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Come sarà la globalizzazione tra 10 anni?

Ci siamo resi conto di quanto la circolazione di idee, merci, capitali, servizi, persone sia fondamentale ma la globalizzazione per come la conosciamo sta già mutando.

Come sarà la globalizzazione tra 10 anni?

Ultime dall’ interdipendenza tecnologica Usa- Cina
From the Chinese Revolution of 1911 to the exclusion from the UN (1949-1971)
La Russia chiude i rubinetti, il gas europeo corre. La Cina abbatte il carbone

Volendo individuare una data dalla quale far cominciare le serie difficoltà in cui si dibatte il fenomeno globalizzazione, potremmo indicare il 20 gennaio 2017, giorno di inaugurazione della presidenza Trump. Infatti, da quel momento il paese più potente del globo, artefice dell’architettura istituzionale mondiale che aveva permesso la globalizzazione, assumeva una posizione ostile al libero commercio, molto restrittiva sull’immigrazione e scettica nei confronti proprio delle organizzazioni e trattati internazionali di cui era stata il perno, dalla Nato al Nafta, dall’Onu al Wto.

Dopo pochi anni la pandemia ha poi colpito duramente le catene di rifornimento globali e i governi, inclusi quelli europei, hanno emanato leggi restrittive sulle acquisizioni transfrontaliere (il nostrano Golden power).

Il 24 febbraio è cambiato il mondo: l’aggressione russa all’Ucraina non solo sta sconvolgendo le vite di milioni di persone, ma scombussola gli equilibri geopolitici ed economici del pianeta.

Diventa perciò urgente porci alcune domande per ragionare sul mondo dei prossimi cinque, dieci anni.

LA RIFORMA DELLE CATENE DI VALORE

Primo quesito: è finita la globalizzazione? Sì e no. Le cosiddette catene del valore si riformeranno, privilegiando di più i Paesi amichevoli con stabilità politico-istituzionale anche rispetto a quelli con manodopera a basso costo, buone infrastrutture e tecnologia. L’Indonesia sulla Cina, per dirne una.

Inoltre, ci sarà una maggiore diversificazione per non rischiare di essere dipendenti da un solo fornitore anche quando questo potrebbe essere conveniente e, per i paesi Ocse (quelli più sviluppati) si assisterà ad un fenomeno di rimpatrio di alcune produzioni. Diventerà più complicato compiere acquisizioni transfrontaliere, l’informazione in alcuni paesi circolerà con molta più difficoltà (Russia e Cina), il commercio di beni tecnologici verrà ristretto.

Si tratta del cosiddetto friendly reshoring, ma non sarà un processo né facile né senza costi. Prima di tutto smantellare la complessa rete di accordi che già lega l’Occidente ai partner commerciali di Paesi non affidabili può portar via molto tempo. L’esempio più eclatante è quello della Russia e del suo ruolo di produttore di gas. Ma lo stesso si può dire del litio, prezioso per le batterie elettriche e la cui produzione a livello mondiale è stata in buona parte accaparrata dalla Cina. In secondo luogo, non solo muoversi da uno Stato all’altro è costoso, ma il luogo prescelto è comunque un second best, sennò sarebbe stato individuato prima. Ed essere second best vuol dire che o i prezzi sono più alti o la qualità più scadente o i tempi di trasporto molto più lunghi.

Infine, il rischio di disengagement è che quei Paesi che oggi sono considerati non amichevoli e che però hanno anche loro da perdere a staccarsi dall’Occidente, una volta che la separazione o l’allentamento dei vincoli commerciali sia avvenuto, possano diventare ostili e comunque non più influenzabili. È pur vero che se si ha a che fare con un autocrate megalomane e spietato come Putin i legami commerciali contano fino a un certo punto, ma non tutte le situazioni sono le stesse. In altre parole bisognerà esercitare una certa dose di prudenza, valutando attentamente i pro e i contro per ogni singola situazione.

Naturalmente non si tornerà completamente indietro, ma la politica potrà peggiorare le cose: dimenticandoci per un attimo il paria Vladimir, Trump o Le Pen sono sempre minacce incombenti e la Cina di Xi Jingping potrebbe avvitarsi su sé stessa. Sarà perciò necessario curare bene il funzionamento degli organismi multilaterali come il Wto, le Nazioni Unite, l’Unesco, la Banca Mondiale, il Fmi, il G20 e così via. L’operato di queste grandi istituzioni può essere a volte frustrante, ma esse rimangono importanti stanze di compensazione e discussione in cui coinvolgere i paesi emergenti. Non è un bene per l’Occidente se l’intesa Brics si allarga ad Arabia Saudita o Iran: si creano mondi paralleli con interessi e spesso valori molto diversi dai nostri e che si possono coordinare a nostro svantaggio, mentre il divide et impera dei romani rimane sempre valido (come il si vis pacem para bellum, peraltro).

