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Sulle nuove regole Ue per il crowdfunding l’Italia è in ritardo. A rischio piattaforme, aziende e risparmiatori

Il nodo da sciogliere è la pronta identificazione di un’autorità nazionale, con i poteri necessari al rilascio delle licenze nazionali. Rischiamo una fuga di cervelli, risorse e investimenti

Sulle nuove regole Ue per il crowdfunding l’Italia è in ritardo. A rischio piattaforme, aziende e risparmiatori

L’Italia sta mettendo a rischio tutto il comparto del crowdinvesting, che vale più di mezzo miliardo di euro. Tutto perché siamo lenti, troppo lenti.

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L’Italia sta mettendo a rischio tutto il comparto del crowdinvesting, che vale più di mezzo miliardo di euro. Tutto perché siamo lenti, troppo lenti. Da novembre 2021 a oggi, infatti, il nostro Paese non è stato in grado di dare piena attuazione al nuovo regolamento europeo sugli European Crowdfunding Service Providers, in pratica il set di nuove regole che ha creato il mercato unico europeo e che riguarda sia il crowdfunding in equity (capitale), sia buona parte di quello in lending (prestiti).

Il nodo da sciogliere è la pronta identificazione di un’autorità nazionale, con i poteri necessari al rilascio delle licenze nazionali, indispensabili affinché le piattaforme di crowdfunding possano continuare a operare sia in Italia, sia nello spazio economico europeo. Secondo l’Associazione Italiana Equity Crowdfunding, l’accordo tecnico ci sarebbe già: “Le istituzioni finanziarie competenti (Consob e Banca d’Italia) hanno trovato da tempo una soluzione congrua e l’hanno sottoposta al Governo – spiegano – Tuttavia, a quanto ci risulta, la norma viene continuamente espunta da tutti gli atti normativi in discussione e quindi non arriva in Gazzetta Ufficiale”.

Se il ritardo dovesse perdurare fino al 10 novembre 2022, data di scadenza dell’attuale periodo transitorio, ci troveremmo davanti a un grave fallimento per il sistema dell’innovazione: in un momento di forte recessione e grave crisi economica si bloccherebbe un motore finanziario che negli ultimi anni ha garantito ossigeno a migliaia di aziende, soprattutto PMI e startup. Le circa 100 piattaforme già autorizzate e operative in Italia dovranno essere spente, con un rischio reale di perturbazione del mercato, visto che, tramite queste piattaforme, migliaia di piccoli investitori italiani hanno investito centinaia di milioni. Uno scenario decisamente grigio, ma è davvero possibile che si verifichi?

“Sono un ottimista e francamente spero proprio di no – risponde Alessandro Maria Lerro, avvocato, tra i massimi esperti italiani di regolamentazione del crowdfunding – Se a breve non si dovesse sbloccare la normativa nel modo adeguato, i gestori delle piattaforme faranno di tutto per proteggere il loro mercato e gli investimenti dei loro clienti, nell’unico modo che è rimasto loro a disposizione: trasferendosi all’estero, e richiedendo le autorizzazioni ad autorità di Paesi Europei che non hanno uno sviluppato mercato del crowdfunding e che stanno aspettando a braccia aperte le decine di ottimi operatori italiani con il loro indotto. Pochi giorni fa si è espresso in questi termini anche il direttore esecutivo dell’associazione europea del crowdfunding, con il giusto obiettivo di proteggere il mercato, invitando i portali italiani a trasferirsi all’estero”.

Rischiamo, quindi, non solo una fuga di cervelli, risorse e investimenti, ma anche un’altra grave conseguenza: la Consob e la Banca d’Italia perderebbero i loro poteri di vigilanza sul mercato a protezione dei consumatori e delle imprese. Come ci conferma Lerro: “In caso di comportamenti scorretti dovrebbero limitarsi ad una comunicazione all’autorità straniera, e solo questa potrebbe esercitare i poteri di vigilanza”.

Peraltro proprio martedì nel tradizionale discorso ai mercati, il presidente della Consob Paolo Savona aveva invitato a fare ogni sforzo per evitare i cosiddetti arbitraggi regolamentari, cioè quelle situazioni nelle quali si scelgono normative e autorità di comodo, sottraendosi all’autorità e alla giurisdizione naturale. Sempre da Savona e sempre nell’ambito del discorso ai mercati si attendeva un cenno sul crowdfunding e sull’impellenza di identificare un’autorità nazionale quanto prima. Un cenno che non è arrivato.

Insomma, il ritardo italiano è ormai da allarme rosso su tutti i livelli: le piattaforme rischiano di dover chiudere, le aziende rischiano di dover rinunciare a un canale di finanziamento, in alcuni casi esclusivo e i piccoli investitori rischiano di doversi spostare su altri prodotti poco interessanti, tipo i BTP, o molto rischiosi, tipo le criptovalute.

E non finisce qui perché: “Qualora l’Italia fosse inadempiente agli obblighi comunitari di adeguamento normativo, sarà sanzionata per l’ennesima volta. – conclude Lerro – Quindi oltre al danno ci sarà la beffa: le sanzioni le pagano i cittadini. Poi è evidente che gli operatori del mercato, i risparmiatori danneggiati e le imprese avvieranno un turbinio di azioni legali risarcitorie nei confronti di chi ha omesso colpevolmente di rispettare gli obblighi normativi”.

Non c’è dubbio che i risparmi degli italiani facciano gola a tanti, alle piattaforme fintech certo, come agli operatori bancari tradizionali. Ma se qualcuno sta facendo melina per danneggiare la concorrenza, per salvaguardare interessi costituiti, o ancora per recuperare terreno nel campo del credito all’impresa, allora sta giocando contro gli interessi nazionali. In primis contro aziende e piccoli risparmiatori.

Fonte: Huffpost.it

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