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L’inflazione copre il ruolo del nazionalismo alimentare e la crisi della globalizzazione

L’inflazione copre il ruolo del nazionalismo alimentare e la crisi della globalizzazione

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L’inflazione rappresenta l’aumento del livello generale dei prezzi nel tempo. Per questo motivo, viene definita anche come la perdita della potenza d’acquisto della moneta. Ciò vuol dire che gli individui, in un contesto inflazionistico, si troveranno a parità di spesa a poter comprare una quantità minore di beni e servizi rispetto al periodo precedente di riferimento (generalmente un anno). Pochi giorni fa, l’inflazione in Italia ha raggiunto cifre record, che i nati dopo il 1986 non avevano mai sperimentato: +6,9% (nel marzo del 1986 fu pari al 7%), trainata dal settore energetico e da quello alimentare.

Il FAO Food Price Index, l’indice dei prezzi alimentari stilato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ha raggiunto a maggio 2022 un punteggio di 157,4, in calo dello 0,6% rispetto ad aprile ma comunque in crescita del 29,3% rispetto all’anno precedente. Il paniere dei beni comprende latticini, oli vegetali, zucchero, carne e cereali. Questi ultimi hanno registrato degli incrementi positivi sia prendendo in considerazione il periodo mensile, contro la tendenza generale, sia quello annuale. Da aprile a maggio 2022, i listini dei cereali sono aumentati infatti del 2,2%, guidati dal grano (+5,6%), che ha chiuso con un pesante +56,2% rispetto al valore dell’anno precedente. L’altra voce positiva in bilancio è rappresentata dalla carne (+0,6% su aprile), in particolare dal pollame. Quali sono i fattori che hanno generato, e generano tuttora, inflazione nel mercato alimentare? Alle interruzioni delle forniture e della logistica causate dalla guerra in Ucraina e dalla pandemia di Covid-19, si aggiungono (con un peso non irrisorio) il cambiamento climatico, la riduzione globale delle esportazioni, i casi sanitari, le scelte dei lavoratori e la crescita della domanda interna ed esterna.  

Grano, riso e zucchero

Il prezzo del grano, dopo una certa stabilità vissuta sul finire del decennio passato, ha iniziato a subire incrementi via via maggiori a partire dalla seconda metà del 2020, fino a raggiungere il culmine con lo scoppio della guerra in Ucraina. Prima del conflitto, scarsi raccolti e carenza generale di manodopera, avevano contribuito all’aumento del prezzo del grano, passato da 4,9$ a bushel (circa 27 chili) nel giugno del 2020 a 7,5$ a inizio 2022, segnando un +53% prima dell’invasione russa dell’Ucraina, che ha fatto schizzare ulteriormente il prezzo del frumento, arrivato a 10,52$ a bushel a giugno 2022. L’inflazione non si arresterà nell’immediato, viste le difficoltà di approvvigionamento da parte di Ucraina e Russia – che insieme costituiscono il 25% del commercio mondiale di grano – e le decisioni protezionistiche di diversi paesi produttori. Da giugno, l’India sta consentendo alle imprese locali di esportare zucchero esclusivamente con un permesso speciale da parte del governo. L’obiettivo dichiarato è di “mantenere la disponibilità interna e la stabilità dei prezzi dello zucchero” fino al 31 ottobre 2022 (salvo deroghe). Nel 2020, l’India è stata il secondo produttore mondiale di canna da zucchero, dopo il Brasile, e il più grande esportatore del prodotto raffinato.

S’intende che la virata del paese asiatico verso quello che è stato definito nazionalismo alimentare rappresenti benzina per l’inflazione, soprattutto se considerata alla luce di un’altra stretta proveniente da Nuova Delhi, quella relativa al grano. Le autorità indiane stanno cercando infatti di contrastare le conseguenze legate al caldo anomalo, un fenomeno alimentato dal cambiamento climatico. Se è vero che le ondate di calore siano comuni in India (soprattutto a maggio), è altrettanto vero che l’estate sia iniziata prima nel paese, con temperature da record a partire da marzo, il più caldo dal 1901, con massime di 1,86°C sopra la media. A metà maggio, Bikaner è stato il luogo più caldo del paese con 47,1 °C. Tuttavia, in alcune parti del Nord-Ovest dell’India, le temperature della superficie terrestre hanno superato i 60 °C, un dato senza precedenti per questo periodo dell’anno. A scatenare il protezionismo alimentare è stata, oltre alla guerra in Ucraina e il cambiamento climatico, anche la pandemia da Covid-19. Il Vietnam, ad esempio, ha temporaneamente interrotto le esportazioni di riso nei primi giorni del 2020 per assicurarsi il proprio approvvigionamento.

