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Le politiche delle banche centrali spingono il sud del Mondo verso la crisi del debito

Le politiche delle banche centrali spingono il sud del Mondo verso la crisi del debito

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Le politiche di rialzo dei tassi d’interesse portate avanti dalle banche centrali occidentali, in particolare dalla BCE e dalla Federal Reserve, non stanno causando problemi solo alle economie dei Paesi “ricchi”, ma anche e soprattutto ai Paesi del sud del mondo, quelli più poveri, da sempre schiacciati dalla prepotenza economica del capitalismo dei Paesi avanzati. Le conseguenze delle politiche monetarie restrittive sulle nazioni in via di sviluppo, attuate specialmente nell’ultimo periodo dai vertici del capitalismo internazionale, sono spesso trascurate se non ignorate dalla politica, dai media e dal dibattito pubblico. L’FMI si è limitata a lanciare l’allarme circa il peggioramento delle condizioni dei Paesi più poveri conseguente alla crisi energetica e di approvvigionamento globale, ma non ha citato i motivi principali legati al rischio di peggioramento delle economie del sud del mondo compresa una potenziale insolvenza del debito. Una delle ragioni più importanti va individuata proprio nel rialzo dei tassi che, rafforzando il dollaro americano, automaticamente causa il deprezzamento delle valute locali delle nazioni meno sviluppate. Di conseguenza, questi stati perdono la capacità di onorare i debiti in valuta estera e come soluzione non gli resta che indebitarsi nuovamente a condizioni sempre peggiori. Al contempo, proprio per rimborsare il debito, subiscono pressioni da parte degli istituti finanziari internazionali come l’FMI per aumentare misure di austerità che espongono i cittadini a condizioni di povertà crescenti.

Le banche centrali giustificano le loro decisioni di politica monetaria sostenendo che serva a contrastare l’inflazione e presentando tale decisione come inevitabile, sull’onda del “there is no alternative” di thatcheriana memoria. Tuttavia, il rialzo dei tassi non ha effetti su un’inflazione di tipo esogeno, ossia innescata da variabili esterne, soprattutto di tipo geopolitico. In altre parole, in particolare in Europa, si tratta di un’inflazione da offerta e non da domanda, motivo per cui ridurre il denaro in circolazione non avrà effetti sull’abbassamento dei prezzi. I reali motivi delle politiche delle banche centrali riguardano, invece, la volontà di rafforzare il dollaro e l’euro per mantenere l’egemonia monetaria del primo: attraverso un aumento dei tassi, infatti, la valuta si apprezza e ciò è fondamentale ai fini del dominio monetario globale. Il dollaro, infatti, è uno dei principali strumenti attraverso cui Washington ha imposto il suo primato a livello internazionale tenendo sotto scacco le economie dei Paesi esteri. E poiché i recenti avvenimenti geopolitici minacciano la potenza a stelle e strisce proprio su questo piano, con le principali potenze emergenti che stanno elaborando nuovi meccanismi commerciali e finanziari per smarcarsi dal biglietto verde, l’Occidente ha il disperato bisogno di mantenere forte la sua moneta. Si tratta del resto della stessa operazione messa in atto dalla governatrice della banca centrale russa, Elvira Nabiullina, quando per salvare il rublo dalle sanzioni occidentali ha alzato rapidamente i tassi d’interesse fino al 20%. Tradotto, il rialzo dei tassi si configura come uno strumento di guerra finanziaria per mantenere la supremazia economica occidentale che ha ben poco a che fare col tentativo di abbassare l’inflazione.

Per contenere l’aumento dei prezzi, infatti, esistono altri strumenti di politica economica, quali i massimali di prezzo, le tasse sui profitti aziendali e le misure redistributive. Quello della lotta all’inflazione, dunque, appare piuttosto un paravento per coprire le vere ragioni di tali politiche che, da un lato, abbassano notevolmente il tenore di vita dei popoli ricchi e, dall’altro, espongono i Paesi del sud del mondo al rischio di fallimento o quantomeno di maggiore povertà, a causa dell’impossibilità di ripagare il debito e della pressione ad applicare misure di austerità. Ad esempio, negli ultimi due anni, il costo dei debiti nazionali in America Latina è esponenzialmente aumentato: l’Argentina paga il 21,5 per cento in più di interessi sui titoli di Stato rispetto alla Germania, mentre i tassi affrontati rispettivamente da Ecuador e Venezuela sono pari a 46,8 e 89,4 per cento in più. In media, le dieci maggiori economie latinoamericane pagano il 25,5% di interessi in più rispetto alla Germania. Denaro che deve essere ottenuto attraverso nuovi debiti o tagli alla spesa, o prelevato dalle economie nazionali attraverso le tasse. Di conseguenza, alcuni economisti hanno avvertito che più di cinquanta Stati nel sud del mondo potrebbero non adempiere i loro debiti, mentre la morsa dell’inflazione si fa sentire anche in America Latina.

In questo scenario, però, è emerso il tentativo dei Paesi non occidentali di trovare dei modi per difendersi dalle azioni nocive delle nazioni sviluppate. Nello specifico, sono soprattutto due le tecniche adottate: la riduzione dei propri debiti in valuta estera e lo sviluppo di meccanismi per rispondere alle fluttuazioni dei tassi di cambio. Quanto al primo punto, il Brasile ha ridotto il proprio debito in valuta estera al 3,3%; il Messico al 22,5% e il Cile al 49,6%. Cifre di molto inferiori rispetto al 1979. Quanto al secondo aspetto, invece, stati come la Colombia e il Cile hanno accumulato grandi riserve di valute estere, che possono vendere per stabilizzare le proprie valute nei periodi di turbolenza economica e in tutto il continente le normative del settore finanziario sono diventate più severe con il potere di supervisione assegnato alle banche centrali. Si tratta di un segnale importante di come molti Stati del sud globale stiano cercando di modificare l’architettura finanziaria internazionale disegnata in base agli scopi e agli interessi della finanza americana e anglo-sionista che ha promosso il principio dell’indipendenza della banca centrale. Un principio che permette ai banchieri di agire senza alcuna supervisione della politica né di qualunque altra forza, considerando le decisioni di politica monetaria come esclusivamente tecnocratiche e non politiche. Questo ha conferito loro un enorme potere che li svincola da qualunque velleità di dissenso o critica nei confronti delle loro azioni: è proprio questo principio che rende difficile modificare lo status quo del sistema finanziario internazionale.

Fonte: Indipendente.online

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