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Bennett: la rivoluzione interrotta

Bennett: la rivoluzione interrotta

Duro con l’Iran (come Bibi) ma soft con gli Usa. Bennett vede Biden
Naftali Bennett viajó a Egipto: es la primera visita de un primer ministro de Israel en 10 años
Israel’s first Jewish-Arab coalition facing rough weather

Quella di Naftali Bennett in Israele è stata una rivoluzione politica interrotta sul nascere, il tentativo di ricostituire su forme diverse la convivenza politica interna e la proiezione internazionale di un Paese complicato in cui, per la prima volta nella storia, l’interesse nazionale è stato fatto coincidere con l’unità nazionale. Nella consapevolezza che per garantire la sopravvivenza di Israele fosse necessario mettere all’angolo le pulsioni ultra-nazionaliste di Benjamin Netanyahu, causa di tensioni politiche e scontri interne, la pace politica è stata messa in campo sul fragilissimo terreno di una coalizione eterogenea forte di 61 seggi su 120, imperniata sul centro-destra di Yamina, partito di Bennet, e sul centro liberale di Yesh Atid, partito del Ministro degli Esteri Yair Lapid, ma esteso alla sinistra laburista, ai moderati e perfino alla Lista Araba Unita.

Bennett oltre Netanyahu

La caduta del governo è avvenuta su una questione relativamente marginale dopo che un deputato fino a poche settimane fa anonimo, Idit Silman, parlamentare di Yamina, ha a inizio giugno annunciato di voler ritirare il sostegno al governo per via del mancato rispetto della ritualità pasquale ebraica negli ospedali pubblici di Israele.

Una questione di bandiera e di importanza relativamente minore che secondo Piccole Note testimonia la “vittoria di Netanyahu” contro chi voleva metterlo all’angolo: Bennet ad alleati “avevano garantito al Paese di poter governare con pragmatismo, evitando cioè di impantanarsi sui temi divisivi”, e proprio la scelta come premier dell’ex imprenditore del tech e manager voleva essere una dimostrazione di questo fatto. L’obiettivo dei partiti alleati era “traghettare Israele verso un post-Netanyahu. Hanno perso la scommessa e, persa la maggioranza alla Knesset, hanno deciso di portare il Paese a nuove elezioni” che si preparano a polarizzare il Paese.

L’equazione di Bennett è stata tanto rivoluzionaria quanto spericolata: superare Netanyahu separando il grano dal loglio nella sua eredità. Il grano, nella sua concezione: il consolidamento della posizione di Tel Aviv nel Mediterraneo, l’apertura dei canali diplomatici con i Paesi arabi, la proiezione in Africa, il consolidamento della sicurezza interna. Il loglio, invece era rappresentato dal deterioramento della democrazia interna, dalla subordinazione del futuro politico del Paese alla turbolenta agenda giudiziaria del premier più longevo del  Paese, dalla portata destabilizzante di un nazionalismo etnico che ha avuto il suo apogeo nell’applicazione concreta della legge “Israele Stato ebraico” del 2019, dalla rottura del tacito patto politico che vincolava l’interventismo militare di Tel Aviv a ragioni di reale sicurezza nazionale con i raid lanciati su Gaza unicamente per consolidare un potere in declino e, dato sottovalutato in molte analisi, dall’avvitamento sul laicismo estremo della destra del Likud, il partito da Netanyahu.

La diplomazia come arma per l’unità nazionale

Sul primo fronte, il moderato Lapid, Ministro degli Esteri e designato successore di Bennett come traghettatore di Tel Aviv verso il quinto voto in quattro anni, ha giocato un ruolo chiave di pontiere e tessitore. Israele ha pensato globale per agire locale: si è opposto alla ripresa dei colloqui sul nucleare iraniano, ma con meno preclusioni rispetto al passato, accontentandosi del contenimento sul terreno promosso verso i proxy regionali di Teheran; ha esteso il perimetro degli Accordi di Abramo negoziati da Netanyahu svincolandoli tanto dalla questione della contrapposizione con l’Iran quanto dalla rottura della narrazione sulla Palestian.

Il governo Bennett ha ricostruito le fondamentali relazioni con la Turchia puntando a valorizzare gli scambi energetici e la stabilizzazione del comune estero vicino; ha guardato all’Egitto, alla Grecia, a Cipro e addirittura al Libano puntando sulla convergenza energetica; ha scommesso, nelle fasi finali dell’esecutivo, sulla partnership con l’Italia in virtù di un’alleanza infrastrutturale sul gas. Soprattutto, ha agito senza preclusioni da piccola potenza globale sul fronte della guerra russo-ucraina smarcandosi dagli Stati Uniti, che hanno incentivato la guerra per procura di Kiev contro l’invasore, senza però mancare di offrire il sostegno a Volodymyr Zelensky e di portare un ramoscello d’ulivo verso Vladimir Putin.