Quali saranno le conseguenze? Per un liberale la risposta è ovvia: una diminuzione di benessere e di conoscenza nonché un possibile aumento dell’autoritarismo e delle tensioni militari (“dove non passano le merci passano gli eserciti” ammoniva Bastiat). Fortunatamente, dei benefici effetti del libero scambio se ne stanno accorgendo pure quelli che mettevano in guardia contro l’olio tunisino, a volte con l’argomento di rara pelosità che le sanzioni alla Russia danneggiano altresì l’Italia: e chi l’avrebbe mai detto? Bastava leggersi Hume, Smith e Ricardo, roba buona di 250 anni fa. Però, poiché nel trentennio 1945-1975 il mondo era molto meno interconnesso e ancor più diviso in blocchi e nonostante tutto la crescita è stata impetuosa, non tutto è perduto.

RITROVARE L’ORGOGLIO DI CIVILTÀ

E quindi, terza domanda: che fare? La cosa più sensata è di non esagerare: non è necessario estendere il Golden power alla vendita di drogherie, anzi bisogna allentarne l’estensione quando le transazioni commerciali sono tra Paesi amici. Né il rimedio alla temporanea crisi di approvvigionamenti alimentari consiste nell’aumento sconsiderato e a lungo termine dei finanziamenti all’agricoltura europea, come i gruppi di interesse del settore si stanno affrettando a sollecitare.

In secondo luogo, bisogna riprendere con grande vigore l’integrazione commerciale e i trattati di libero scambio tra Occidente, area Pacifico e Africa. Ci siamo appunto resi conto di quanto la circolazione di idee, merci, capitali, servizi, persone sia fondamentale. Il pallino è soprattutto nelle mani degli Usa, ma l’Europa e l’Italia possono fare la loro parte: nel nostro Paese, ad esempio, favorendo le politiche di concorrenza e l’efficienza delle imprese. Peraltro, ci accorgiamo quanto i sussidi pubblici siano distorsivi quando arrivano le imprese cinesi sovvenzionate a competere con le nostre e a cercare di comperarle. Ebbene, sono distorsivi sempre: la pandemia ha richiesto un grande afflusso di denaro pubblico, ma il metadone non è mai stata la soluzione definitiva allo stato di dipendenza. È auspicabile quindi che ritorni in pieno vigore e si rafforzi la normativa europea sugli aiuti di Stato, rendendola parte integrante anche dei trattati commerciali.

Dal punto di vista della battaglia delle idee, inoltre, è necessario che l’Occidente riprenda l’orgoglio della sua civiltà. È vero, c’è un passato di colonialismo, imperialismo, razzismo, ma non era un’esclusiva occidentale. Tutti erano imperialisti e colonialisti quando erano più forti: dagli Ottomani ai Mongoli di Gengis Khan per arrivare al Giappone del XX secolo. E per il razzismo basta guardare la storia di stragi tra le etnie africane o le civiltà pre-colombiane o come le culture asiatiche abbiano considerato (e a volte ahimè tuttora considerino) i vicini. Abbiamo le nostre colpe, ma noi abbiamo diffuso la tolleranza, il libero commercio, le università, la libertà di stampa, il metodo scientifico, la tecnologia, lo Stato di diritto, le istituzioni internazionali, i parlamenti, l’habeas corpus, l’accettazione completa di persone con differenti preferenze sessuali e la stragrande maggioranza di pratiche e principi cui in teoria tutti dicono di ispirarsi. Quindi la cancel culture, la critical race theory, il tribalismo di genere, razza o preferenze sessuali e l’eccesso di politicamente corretto sono espressioni culturali che possono sì far emergere distorsioni ancora presenti nelle nostre società, ma non devono farci dimenticare che possiamo e dobbiamo andare fieri e ribadire valori che oggi sono universali. Sono questi valori la vera base della globalizzazione.

In conclusione, politica e pandemia ci impoveriscono, ma abbiamo ancora frecce all’arco: grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.

Fonte: Startmag.it

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