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Il declino dell’ Occidente?

In molti non esitano a imputare questa fine all’aver noi scientemente reciso le radici dell’albero su cui siamo seduti, che sono cristiane (oltre che greche)

Il declino dell’ Occidente?

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Le culture politiche, compresa quella liberale, si accompagnano spesso, in modo direi quasi inevitabile, a delle retoriche. Particolarmente forte è a destra quella che vede la nostra parte di mondo, la nostra civiltà e non semplicemente la democrazia costituzionale e rappresentativa che ne è stata negli ultimi secoli l’espressione politica più alta, in crisi, in declino, al tramonto, o addirittura per alcuni già finita. E in molti non esitano a imputare questa fine all’aver noi scientemente reciso le radici dell’albero su cui siamo seduti e che sono cristiane (oltre che greche).

Non c’è dubbio che questa lettura, che con tutte le sfumature e le differenze che essa comporta nei diversi autori non è nuova come pure a volte la si vorrebbe fare apparire, abbia un suo fascino e celi una sua “verità”. Che però non accontenti il filosofo, cioè chi pensa le cose radicalmente, cioè andando alla loro radice, è altrettanto indubitabile. Non lo accontenta quando, sulla scia di autori di indubbio livello come Karl Lowith (ma anche il nostro Augusto Del Noce), egli sente descrivere il nostro tempo come un’età di secolarizzazione.

Ma non lo accontenta nemmeno quando ci si spinge a parlare di scristianizzazione, o addirittura di nuove forme di paganesimo (che pure ci sono nel nostro mondo e abbisognerebbero di un’analisi più seria e approfondita di quella che in ambito sociologico viene comunemente fatta). Che la secolarizzazione non sia altro che una trasposizione in ambito mondano e politico delle categorie giudeo-cristiane, a cominciare dalla concezione lineare e progressiva del tempo storico, lo abbiamo appreso appunto dai suoi massimi teorici. Ma che anche nella scristianizzazione si possa intravedere un “cuore cristiano”, è elemento da considerare, per quanto meno evidente.

Non è stata infatti proprio la “religione di Cristo” che ha introdotto l’elemento immanente, anzi precipuamente umano, nella stessa divinità? La quale si è “incarnata”, si è fatta uomo, condividendone miserie e imperfezioni, sofferenza e dolore? Non è stato il cristianesimo che si è proposto di andare oltre la distinzione fra il “popolo eletto” dei giudei e tutti gli altri, universalizzando (e quindi rendendo in qualche modo indifferenziato) il suo messaggio? Proponendosi cioè di abolire ogni frontiera e confine fra gli uomini, tutti figli dell’unico Dio e tutti perciò egualmente degni?

Certo, il cristianesimo ha anche imposto un rapporto singolo, di ogni coscienza individuale e quindi specifica, con la divinità, ed è questo elemento che non va dimenticato o sottovalutato. Che però un fondo teleologicamente nichilistico e relativistico, e uso i due termini con tutte le accortezze del caso, alberghi nel Dio cristiano, a me non sembra che sia traccia ermeneutica da disdegnare. E d’altronde è stata una rotta seguita da buona parte dello stesso pensiero mistico o di “teologia negativa” che ha accompagnato per secoli lo sviluppo del cristianesimo?

Non era forse questo che voleva dirci l’uomo pazzo nello Zarathustra nietzschiano quando, dopo aver annunciato (direi con largo anticipo) la “morte di Dio”, ne imputava a noi stessi, cioè a noi cristiani, l’uccisione? Visto in questa prospettiva si capisce anche perché sia giusto dire, con Ortega y Gasset, che il liberalismo, che un fondo nichilistico contiene a sua volta, è null’altro che una forma raffinata di cristianesimo.

Le mie ovviamente sono solo suggestioni. Ma vogliono essere anche un richiamo a prendere sul serio sì le retoriche politiche, sia che le si accetti sia che le si contesti, ma anche a non dimenticare ed essere consapevoli del fatto che esse, proprio perché concernenti la politica, sono per definizioni parziali. E fanno comunque riferimento a un “oltre” che è compito del filosofo interrogare.

Fonte: Huffpost.it

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