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Il Ritorno all’ uranio

Il Ritorno all’ uranio

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Cosa c’entra lo Utah con l’invasione dell’Ucraina? Questo stato americano, tra Nevada e Colorado, ospita montagne, deserti, un grande lago e, nella parte meridionale, un altopiano con un sito di estrazione dell’uranio, uno dei pochi rimasti negli Stati Uniti. In un altro continente infuria la guerra di Putin, che non fa solo morti nelle città e nei campi di battaglia, ma destabilizza l’economia globale e costringe molti Paesi a trovare nuovi equilibri. Particolarmente colpito è il mercato dell’energia. L’area di White Mesa, nel sud dello Utah, sembra una reliquia dei tempi del boom. Per anni ha continuato a macinare indefessa, convertendo uranio in polvere condensata, mentre altri luoghi di estrazione americani chiudevano sopraffatti dalla concorrenza. Nel 1980 le miniere di uranio statunitensi, al culmine della produzione, sfornarono in un anno circa 19 milioni di chilogrammi. Poi il crollo. Difficile competere con le importazioni a basso costo da Canada, Australia e, in seguito, ex stati sovietici. Ma la guerra dell’energia si combatte ovunque, anche da un altopiano dello Utah. Da lì potrebbe scattare il rilancio dell’industria americana dell’uranio, la materia delle centrali nucleari.

Quella atomica è un’energia che il presidente americano, Joe Biden, vuole incentivare, visto che produce zero gas serra, e sta tornando quindi di moda oggi che il mondo deve far fronte alla crisi climatica. Il problema è che l’uranio di cui si servono gli Stati Uniti è importato per circa la metà dalla Russia e da due suoi alleati: Kazakistan e Uzbekistan. Un bel dilemma, quindi. Da una parte c’è chi chiede di tagliare queste importazioni, a partire da quelle in arrivo dalla Russia, affidandosi invece allo sviluppo di fonti interne. Dall’altra, se gli Stati Uniti optassero davvero per il bando, l’industria del nucleare si ritroverebbe all’improvviso con poco carburante. Tanto più che la Russia, al momento, è l’unico fornitore commerciale dell’uranio necessario per i reattori di ultima generazione, che mirano a ridurre costi e problemi di sicurezza. La soluzione quindi parrebbe ovvia: ricavarsi da sé la materia prima. John Barrasso, senatore repubblicano del Wyoming, è determinato a sostenere l’industria dell’uranio nel suo territorio. “Abbiamo messo al bando gas, carbone e petrolio russo. Non c’è ragione per continuare a comprare uranio da Mosca quando ne abbiamo così tanto negli Stati Uniti”, ha detto. E nel frattempo sono stati presentati due disegni di legge in Congresso, da membri sia democratici che repubblicani, per vietare le importazioni di uranio dalla Russia. A questo si aggiungono le manovre del governo federale, che, secondo il segretario dell’energia Jennifer Granholm, starebbe sviluppando “una strategia nazionale per l’uranio”. Poi c’è TerraPower, la società cofondata da Bill Gates che sta costruendo un reattore nel Wyoming. All’inizio avrebbe voluto servirsi di materia prima russa, ma ora ha deciso di cambiare fornitori.

Ecco quindi che le aziende americane di uranio cominciano ad annusare l’affare. Il prezzo di mercato, secondo alcuni analisti, potrebbe aver raggiunto un livello quasi sufficiente da giustificare il riavvio di miniere a lungo inattive. C’è speranza, ma anche lo scoglio della realtà: il prezzo, come detto, è soltanto “quasi” sufficiente per tornare a scavare. Quindi l’industria estrattiva avrà bisogno di sovvenzioni dal governo. Ma questo forse non è l’ostacolo più grosso. L’apertura di nuovi siti d’estrazione, specialmente d’uranio, incontra spesso l’ostilità di comunità locali e gruppi di protezione ambientale. Negli Stati Uniti come nel resto del mondo, soprattutto in Occidente. Per esempio, ci sono più di 500 miniere d’uranio abbandonate solo nelle terre Navajo. Mentre gli ambientalisti dell’Arizona si battono contro lo sviluppo di una miniera inattiva a sud del Grand Canyon. Anche le strutture di White Mesa attirano una ricca dose di ingiurie. Vengono descritte – in questo caso dall’associazione Grand Canyon Trust – come discariche di rifiuti radioattivi. Soltanto una piccola quantità di uranio verrebbe estratta dalle scorie, protestano gli attivisti, mentre il resto degli avanzi tossici filtrerebbero nell’ambiente, inquinandolo.

La centrale nucleare di Hinkley Point che sta prendendo forma in Inghilterra, ai margini del Canale di Bristol. I due reattori, una volta ultimati, garantiranno 3,2 GW di potenza: il 7% del fabbisogno elettrico del Regno Unito. I lavori, però, sono in ritardo e i costi hanno superato le previsioni

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Se si cercano con calma altri dati, però, si scopre che l’energia nucleare non è poi così pericolosa. Uno studio recente pubblicato da Our World in Data, afferma che un terawattora di elettricità ottenuto bruciando carbone è associato a una media di 24,6 morti, in gran parte causati dell’inquinamento atmosferico da particolato. Il gas naturale è circa dieci volte meno letale. Più sicura di tutte risulta l’elettricità delle centrali nucleari: secondo la ricerca di Our World in Data, citata dall’Economist, l’energia dell’atomo causerebbe solo 0,03 morti per terawattora. Anche se si includono nel calcolo i quattromila decessi per le radiazioni di Chernobyl e le 573 vittime legate all’incidente di Fukushima, in Giappone – queste ultime, tuttavia, morte per “spossatezza e aggravamento di malattie croniche” -. Non stupisce, quindi, che per la transizione energetica gli Stati Uniti, come diverse altre democrazie (Francia e Corea del Sud, per citarne alcune), puntino a rafforzare il nucleare, tra l’altro appena inserito, insieme al gas, nella lista degli investimenti “green” dal parlamento europeo.

Del resto, puntare sul nucleare sembra inevitabile, perché le rinnovabili dipendono ancora troppo dagli sbalzi improvvisi del meteo. Ne è una prova ciò che è successo lo scorso inverno, insolitamente poco ventoso, che ha compromesso l’offerta d’energia eolica in tutta Europa. Cosa che ha poi contribuito al rialzo dei prezzi del gas. Così Biden vuole sostenere le centrali nucleari esistenti e incentivare lo sviluppo di nuovi reattori avanzati. In fondo l’obiettivo degli Usa è grossomodo lo stesso dell’Unione europea: dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030 e raggiungere le zero emissioni nette nel 2050. Il nucleare fornisce circa il 20% dell’elettricità statunitense, un ammontare analogo a quello generato dalle rinnovabili. Il resto viene da fonti fossili, che inquinano e producono anidride carbonica, il gas responsabile del cambiamento climatico. Gli Stati Uniti, però, sono reduci da decenni di finanziamenti scarsi, malgrado siano ancora oggi il più grande produttore al mondo d’energia nucleare. Tante centrali sono agli sgoccioli del loro ciclo, e negli ultimi 20 anni è stato costruito un solo nuovo impianto. Ora l’urgenza della crisi potrebbe iniettare nuova linfa in questo settore. Compresa l’estrazione di uranio, in modo da non dipendere più così tanto dalle forniture di un nemico conclamato come la Russia.

 

 

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