordi di Marrakech. Quest’ultimi hanno a loro volta portato alla nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il tempio del libero mercato e principale arbitro della globalizzazione. A differenza del GATT, oggetto della normativa del WTO non sono solo i beni commerciali, ma anche i servizi e le proprietà intellettuali, quali i diritti d’autore, i brevetti e i marchi.

Il processo di globalizzazione, portato avanti attraverso negoziati durati anni e che hanno visto il più delle volte i paesi poveri soccombere allo strapotere delle nazioni industrializzate, si fonda su tre pilastri che ne hanno reso possibile la realizzazione: la liberalizzazione, la privatizzazione e la deregolamentazione finanziaria. Questi tre elementi rappresentano il cuore delle politiche del Washington Consensus, vale a dire l’identità di vedute tra le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) con sede a Washington: il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale e il Tesoro degli Stati Uniti. Sono state proprio le prime due, insieme all’Organizzazione Mondiale del Commercio, infatti, a creare le condizioni per il commercio globale, facendo pressione soprattutto sui Paesi del terzo mondo affinché liberalizzassero la loro economia e privatizzassero le aziende statali il più velocemente possibile. Il tutto trascurando volutamente il fatto che le economie dei paesi in via di sviluppo erano ancora fragili e prive degli strumenti necessari per aprirsi alla concorrenza esterna: l’ingente bisogno di aiuti finanziari di questi Stati li costringeva, tuttavia, a cedere alle richieste del FMI, il quale concede prestiti solo se i governi attuano determinate politiche macroeconomiche che rispecchiano fedelmente la dottrina del fondamentalismo di mercato. Secondo il Premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, «l’FMI tende a fornire i fondi solo ai paesi che si impegnano a condurre politiche volte a contenere il deficit, ad aumentare le tasse oppure ad alzare i tassi d’interesse e che pertanto conducono ad una contrazione dell’economia». A ciò va aggiunto il fatto che se da un lato le istituzioni finanziarie occidentali hanno di fatto costretto i paesi poveri a liberalizzare le loro economie, attraverso una vera e propria estorsione, dall’altro le nazioni ad economia avanzata si sono ben guardate dal liberalizzare le loro: hanno, infatti, rifiutato di aprire i propri mercati alle merci provenienti dalle nazioni in via di sviluppo, mentre hanno continuato a sovvenzionare l’agricoltura e ad insistere affinché i governi dei paesi poveri abolissero i sussidi sui beni industriali.

Alla base delle politiche macroeconomiche imposte dal FMI vi è la logica dell’infallibilità del mercato secondo la quale quest’ultimo, se lasciato completamente libero dagli interventi dello Stato si autoregola ed è in grado di garantire benessere illimitato. Si tratta di una forma di estremismo economico la cui validità è stata smentita dall’intera storia recente del capitalismo. La svolta delle IFI in questa direzione, e in particolare dell’FMI, è avvenuta negli anni Ottana, quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher hanno promosso incondizionatamente l’ideologia del libero mercato. Da questo momento in avanti, gli organismi come l’FMI sono diventati i principali custodi e divulgatori del “verbo” liberista, sebbene siano inizialmente nati adottando politiche economiche di stampo keynesiano, sul presupposto che spesso i mercati funzionino male. Sempre Stiglitz scrive, infatti, che «L’orientamento keynesiano dell’FMI, che sottolineava i fallimenti del mercato e il ruolo dei governi nella creazione dei posti di lavoro, è stato sostituito dal ritornello del libero mercato degli anni Ottanta, nel contesto di un nuovo Washington Consensus».

Il fondamento ideologico della globalizzazione

Come tutti i fenomeni dell’era moderna, anche la globalizzazione – così come lo stesso capitalismo – riposa su una precisa ideologia che ne costituisce il nucleo teorico: si tratta dell’ideologia liberale che ne costituisce il presupposto imprescindibile. Secondo il filosofo francese Alain De Benoist «il liberalismo ha assunto una portata mondiale da quando la globalizzazione ha istituito il capitale in quanto soggetto storico reale della modernità capitalistica e il valore come norma universale di regolazione delle prassi sociali. Esso è all’origine della mondializzazione […]».

