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Una riflessione sui giovani che si sentono persi nella prigione del nostro mondo

Secondo il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo il rapporto di quest’anno ha un protagonista, purtroppo in negativo: i giovani.

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Giovedì l’Istat ha pubblicato i risultati del suo più recente rapporto BES, acronimo di “Benessere equo e sostenibile”. Si tratta uno studio che da più di dieci anni ambisce a restituire un quadro più completo e sfumato del benessere nazionale, superando i ben noti limiti di indicatori puramente economici come il PIL. Secondo il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo il rapporto di quest’anno ha un protagonista, purtroppo in negativo: i giovani.

Negli anni di pandemia gli unici ad aver conosciuto un deterioramento significativo della soddisfazione per la propria vita sono stati i giovani tra 14 e 19 anni, con la percentuale di molto soddisfatti che è passata dal 56,9% del 2019 al 52,3% del 2021. Se gli adolescenti insoddisfatti e con un basso punteggio di salute mentale erano il 3,2% del totale nel 2019, nel 2021 tale percentuale è quasi raddoppiata (6,2%); si tratta di circa 220mila ragazzi tra i 14 e i 19 anni che si dichiarano insoddisfatti della propria vita e si trovano in una condizione di scarso benessere psicologico.

Sono tre gli ambiti in cui i giovani sembrano aver accusato il colpo: le relazioni sociali, il lavoro, la salute. La quota dei ragazzi di 14-19 anni molto soddisfatti delle loro relazioni amicali ha perso, in due anni, 6,5 punti. Tra il 2019 e il 2021, la percentuale di giovani di 14-24 anni che dichiarano di incontrarsi con gli amici almeno una volta a settimana è crollata dall’89,8% al 73,8%. In questa fascia di età è anche calata la percentuale di chi si dichiara molto soddisfatto delle proprie relazioni familiari (-4 punti).

Allo stesso tempo, aumentano i cosiddetti “NEET”, ovvero i giovani che non studiano e non lavorano, che oggi sono quasi uno su quattro (ma su questo indicatore andrebbe fatta qualche specifica in più). Contemporaneamente, le attività di volontariato, pur rimaste stabili nel primo anno di pandemia, nel 2021 hanno registrato una contrazione di quasi 5 punti tra gli under-20. Infine, rimane preoccupante il fenomeno dell’abbandono scolastico: la percentuale dei 18-24enni che escono dal sistema di istruzione e formazione senza aver conseguito un diploma o una qualifica nel 2021 è oggi del 12,7%.

Quindi giovani sempre più soli e sempre meno attivi e coinvolti. E per questo – o forse a causa di questo; o entrambi – anche meno sani. Dopo un miglioramento registrato nel 2020, nel secondo anno di pandemia l’indice di salute mentale è calato decisamente nella fascia di 14-19 anni, passando rispettivamente a un punteggio di 66,6 per le ragazze (-4,6 punti rispetto al 2020) e 74,1 per i ragazzi (-2,4 punti rispetto al 2020). Tra le donne si osserva un peggioramento della salute mentale anche nella classe di età 20-24 anni (-3,4 rispetto al 2019), mentre nelle altre classi di età si osserva una sostanziale stabilità.

Sono queste le ferite della pandemia? Probabilmente, ma non solo. Certamente le misure di contenimento dei contagi hanno reso più difficile per tanti ragazzi fare sport, ritrovarsi, essere coinvolti in eventi e opportunità di sperimentazione e socializzazione. Sicuramente la crisi economica del 2020 ha colpito soprattutto (anzi, quasi esclusivamente) quelli che, come i giovani, avevano i contratti meno solidi. Molto probabilmente l’overdose di informazioni allarmanti e allarmistiche sui media tradizionali e l’ancora più abbondante tempo trascorso sui social media ha causato più di qualche scompenso emotivo. Ma ci inganneremmo se pensassimo che il problema sia tutto qui.

La pandemia ha probabilmente reso più gravi tutta una serie di problemi che le pre-esistevano e che già funestavano le generazioni più giovani. Certo: il precariato, i problemi di disagio sociale e psicologico sono piaghe durature, soprattutto per le nuove generazioni. Ma forse c’è qualcosa di più profondo, di strutturale. Qualcosa che riguarda il nostro tempo e che fa sentire i giovani allo stesso tempo sperduti e in trappola; aperti ai contatti ma chiusi alle relazioni; non di rado esuberanti e assertivi nel privato ma spesso sfuggenti e pessimisti in pubblico. E forse il primo significativo problema è molto semplice: oggi i giovani sono pochi.