Ci sono ragioni geopolitiche ma anche precise dinamiche interne nelle manovre distensive promosse da Bennett e Lapid in questo campo: il governo di unità nazionale ha avuto, come dicevamo, il mantenimento della coesione nel Paese come Stella Polare e ha compreso che un contesto globale in cui Russia e Usa vanno verso uno scontro irriducibile mette a repentaglio la posizione di Israele. In primo luogo facendo franare l’architettura securitaria internazionale che Tel Aviv vuole rendere stabile e prevedibile e generando crisi securitarie capaci di generare forti riverberi sul Medio Oriente. In secondo luogo, generando faglie interne allo Stato ebraico in cui convivono nutrite comunità originarie dei due Paesi in lotta.

In quest’ottica il governo di unità nazionale ha voluto smarcare la politica estera del Paese dall’accostamento all’ultra-nazionalismo e al nazional-conservatorismo a cui Netanyahu l’aveva ancorata. Retaggio dell’era di Donald Trump e del legame ombelicare sull’asse Washington-Tel Aviv-Riad in funzione anti-iraniana, questa politica estera rischiava di marginalizzare Israele se usata come retorica fine a sé stessa. Bennett ha compreso che in diversi campi (come l’apertura di legami con gli Emirati Arabi Uniti e diversi Paesi africani) queste mosse avevano avuto il merito di aprire una breccia per Tel Aviv e ci si è inserito con forza.

Le sfide interne

L’imperativo è stato categorico: smarcarsi da Netanyahu. E questo è valso, a maggior ragione, per la politica interna. In cui l’equilibrismo e il pragmatismo hanno però incontrato maggiori resistenze.

Naftali Bennett, il premier del partito che rappresenta i coloni dei territori palestinesi, è divenuto il primo capo del governo a avere il sostegno di un partito arabo; la sua formazione, pur alleata con le frange moderate del sionismo laicista, ha voluto riportare il tema della religione nel discorso pubblico per evitare strumentalizzazioni estremiste, tanto che come nota l’Ispi, “Bennett sarà ricordato come il primo premier della storia d’Israele a portare la kippah, lo zucchetto rituale degli ebrei ortodossi”. Il conservatore Bennett è stato premier pragmatico che ha annunciato l’apertura di zone industriali congiunte al confine tra Israele e Palestina, è riuscito a far approvare il primo bilancio dello Stato da tre anni, lanciando piani di venture capital su start up tecnologiche capaci di accumulare un miliardo di dollari di investimenti stock nel primo trimestre del 2021, progetti di consolidamento del risparmio, piani di rilancio del potenziale tecnologico del Paese. Il tutto in un quadro in cui ogni proposta politica finiva per passare sul filo.

Futuro incerto

In quest’ottica, c’è da sottolineare che quasi tutte le formazioni hanno messo sul campo una profonda emorragia di consensi per una coalizione dotata di innegabili obiettivi politici ma scarsamente amalgamata. La stessa Yamina, il partito di Bennett, potrebbe in caso di ritorno alle urne dimezzare da 8 a 4 i suoi seggi; Focolare Ebraico calerebbe nei sondaggi da 7 a 5, Nuova Speranza e la sinistra di Meretz da 6 a 4. La crescita di Yesh Atid (da 17 a 20/21 seggi) non basterebbe a compensare gli equilibri rinverdendo lo schema di tutti contro Netanyahu. La recente crisi in Palestina, l’esasperazione dei temi da parte della destra ultra-ortodossa, che Bennett con la sua politica religiosa ha provato a prevenire, la spaccatura tra esponenti delle minoranze e sionisti nella coalizione e l’indubbio arroccamento del Likud attorno all’ex premier Netanyahu nel fare opposizione dura e pura alla lunga hanno eroso l’esecutivo.

Il mutato clima globale, con i toni da nuova contrapposizione globale tra le potenze, con la crescita di influenza dei “neoconservatori di sinistra” nelle stanze di potere di Washington e il ritorno in auge dei Repubblicani Usa che mirano la riconquista della Casa Bianca nel 2024, può in questo contesto causare smottamenti anche sulla politica israeliana, rendendo più solida la posizione di Netanyahu agli occhi di blocchi di potere, come quello democratico americano, che nei suoi ultimi mesi di governo lo hanno avversato. Tutto sembra prefigurato perché la portata rivoluzionaria dell’esecutivo che ha provato a stabilizzare Israele vada presto a esaurirsi e che la politica di Tel Aviv scivoli nuovamente in un tutti contro tutti. Con gravi ripercussioni sulla proiezione del Paese e sulla stabilità regionale.

Fonte: Insiderover.it

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