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Silenzio assordante di chi ha un vocabolario mentale povero

È vero che il rumore oggi è così onnipervasivo nella nostra società che una sua totale assenza può apparirci indescrivibile, ma non è un buon motivo per usare espressioni a sproposito. Il linguaggio dell’informazione fa scorpacciate di automatismi, iperboli, frasi fatte (e a effetto)

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Che cosa sia un “silenzio irreale” qualcuno ce lo dovrebbe spiegare. O non ci sono suoni, e allora c’è il silenzio, un silenzio effettivo, reale; oppure qualche suono c’è, magari anche fragoroso, e allora non c’è il silenzio. Un silenzio irreale è un silenzio che non c’è, e quindi non è silenzio ma rumore. È vero, esiste anche un suono del silenzio, come cantavano tanti anni fa Simon & Garfunkel, ma quello è un’altra cosa, qualcosa che si sente con la mente e non con le orecchie.

Di automatismi, frasi fatte, frasi a effetto, iperboli, metafore miserevoli il linguaggio dell’informazione fa scorpacciate: un edificio o un artefatto uscito dalle cure dei restauratori “torna all’antico splendore”, i resti di una persona scomparsa rinvenuti in capo a lunghe ricerche sono “poveri resti”, la fuga in auto di criminali inseguiti dalla polizia è una “folle corsa”, dopo un incidente stradale le vittime vengono estratte dalle “lamiere contorte”, un’aggressione è sempre “brutale”, un delitto “efferato”, la violenza “inaudita”, i processi alla criminalità organizzata sono “megaprocessi” con “supertestimoni” e le sentenze che per eccesso o per difetto disattendono le attese sono invariabilmente “sentenze shock”. Ah, e durante le pause di una manifestazione sportiva, in televisione, vanno in onda i “superspot”.

Non c’è scampo. Come un pavesiano vizio assurdo, la tentazione delle frasi logore, che non dicono (più) niente, ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, assordante. Sono anche questi i guasti di un cattivo modo di fare informazione: non quello – ovviamente il più nefasto – che diffonde notizie false, incomplete, non verificate, e a volte non si fa scrupolo di alimentare campagne denigratorie; ma quello che procede col pilota automatico, non si interroga sul significato delle parole, e nondimeno pretende di sfoggiare strumenti retorici che non padroneggia. Si chiama sindrome dello scrittore mancato, in cui si riverbera la frustrazione di quanti, anziché raccontare, semplicemente e chiaramente, i fatti, e segnatamente i fattacci, li sfruttano come occasioni per dare la stura alle proprie velleità letterarie incomprese. Ma se è vero che tanti grandi scrittori sono stati (spesso grandi) giornalisti, bisogna pure riconoscere che non tutti i (magari grandi) giornalisti diventano anche grandi scrittori. A ognuno il suo mestiere.

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