Pollame

L’indice dei prezzi alimentari stilato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura evidenzia l’incremento di prezzo che ha subito la carne da aprile a maggio 2022 (+0.6%). La crescita è stata guidata dal pollame, che tra il 2021 e il 2022 ha affrontato “la peggiore pandemia di aviaria della storia“, come riferito dall’Istituto Friedrich Loeffler (FLI), l’ente del governo tedesco impegnato nella ricerca sulla salute animale. Dall’ottobre del 2021, il ceppo H5N1 ha causato quasi 3.000 focolai (relativi al pollame) in dozzine di paesi. Più di 77 milioni di uccelli sono stati abbattuti per frenare la diffusione del virus, che quasi sempre causa gravi malattie o la morte dei polli. Altri 400.000 uccelli selvatici sono morti in 2.600 focolai, il doppio del numero riportato durante l’ultima grande ondata, tra il 2016 e il 2017. La guerra in Ucraina e l’aumento della domanda del pollame in Europa e in Medio Oriente hanno fatto il resto, contribuendo all’aumento dei prezzi. Secondo un principio basilare dell’economia, infatti, quando l’offerta di un bene non riesce a seguire la variazione positiva della domanda, il prodotto in questione è destinato a vivere un aumento di prezzo. 

Seguendo la scia delle riduzioni alle esportazioni nei paesi asiatici, il Ministero dell’Agricoltura e delle Industrie Alimentari malese ha deciso di interrompere le forniture di pollo all’estero per “una carenza di approvvigionamento interno e stabilizzare i prezzi”, non fissando una data per la ripresa delle spedizioni. Citando carenze interne, ad aprile l’Indonesia – il più grande fornitore mondiale di olio di palma – ha bloccato le vendite all’estero, salvo poi abbandonare il divieto qualche settimana dopo.

La globalizzazione alimentare non funziona più

Alle spalle dell’inflazione si sta nascondendo, dunque, un fenomeno che preoccupa le economie occidentali, forse al pari dell’aumento dei prezzi. Si tratta del nazionalismo alimentare, legato all’inflazione soprattutto alla luce del modello di globalizzazione nato alla fine del secolo scorso, quando l’Occidente abbracciò l’idea di produrre e importare a basso costo dall’altra parte del mondo. «Con l’aumento dei prezzi i paesi cambiano la loro posizione per dare priorità alla protezione e all’offerta interna», che va a coprire l’aumento dei consumi, «così da esportare soltanto se c’è capacità in eccesso», ha dichiarato Akio Shibata, presidente del Natural Resource Research Institute. «In passato, l’idea era: più ci impegniamo per i mercati internazionali, più possiamo contribuire alla sicurezza alimentare. Ma la situazione sta cambiando».

Il nazionalismo alimentare esploso negli ultimi due anni dimostra e in un certo senso denuncia, tramite il blocco delle esportazioni, l’insostenibilità del modello della globalizzazione basato su produzione e spedizione a basso costo, che sfrutta in modo intensivo i territori, arricchendo in alcuni casi le élite, al costo però della massiccia speculazione delle risorse. In poche parole: se l’impoverimento delle terre – attuato per sfamare prima i bisogni occidentali e poi quelli locali – è stata la costante nei paesi in via di sviluppo o in quei paesi in cui l’economia era pesantemente arretrata, il miglioramento delle condizioni economiche ha rappresentato una variabile assai instabile. Tuttavia, qualcosa si sta muovendo, con i paesi interessati che stanno acquisendo man mano sempre più consapevolezza delle proprie potenzialità. In questo contesto, si inserisce il nazionalismo alimentare, maturato particolarmente durante la pandemia, parallelamente alle scelte egoistiche dei paesi occidentali in materia di vaccini.

D’altronde, da anni il modello di globalizzazione affermatosi negli anni ’90 mostra segni di crisi, a vantaggio dei processi di regionalizzazione. Verso questa direzione, si inseriscono i rafforzamenti degli accordi bilaterali o multilaterali ma all’interno di una stessa regione, che può essere intesa sia in termini geografici sia in termini ideologici. Guardando al futuro, non sorprenderebbe dunque la nascita di un ossimoro: una globalizzazione regionale, ridotta magari a due alternative (una Orientale e l’altra Occidentale), salvo i progetti di quei paesi che, trent’anni fa, avremmo definito “non allineati” e che oggi puntano a far sentire la propria voce.

Fonte: Indipendente.online

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