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Tassa patrimoniale e prelievo forzoso: le differenze

Tassa patrimoniale e prelievo forzoso: le differenze

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Con l’aumentare del debito pubblico italiano (atteso al 160% del Pil entro la fine del 2021) che la lotta alla pandemia ha contribuito a far lievitare, si moltiplicano anche i timori di una nuova tassa patrimoniale.

Per un Paese di risparmiatori come quello italiano questo genere di imposte risultano particolarmente impopolari: dal momento che colpiscono il frutto del lavoro, le patrimoniali attingono a redditi che erano già erano già stati tassati.
Per i sostenitori delle patrimoniali, le fasi di difficoltà del Paese andrebbero affrontate con uno spirito di solidarietà da parte dei ceti più abbienti della popolazione. In questo senso, l’introduzione di tasse patrimoniali viene vista anche come una misura di equità sociale.

La tassa patrimoniale, in sintesi, è una qualunque tassa calcolata sulla base della ricchezza. Proprio per questo, esistono già numerose tasse patrimoniali: le più note sono l’Imu, fondata sul valore degli immobili e la tassa di successione, che colpisce il patrimonio ricevuto dagli eredi. Nel 2018 la Cgia di Mestre aveva dichiarato che in Italia le patrimoniali sono in tutto “una quindicina”, con un gettito complessivo superiore ai 45 miliardi di euro. Di seguito la lista compilata dalla Cgia:

1- Imposta di registro e sostitutiva;
2- Imposte di bollo;
3- Imposta ipotecaria;
4- Diritti catastali;
5- Ici/Imu/Tasi;
6- Bollo auto;
7- Canone Radio Tv;
8- Imposta su imbarcazioni e aeromobili;
9- Imposta sulle transazioni finanziarie;
10- Imposta sul patrimonio netto delle imprese;
11- Imposte sulle successioni e donazioni;
12- Imposta straordinaria sugli immobili;
13- Imposta straordinaria sui depositi;
14- Imposta sui beni di lusso.

Tassa patrimoniale e prelievo forzoso, un caso particolare
E il prelievo forzoso? Quest’ultima operazione ha, in effetti, alcuni punti di contatto con le tasse patrimoniali. Infatti, colpisce i conti correnti, la più tipica forma di risparmio assieme all’abitazione.

Il prelievo forzoso “storico” fu adottato per decreto dal governo Amato nel 1992, quando l’Italia e, in particolare la lira, si trovavano sotto attacco speculativo. Fra le numerose misure correttive adottate dal governo di allora ci fu proprio il prelievo immediato dai conti correnti degli italiani pari allo 0,6% della liquidità. La misura garantì un gettito di 11.500 miliardi di lire, equivalenti a poco meno di 6 miliardi di euro (al cambio del 2002). Per fare un confronto, il gettito Imu-Tasi nel 2019 era stato inferiore ai 22 miliardi.

Il prelievo forzoso, essendo una misura una tantum, non può essere considerata al pari di una tassa patrimoniale vera e propria. Il suo scopo non è quello di riequilibrare il carico fiscale fra ceti ricchi e meno abbienti, bensì il reperimento immediato di risorse per far fronte a situazioni di emergenza.

Data l’impopolarità della misura, anche da parte dei soggetti che non dispongono di grandi risparmi in liquidità, è difficile immaginare che si ricorra nel futuro prossimo a un nuovo prelievo forzoso – a meno che non si presentino eventi di estrema gravità. I tassi attualmente contenuti sui Btp dovrebbero in qualche modo suggerire che il governo italiano avrà più convenienza a indebitarsi sui mercati piuttosto che andare incontro alla immediata crisi di consenso popolare che seguirebbe a un prelievo forzoso.

Fonte: www.wallstreetitalia.com

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