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Nuove tensioni tra India e Cina

Nella notte tra l’8 e il 9 dicembre scorso, soldati cinesi e indiani si sono scontrati nella zona di Tawang, situata nello Stato indiano di Arunachal Pradesh. Lo scontro, avvenuto con manganelli e bastoni, sarebbe durato qualche ora concludendosi con il ritiro dei soldati cinesi. Attraverso canali diplomatici e militari, la situazione è poi stata riportata alla normalità. Almeno 6 soldati indiani sarebbero rimasti feriti.

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Il Ministro della Difesa indiano, Rajnath Singh, ha dichiarato al Parlamento che le truppe cinesi hanno sconfinato nel territorio indiano e hanno cercato di cambiare unilateralmente lo status quo, ma che le truppe indiane hanno risposto con fermezza e forzato i cinesi a ritornare alle loro posizioni.

Il Portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha commentato l’accaduto affermando che la situazione lungo il confine con l’India al momento è stabile e che le due parti mantengono un dialogo aperto attraverso canali diplomatici e militari.

Il colonnello Long Shaohua, portavoce del Comando del Teatro Occidentale dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese, ha dichiarato che nel corso di un pattugliamento lungo il confine, nell’area di Dongzhang, le truppe cinesi hanno incontrato truppe indiane che avevano sconfinato e “hanno risposto in modo professionale, nel rispetto delle regole e risoluto, riportando la situazione sotto controllo.”

Le dispute sul confine tra India e Cina

India e Cina condividono un confine di oltre 3.000 km la cui demarcazione è assente o incerta ed è oggetto di disputa tra India e Repubblica Popolare Cinese sin dagli anni ’50.

Oltre alla questione della demarcazione, l’India rivendica la regione del Aksai Chin (un altopiano di circa 38.000 kmq al confine con il Ladakh) amministrata dalla Cina che, a sua volta, rivendica l’Arunachal Pradesh (regione nel nord-est dell’India divenuta Stato nel 1987) con il nome di Tibet del Sud (“Zangnan”) in virtù di collegamenti storici con il Tibet ed il buddhismo tibetano (Tawang, ad esempio, è il luogo di nascita del sesto Dalai Lama e meta di pellegrinaggio).

Il confine di fatto (chiamato anche Line of Actual Control – LAC) è suddiviso in tre settori: quello occidentale, corrispondente al Ladakh; quello centrale, dove si trovano gli Stati indiani di Himachal Pradesh e Uttarakhand; e quello orientale, che va dallo Stato di Sikkim lungo quello di Arunachal Pradesh.

Nell’ottobre del 1962 vi fu anche un breve conflitto tra Cina e India che vide prevalere la Cina. Lo scontro armato, tuttavia, non fu motivato dalla volontà cinese di risolvere con l’uso della forza le dispute di confine, ma da questioni interne relative alla leadership di Mao Zedong e il timore che India e Stati Uniti sfruttassero le rivolte in Tibet per provocarne la secessione.

Negli anni ’90, dopo la fine della guerra fredda e la divisione in blocchi, India e Cina hanno avviato un percorso di normalizzazione dei rapporti, soprattutto in campo economico, senza però mai riuscire risolvere la questione del confine, rimasto, tuttavia, sostanzialmente pacifico.

L’ascesa al potere di Xi Jinping, nel 2012 e, con essa, l’adozione da parte cinese di una postura più assertiva, da una parte, e, dall’altra, l’avvio da parte indiana di opere infrastrutturali lungo il confine, per controbilanciare il vantaggio logistico acquisito da Pechino negli anni, hanno portato ad una serie di incidenti lungo la LAC: Depsang nel 2013, Chumar nel 2014, Doklam nel 2017 e nel Ladakh nel 2020.

Gli scontri del 2020 e il disimpegno nel 2022

Gli scontri del 2020 nel Ladakh (innescati dalla costruzione della strada Darbuk-Shyok-Daulat Beg Oldi in prossimità della LAC) hanno segnato negativamente i rapporti tra India e Cina portandoli ad uno dei punti più bassi da diversi anni. In particolare, in virtù del fatto che nel corso degli scontri del 15 giungo nella Valle di Galwan hanno perso la vita almeno 20 soldati indiani (le prime vittime dal 1975) ed è seguito un aumento significativo della presenza militare sul confine.

Solo lo scorso settembre, dopo diversi giri di negoziati, India e Cina avevano concluso il reciproco progressivo disimpegno dalle zone interessate dagli incidenti del 2020, poco prima del summit della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) a Samarcanda.

Nel corso del summit del G20 a Bali il primo ministro Narendra Modi ed il presidente Xi Jinping erano stati anche ripresi stringersi la mano durante la cena organizzata dal Presidente indonesiano Joko Widodo.

A rischio il disgelo tra Nuova Delhi e Pechino?

Il recente scontro di Tawang – avvenuto con modalità simili a quelle della Valle di Galwan del 2020 – sembrerebbe aver interrotto il disgelo tra India e Cina, manifestato dal disimpegno nel Ladakh e dall’incontro tra Modi e Xi a Bali. In realtà, i rapporti tra Nuova Delhi e Pechino erano rimasti tesi.

In primo luogo, incidenti simili nell’area di Tawang non sono una novità, in quanto erano già occorsi, oltre che nel 2016, nell’ottobre del 2021, pendenti i negoziati per il disimpegno nel Ladakh. Pechino, inoltre, ha costruito dei villaggi in alcune aree contestate per affermarvi la propria sovranità.

In secondo luogo, lo scorso novembre si sono tenute le esercitazioni militari Yudh Abhyas 2022 tra India e Stati Uniti in Uttarakhand, vicino al confine cinese, che hanno suscitando forti proteste da parte di Pechino.

In terzo luogo, lo stesso ministro degli esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha più volte ribadito, anche dopo il disimpegno del settembre scorso, che le relazioni tra India e Cina non sono normali e non lo saranno fino a quando il confine non sarà pacifico, saranno rispettati gli accordi e non vi sia alcun tentativo unilaterale di cambiare lo status quo.

Le ragioni dietro lo scontro di Tawang

L’incidente di Tawang può avere due chiavi lettura, una politica e l’altra militare.

Dal punto di vista politico – come riferisce il Dott. Tsering Topgyal dell’Università di Birmigham alla BBC – la strategia di Pechino potrebbe essere quella di “mantenere viva la disputa sui confini con l’India, compresa la rivendicazione sull’Arunachal Pradesh, come mezzo per frenare le ambizioni indiane e regolarne il comportamento, ad esempio rispetto i crescenti legami con gli Stati Uniti”. Non sarebbe, quindi, un caso che lo scontro sia avvenuto a ridosso delle esercitazioni militari Yudh Abhyas.

Dal punto di vista militare – scrive il generale in pensione G.G. Dwivedi in un articolo sul Indian Express – l’area dello scontro possiede un’immensa importanza tattica in quanto si trova su un’altura dalla quale si domina tutta l’area. L’interesse cinese è da sempre quello di “scacciare” le truppe indiane da quella posizione e di occuparla per acquisire un vantaggio, anche in ipotesi di negoziati.

In conclusione, la questione del confine tra India e Cina sembra destinata a restare irrisolta con il rischio costante di incidenti e scontri, seppur sotto la soglia del conflitto aperto (India e Cina sono entrambe potenze nucleari). Sia Nuova Delhi che Pechino, prevedibilmente, continueranno ad incrementare le infrastrutture logistiche lungo il confine al fine di garantirsi un vantaggio tattico e aumentare la deterrenza nei confronti dell’altro.

Fonte: Geopolitica.info

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