Per capire come ciò sia stato possibile, occorre sgomberare il campo dall’accezione comune di “liberalismo”, inteso come sinonimo di libertà, tolleranza e apertura mentale. Il liberalismo è una dottrina filosofica, politica ed economica affermatasi nell’età moderna, della quale costituisce uno dei caratteri fondamentali. Il cuore della dottrina liberale è composto da due elementi tra loro strettamente interconnessi: l’individualismo e l’economicismo. Nel liberalismo l’individuo è completamente slegato da qualunque forma di appartenenza collettiva, sia essa di tipo sociale, familiare, politico o religioso: in altre parole, il soggetto non è più parte di un tutto che lo trascende, secondo una concezione olistica tipica di tutte le civiltà antiche o “tradizionali”, ma è il tutto a risultare dalla somma delle singole volontà individuali, in base a una visione riduzionista della realtà. In questo modo, il singolo si configura come atomo sradicato, non trovando più alcun senso o significato in una realtà più ampia che lo comprende e al cui funzionamento armonico contribuisce ciascuna singola parte. Di conseguenza, l’individuo è posto al centro di ogni cosa e, citando Protagora, diventa “misura di tutte le cose”, spianando la strada al relativismo più estremo. Inscritto in questa dimensione, l’essere umano viene descritto come «un agente che cerca costantemente di massimizzare il suo interesse, adottando così il comportamento del commerciante al mercato (Homo oeconomicus)». Ecco il motivo per cui l’individualismo è strettamente correlato all’economicismo: la nuova concezione antropologica liberale intende l’uomo fondamentalmente come essere egoista il cui principale obiettivo è massimizzare il proprio interesse. Un modello antropologico che si attaglia quindi perfettamente alla concezione del mondo inteso come grande mercato, molto più vicino al modello hobbesiano dell’homo homini lupus che a quello aristotelico dell’uomo come animale sociale.

Su questi presupposti è possibile comprendere appieno la celebre dottrina della “mano invisibile” elaborata dall’economista e filosofo scozzese Adam Smith, uno dei maggiori rappresentanti dell’economismo classico. Secondo tale dottrina, ciascun individuo, perseguendo egoisticamente il proprio interesse, contribuisce alla stabilità economica complessiva, generando ricchezza e benessere, seppure in modo involontario: è quello che Smith definisce “risultato non intenzionale”. La mano invisibile si può definire, dunque, come una forza o “provvidenza” immanente che attraverso l’interesse personale garantisce la tenuta di un sistema interamente fondato sulla dimensione economica. La mano invisibile è la forza propulsiva che sta alla base del libero mercato, il quale a sua volta costituisce il cuore pulsante della globalizzazione e che permea interamente la governance degli organismi finanziarie occidentali. Tuttavia, il culto del libero mercato, elevato quasi a “divinità”, ha mostrato molto presto i suoi gravi limiti, non solo a livello economico, ma anche socio-antropologico. Le innumerevoli e cicliche crisi finanziarie delle economie dei paesi sviluppati, nonché lo sfaldamento del tessuto sociale occidentale ne sono la riprova più lampante.

L’universalismo culturale dell’Occidente

Ciononostante, il “mondo democratico” ha avuto la pretesa di estendere il proprio modello culturale fondato sul liberalismo a buona parte delle altre civiltà del pianeta, partendo dal presupposto, evidentemente errato, che quelli liberali siano valori universali. Facendo del liberalismo un’ideologia valida a livello universale si sarebbe realizzata la “fine della storia” teorizzata da Francis Fukuyama proprio grazie all’avvento della globalizzazione e, dunque, del dominio assoluto dell’Occidente e dei suoi “valori”. Tuttavia, la “fine della storia” non è mai realmente avvenuta, in quanto la volontà del cosiddetto “Mondo libero” di imporre la propria supremazia economica e culturale ha suscitato in molti casi un forte sentimento antioccidentale. A sottolineare questo aspetto è stato soprattutto il politologo americano, nonché massimo esperto di politica estera e consigliere dell’amministrazione americana sotto Jimmy Carter, Samuel Huntington, in un famoso articolo intitolato “Lo scontro delle civiltà”.

Il bersaglio polemico di Huntington era proprio Fukuyama: mentre quest’ultimo ha sostenuto a lungo, prima di ammettere egli stesso l’errore, che con la caduta dell’URSS l’ideologia liberale occidentale avrebbe trionfato a livello planetario per mezzo della globalizzazione e del “soft power” statunitense fondato sul presunto fascino dell’“american way of life”, Huntington – al contrario – era persuaso del fatto che con la fine delle ideologie (a partire dal crollo del comunismo) le antiche civiltà, comparse molto prima dell’età moderna, sarebbero riemerse da sotto la superficie. E il principale scontro si sarebbe verificato, dunque, non tra ideologie, ma tra civiltà. Secondo Huntington, nonostante gli sforzi dell’Occidente, la pretesa universalistica liberale ha incontrato molte resistenze e con riferimento ai valori liberali dell’individualismo, del libero mercato, dei diritti umani e della democrazia, il politologo statunitense scriveva: «pur esistendo nelle altre civiltà minoranze che abbracciano e promuovono tali valori, l’atteggiamento dominante nei loro riguardi tra le culture non occidentali varia da un diffuso scetticismo a una forte opposizione».

