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Il protezionismo di Donald Trump

Il protezionismo di Donald Trump

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Francesco Fravolini

Il protezionismo promosso con determinazione da Donald Trump vuole correggere il significato economico della globalizzazione perché non è riuscita a stravolgere i mercati esteri con l’obiettivo di favorire l’economia mondiale. La sfida lanciata dal nuovo inquilino della Casa Bianca comincia a farsi sentire nella politica economica perché suggerisce nuovi scenari economici che potrebbero rivelarsi estremamente proficui. La globalizzazione è un cambiamento di paradigma economico con una matrice strettamente politica dove si registrano poche conseguenze squisitamente economiche.

È utile ricordare la forte contestazione alla globalizzazione del Movimento No Global il quale nasce alla fine degli anni Novanta per rispondere alle diverse tensioni relative alla guerra fredda, alla crisi dello stato sociale, alla crisi dei partiti politici, alla caduta delle barriere economiche tra gli Stati, alla delocalizzazione dei settori produttivi delle imprese, allo sfruttamento della manodopera nel terzo mondo, al rafforzamento dei monopoli e del potere delle multinazionali, alla progressiva perdita di controllo politico da parte dei cittadini sul mondo economico finanziario. È del tutto evidente che sono argomenti da ricondurre a precise filosofie politiche.

Nell’economia è mancata purtroppo quella chiarezza che agevola un determinato paradigma sociale mentre le diverse posizioni politiche hanno condizionato fortemente i mercati con alcune scelte sicuramente sorprendenti. Pensiamo alle diverse lavorazioni di prodotti realizzati in determinati Paesi e commercializzati in altri Stati. Lo squilibrio generato da questa economia eccessivamente fuori controllo conduce a situazioni non definite dove il mercato può ampiamente giocare la sua speculazione a danno dei prodotti.

Donald Trump sta cercando di seguire proprio questa strada: proteggere la produzione americana per rilanciare l’economia statunitense. D’altronde è un sentimento decisamente condiviso dagli altri Stati del mondo che guardano con curiosità e interesse i provvedimenti del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. A questo proposito è interessante osservare la profonda crisi delle Istituzioni europee relativa alla differenza delle economie, le quali non riescono a individuare una piena valorizzazione. Le nuove strategie provenienti dall’America possono sollecitare il Vecchio Continente a rivedere completamente la politica economica per valorizzare l’Eurozona. L’Europa non riesce a marciare in piena autonomia seguendo un indirizzo ben definito perché è sempre la stampella di altri Stati. Questo deficit di sovranità influenza pesantemente l’economia che prosegue a fatica la sua performance nell’Unione europea. Non stupisce l’annuncio di Donald Trump sulla Brexit e sulla Russia perché vuole ottenere cambiamenti significativi dove gli altri Paesi restano soltanto degli spettatori. È così difficile adottare una politica economica comune con gli altri Stati membri del Vecchio Continente? Purtroppo assistiamo a un pericoloso deficit di competenza che rischia di fare implodere tutta l’Eurozona. Saremo costretti a inseguire le scelte di altri Stati come l’America riformulando le politiche economiche dell’Unione europea per evitare di essere scartati dal contesto economico mondiale. Ed è proprio in questo scenario che osserveremo in maniera passiva l’accordo che Donald Trump stipulerà con la Gran Bretagna insieme alla strategica alleanza con la Russia per diminuire le armi nucleari. Restiamo soltanto degli spettatori di un’economia dove l’Europa potrebbe avere il gioco dalla sua parte e invece è impegnata a controllare gli squilibri politici domestici esageratamente marcati.

Francesco Fravolini 

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