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Legge di bilancio 2023

Una manovra insufficiente per la tenuta dei redditi e delle pensioni, falcidiati dall’inflazione a due cifre e iniqua dal punto di vista fiscale per il mancato rinnovo dei contratti pubblici prevista solamente l’una tantum dello 1.5%

Legge di bilancio 2023

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E’ stata resa nota in queste ore la versione “bollinata” dalla RGS della Legge di bilancio 2023 che da oggi inizia l’iter parlamentare e che dovrà concludersi entro il 31 dicembre 2022 per scongiurare l’esercizio provvisorio.

Da una prima lettura emerge da un lato il carattere iniquo delle misure in ambito fiscale con la previsione della flat tax al 15% per i redditi da lavoro autonomo fino a 85.000 euro, mentre lavoratori dipendenti e pensionati sono tassati alla fonte, con aliquote ben più alte, e con la riproposizione dell’ennesimo condono delle cartelle esattoriali, che premia i furbi e penalizza chi le tasse le ha pagate. Così come l’aumento dell’utilizzo del contante fino a 5.000 euro è un chiaro segnale nella direzione di chiudere un occhio sulle transazioni in nero e sull’evasione fiscale.

Sul lavoro pubblico vengono congelati i rinnovi contrattuali scaduti a dicembre 2021 e viene prevista solo l’erogazione di una somma una tantum pari all’1,5% di incremento degli stipendi, presumibilmente a titolo di acconto. E’ di tutta evidenza come tale “mancetta” sia del tutto inaccettabile, a fronte di un’inflazione annua che solo per il 2022 si attesta intorno al 10%, e che essendo percentualizzata in modo lineare sulla retribuzione complessivamente percepita, comporta benefici economici (si fa per dire) più alti per chi guadagna di più. Si passa da circa 75 euro mensili per i dirigenti a poco più di 27 euro medi lordi per il personale delle Aree professionali.

Un indebolimento del potere di acquisto che avrà effetti non solo sulla vita di milioni di lavoratrici  e lavoratori e sulle loro famiglie, ma avrà anche un effetto recessivo molto forte. Sulla PA  continua poi la logica dei tagli lineari e della spending review con 800 milioni di tagli per le Amministrazioni centrali e mancati nuovi investimenti, con il risultato che saranno ancora più a rischio gli obiettivi posti a base del PNRR, su cui si registrano già notevoli ritardi.

Anche sul fronte delle pensioni la manovra appare insufficiente, con una rivalutazione delle pensioni minime molto blanda, la penalizzazione con la mancata o parziale  indicizzazione di quelle che superano i 2.815 euro lordi, un depotenziamento di Opzione Donna in versione ristretta con la  nuova variabile figli, quota 103 (41 anni di contributi e 62 di età), che riguarderà poco più di 40.000 lavoratori. Misure che complessivamente stimano un risparmio sulla spesa pensionistica pari a 2,1 miliardi di euro.

D’altro canto anche le misure per il lavoro sono insufficienti: si confermano le percentuali di abbattimento del cuneo fiscale varate da Draghi, che  però, in una fase di forte ripresa dell’inflazione, incidono molto relativamente sulla tenuta del potere di acquisto, mentre l’indebolimento del reddito di cittadinanza e la mancata previsione del salario minimo, rendono ancora più poveri, e meno tutelati, ampi settori della nostra popolazione, che faticano ormai ad arrivare a metà mese. Così come aumenta la precarietà e il lavoro sottopagato con la riproposizione dei  famigerati voucher.

Positiva invece la norma contenuta art. 66 del DDL che prevede  un ampliamento del congedo parentale per i  lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, attualmente concesso ad entrambi i genitori alternativamente, fino ai 12 anni di età del figlio. In particolare si prevede per il 2023  che uno dei mesi di congedo parentale per la sola madre lavoratrice, da fruire entro il sesto anno di vita del  bambino, sia indennizzato all’80% della retribuzione imponibile invece che al 30%.

Fattispecie questa però in controtendenza rispetto alla recente raccomandazione  della  direttiva europea volta a favorire la parità dei sessi nel lavoro di cura e accudimento dei figli.

Da  tutto quanto sopraesposto emerge una valutazione complessivamente negativa del Disegno di legge all’esame del Parlamento, che interviene solo parzialmente sul recupero del potere di acquisto di lavoratori e pensionati, innesta elementi di forte iniquità nel campo fiscale con il superamento del principio costituzionale della progressività delle imposte, si caratterizza per un approccio recessivo e non espansivo.

Una manovra che chiederemo di modificare in modo significativo, nel corso del pur limitato arco temporale di esame parlamentare, con l’indicazione di specifiche proposte emendative che presenteremo nelle prossime ore al Governo e alle competenti Commissioni Parlamentari.

Segretario generale presso FLP – Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche

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