Nei secoli le giovani generazioni sono sempre state la grande maggioranza della popolazione. Il potere poteva essere anche in mano ai più “anziani”, ma la forza dirompente dei numeri era dalla loro. Se non che, il mondo era quasi sempre “piatto”, prevedibile: la vita scorreva spesso su “binari” prestabiliti dovuti perlopiù al luogo e alla famiglia in cui si nasceva, e le occasioni per aggregarsi e contare erano scarse. E pur tuttavia, l’incessante alternarsi delle generazioni, dovuto a una vita media assai più breve e una prolificità per donna ben più elevata, faceva in modo che, seppure spesso cambiando di poco, fosse la visione del mondo dei giovani a prevalere e imporsi.

Oggi lo scenario si è invertito. In Occidente (e ancora di più in Italia, dove gli under 20 sono appena il 18% della popolazione) i giovani sono una minoranza in contrazione, e hanno perciò sempre meno peso politico e sociale. Allo stesso tempo, il mondo si è fatto incredibilmente più confuso e in rutilante cambiamento. In questa montante complessità, già di per sé di fatto imprevedibile e ingovernabile, il pallino rimane in mano ai senior, che inevitabilmente finiscono per applicare i loro schemi mentali, frutto del passato, al presente. Ed è normale, ed è in buona fede. Da che mondo è mondo gli anziani si lamentano dei giovani, denunciano la perdita dei “valori di una volta”, cercano di promuovere soluzioni che con loro avevano funzionato.

Il guaio è che oggi i giovani, un po’ perché sono pochi un po’ perché sono – come tutti, più di tutti – confusi, non riescono a prendersi la scena. Finiscono così per avvitarsi in una spirale in cui chiedono – o persino pretendono – dai senior le soluzioni ai loro problemi; e questi sono felici di provare a dargliele perché ciò vuol dire mantenere la propria posizione di potere e predominanza. Il risultato però è una cacofonia di risposte fatalmente vaghe e inefficaci, divise tra l’esperienza passata e le mode del momento; tra l’attingere al buon vecchio senso comune e lo sforzo di interpretare il cambiamento.

“Specializzati” ma “Sii flessibile”; “Guarda ai trend del mercato” ma “Segui la tua passione”; “Sii ambizioso” ma “Impara ad adattarsi”; “Fai da solo” ma “Affidati a chi ne sa di più”… Sono per esempio tutti messaggi che oggi giovani sentono con alternante insistenza quando chiedono o ricevono consigli sul loro percorso scolastico e lavorativo. In più, conditi da uno strisciante paternalismo, con cui gli si chiede di darsi da fare “Che i tuoi nonni hanno ricostruito un Paese dalle macerie, e se avessero avuto le opportunità che hai tu…”. Poco da stupirsi che poi i giovani siano confusi; poco da sorprendersi se non ascoltano più i nostri consigli. Poco da stupirci se poi tutti noi perdiamo fiducia nelle classi dirigenti, negli altri e nel futuro.

Come se ne esce? Con l’ascolto, verrebbe da dire. Se i giovani non riescono in questo momento a farsi largo bisogna che siano i senior a cedere il passo, mettendosi a disposizione per coinvolgerli invece che dispensare ricette dall’alto. È giusto, e va fatto; ma oramai probabilmente non basta. Forse prima ancora di ascoltare l’altro – che, ripeto, è comunque fondamentale – dovremmo ascoltare di più noi stessi. E stimolare i giovani a farlo. Spostare il focus dall’esterno all’interno. Perché quello che vogliamo ci è chiaro; è quello che desideriamo che spesso ci sfugge. Sappiamo forse cosa fare, ma non il perché.

Una riflessione sul senso del nostro agire che si sta facendo sempre più pressante e urgente, e che ha coinvolto molte persone durante la pandemia rispetto al loro lavoro, per esempio. Una riflessione identitaria che forse è persino fisiologica nei giovani, ma che noi non incoraggiamo; anzi, spesso soffochiamo cercando fin dai primi anni di scuola di imporre temi studio, percorsi formativi, itinerari di carriera, e persino visioni morali del mondo. Ecco, inserire almeno una giornata all’anno per tutta la scuola dell’obbligo non per insegnare questa o quella materia ma per aiutare i giovani a capire davvero quali sono davvero i propri valori, interessi, competenze, stile lavorativo, insomma per capire sé stessi potrebbe essere un buon punto di partenza.

Fonte: Huffpost.it

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