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Materie prime, terre rare e tecnologia: tutti dipendono dagli altri

Materie prime, terre rare e tecnologia: tutti dipendono dagli altri

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Gli effetti della globalizzazione ci sono franati addosso tutti insieme. Prima con la pandemia, a cui è seguito il rallentamento della logistica che ha creato carenza di microchip, poi con la guerra russa in Ucraina, la crisi energetica, e lo scontro ideologico tra teocrazie e democrazie che stanno spingendo i Paesi a una maggiore indipendenza. Già nel 2018 commentando la Brexit e la dottrina dell’«America First» di Trump, il filosofo della scienza Bruno Latour segnalava che «la tecnologia apre le frontiere, ma il mondo libero si sta chiudendo». Ma in un mondo da trent’anni completamente interconnesso è possibile andare verso una deglobalizzazione?
Il monopolio delle materie prime strategiche

Deng Xiaoping, il padre del capitalismo alla cinese, aveva le idee chiare: «Il Medio Oriente – disse nel 1987 – ha il petrolio, la Cina ha le terre rare». Oggi il 90% delle miniere di questa famiglia di metalli come il cerio, il disprosio e il samario, sono controllate dalla Cina. Metalli fondamentali per la nostra tecnologia, di cui siamo diventati ancora più dipendenti con la pandemia.

Non a caso Pechino tende a non esportare quasi nulla della propria produzione di terre rare leggere e pesanti così da mantenere un vincolo sulla produzione e sull’assemblaggio di computer, smartphone e sempre di più tecnologia aerospaziale. Ma ormai tutte le materie prime stanno diventando «rare» a causa del consumismo tecnologico e della volontà di Pechino ad assumere un ruolo centrale nel nuovo equilibrio geopolitico. La Commissione europea ne ha individuate 30 considerate strategiche e dunque critiche. Solo nel 2011 erano 14. Prendiamo il litio, metallo con elevata conducibilità elettrica e termica, fondamentale per le batterie, ma anche per vetro e ceramica. Chi lo possiede? Il Cile ha riserve pari a 9,2 milioni di tonnellate, circa la metà di quelle mondiali; l’Australia 5,7; la Cina 0,9. L’Europa si sta attivando per sfruttare le riserve sul territorio, presenti soprattutto nei Paesi del Nord. Con un problema enorme: rispetto agli altri Paesi abbiamo regole molto più stringenti sulla sicurezza del lavoro nelle miniere e sul controllo delle filiere. Il risultato è che qui in Europa abbiamo di meno e costa di più, così lo compriamo quasi tutto dal Cile, un po’ dagli Usa e prima delle sanzioni anche dalla Russia.
Cosa possiede l’Europa

Tungsteno, indio, gallio. Nomi che possono apparire lontani dalla quotidianità. Ma che invece «tocchiamo» tutti i giorni. Prendiamo l’indio. Serve per i display a schermo piatto di tv e smartphone, ma anche per le celle fotovoltaiche e per fare le saldature. Metà delle miniere sono in Cina. Fortunatamente è uno di quei minerali che riusciamo come Europa a soddisfare internamente. Arriva da Francia, Belgio, Regno Unito, Germania e anche Italia ( il 5% della richiesta Ue). Ma è una eccezione. Anche il cobalto, che serve per le batterie, le superleghe, i catalizzatori e i magneti, lo prendiamo per il 14% dalla Finlandia, ma il resto arriva dal maggior produttore mondiale, la Repubblica democratica del Congo. Il tungsteno fa vibrare i telefoni, il gallio è parte integrante della tecnologia a diodi elettroluminescenti (Led) presente nelle lampade, i semiconduttori hanno bisogno di silicio metallico e le celle a idrogeno e le celle elettrolitiche necessitano di metalli del gruppo del platino.

Tutti metalli presenti nella lista della Commissione europea delle «materie prime critiche», e l’approvvigionamento è altamente concentrato. Ad esempio, la Cina fornisce all’Ue il 98 % delle terre rare pesanti (REE), la Turchia il 98 % del borato e il Sud Africa soddisfa il 71 % del fabbisogno di platino. Negli ultimi 30 anni abbiamo consumato più metalli dei precedenti 300 anni. In sostanza, se restiamo nel perimetro dei metalli strategici, siamo autonomi solo per lo stronzio che importiamo totalmente dalle miniere spagnole. La Germania ci fornisce il 35% del gallio. La Norvegia il 30% del silico metallico. La Francia l’84% dell’Afnio, importante per l’industria della fissione nucleare.
Il grado di dipendenza Ue

È piuttosto forte: l’antimonio lo acquistiamo da Turchia, Bolivia e Guatemala. Il carbone da coke, che è un altro dominio cinese (il 55% dell’offerta mondiale), lo prendiamo da Australia, Polonia e Usa. Non abbiamo nemmeno la gomma naturale, altra materia prima strategica: la produzione mondiale è controllata da Thailandia (33%), Indonesia (24%) e Vietnam (7%). Molte di queste materie prime non sono fondamentali solo per l’industria aerospaziale, automobilistica ed elettronica, ma anche per quella tessile: come l’antimonio, la bauxite, il cobalto, la stessa gomma naturale.

E gli Usa?

Gli Stati Uniti hanno, tra l’altro, miniere pari al 6% mondiale del tungsteno (leghe per aerei e missili), all’8% del silicio (microprocessori), al 24% del borato (vetro e magneti), all’88% del berillio (apparecchiature elettroniche, industria aerospaziale), al 10% della fosforite (concimi). Hanno anche il 2% della produzione mondiale delle terre rare leggere e pesanti. Non hanno tutto, ma controllando diversi mercati strategici hanno potere contrattuale.

Fonte: Corriere della Sera

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