Se la fine della storia non è mai veramente avvenuta, il suo presunto avvento ha subito un colpo ancora più letale con l’avvio dell’operazione speciale russa in Ucraina, in quanto con essa la Storia è definitivamente tornata dando inizio allo smantellamento della globalizzazione liberista – già intaccata dalle conseguenze delle politiche pandemiche – e gettando le basi per una nuova architettura economico-finanziaria.

Verso la deglobalizzazione

Secondo Larry Fink, amministratore delegato di BalckRock, la più grande società d’investimenti del mondo, «l’invasione russa dell’Ucraina ha messo fine alla globalizzazione che abbiamo vissuto negli ultimi tre decenni». Da un lato, infatti, il presunto mondo democratico dichiara di volersi emancipare dalla dipendenza energetica e commerciale verso i cosiddetti Paesi autoritari, in quanto le economie degli stati democratici non possono dipendere da nazioni ostili ai valori liberali. Dall’altro, il riposizionamento di nazioni come la Russia sul mercato orientale e la limitazione delle esportazioni da parte della Cina sta dando vita ad un’interruzione degli interscambi globali che porterà con sé anche la fine delle delocalizzazioni e della produzione di prodotti a basso costo nei Paesi poveri. Ciò costringerà i vecchi Paesi ricchi a ripensare completamente il loro sistema produttivo e, probabilmente, ad abbandonare il liberismo selvaggio, in quanto lo Stato sarà costretto ad intervenire maggiormente per regolare il capitale e il lavoro. La stessa Janet Yellen, segretaria del Tesoro degli Stati Uniti, intervenendo all’ultimo G20 ha dichiarato che si va verso una globalizzazione «riservata agli amici», ossia ai soli Paesi liberali.

Nei Paesi non occidentali, invece, il nuovo sistema economico che si va delineando potrebbe essere modellato sul “Grande partenariato eurasiatico”, promosso dal presidente russo Vladimir Putin all’ultimo Forum economico eurasiatico, e sulla cooperazione economica tra i Paesi BRICS destinata ad espandersi anche ad ulteriori nazioni quali Argentina, Egitto, Indonesia, Kazakistan, Nigeria, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Senegal, Tailandia e Iran nel formato BRICS Plus: si tratterà, dunque, di strutture economico-commerciali molto diverse da quella di matrice liberale che ha dominato fino ad ora. Tuttavia, le prospettive economiche del polo non occidentale sono destinate a superare di gran lunga quelle occidentali per almeno due ragioni: l’immensa ricchezza del continente eurasiatico – e della Russia in particolare – di materie prime, minerali e terre rare e la componente demografica. Il solo continente asiatico, infatti, conta una popolazione di circa quattro miliardi e mezzo di persone a fronte di una popolazione europea di 746 milioni e dei 331 milioni di quella americana, mentre i Paesi BRICS, da soli, rappresentano il 40% della popolazione mondiale: l’elemento demografico è fondamentale, tra le altre cose, ai fini dello sviluppo economico e mentre la popolazione asiatica e africana è in crescita, quella europea pare seguire un inarrestabile calo della curva demografica. Si sta delineando, dunque, un panorama in cui la globalizzazione non sparirà completamente, ma assumerà forme diverse e non sarà più trainata da Stati Uniti ed Europa.

In conclusione, è possibile affermare che si va incontro ad una frammentazione della globalizzazione, incentivata proprio dall’abuso di potere degli Stati liberal-democratici: se, infatti, certe tendenze erano già in corso da tempo, ad accelerarle notevolmente è stato il comune risentimento dei Paesi non occidentali verso le sanzioni unilaterali statunitensi.

Ripensare completamente l’impalcatura economica globale dopo la mondializzazione liberista implica necessariamente il ridimensionamento del potere e del ruolo delle nazioni del “primo mondo”, anche considerato che i BRICS stanno lavorando alla de-dollarizzazione del sistema finanziario globale, sulla quale si fonda l’egemonia americana. Una prospettiva che appare sempre più inevitabile e concreta e alla quale, tuttavia, l’Occidente non sembra voler cedere facilmente.

Fonte: Indipendente.online

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