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Brexit: divorzio all’ultimo sangue, ma cosa cambia per commercio e immigrazione?

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“Brexit significa Brexit”: continua a ripeterlo da settimane Theresa May, il premier inglese che dovrà guidare il Regno Unito fuori dall’Unione europea dopo il voto al referendum del 23 giugno scorso. Ieri, in un discorso molto atteso, May ha rotto gli indugi ed ha apertamente parlato di una Hard Brexit, di un divorzio drastico con l’UE elencando una dozzina di punti del suo programma. Confermato il timing: entro marzo il Regno Unito chiederà l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato europeo che prevede l’uscita unilaterale di un Paese membro dando inizio ai negoziati. L’accordo passerà anche per il voto del parlamento. 

Il premier ha parlato di due anni di trattative per mettere a punto i nuovi accordi e legami tra il Regno Unito e il resto d’Europa e un periodo di transizione in cui le novità dovranno entrare in vigore in modo graduale. Sul fronte economico i punti principali sono due: l’accesso al mercato unico e la libera circolazione delle persone che significa anche studenti e lavoratori qualificati.

Su questi punti cruciali resta in realtà una certa ambiguità. Da una parte la May ha detto “vogliamo un libero scambio con l’Unione europea, ma fuori dal mercato unico. Puntiamo a una Gran Bretagna non più europea, ma mondiale”, ma dall’altra il ministro per la Brexit David Davis ha precisato: “Mercato unico? Il mio lavoro sarà persuadere i nostri omologhi in Europa che è nel loro interesse dare a ciascuno accesso al mercato dell’altro”. Uscita dal mercato unico quindi, ma anche ricerca di accordi commerciali che lascino spalancate le porte tra Regno Unito e Paesi dell’UE. Anche sull’immigrazione il premier ha enunciato il principio di fondo: “la nostra immigrazione dovrà servire per i nostri interessi nazionali”, ma non ha chiarito quali saranno le conseguenze per coloro che già lavorano nel Regno Unito o che hanno intenzione di fare i bagagli per andare nel Paese a studiare.

Addio al mercato unico (o forse no)

Far parte dell’Unione europea e del mercato di libero scambio significa permettere la circolazione di cose, persone e soldi tra i Paesi membri, significa avere libero accesso ad un bacino di circa 500 milioni di consumatori. Per le imprese del Regno Unito il tempo dell’accesso al mercato europeo è cruciale. Fino ad oggi infatti, il Regno Unito aveva scambi commerciali con i 27 Paesi dell’UE per circa 513 miliardi di sterline.

Il premier ha detto chiaramente che il Regno Unito lascerà il mercato unico, ma cercherà di portare a casa un “un accordo di libero scambio audace e ambizioso” con i Paesi dell’Unione. Il premier tenterà di negoziare con l’UE per mantenere il più possibile libero accesso al mercato unico che permetta la circolazione delle merci britanniche in UE (e viceversa) senza dogane, ma senza essere costretta a firmare obblighi in materia di libera circolazione delle persone.

Cosa significa? L’assunto di base è che il Regno Unito lascia il mercato unico, ma spetterà poi ai negoziatori trovare un accordo che lasci aperte le porte commerciali con i 27 Paesi dell’Unione. Il problema è quello emerso nei mesi scorsi: l’impressione è che May voglia godere dei benefici legati all’addio al mercato unico – come il controllo della circolazione delle persone – ma mantenendo allo stesso tempo anche i diritti di partner commerciale privilegiato.

I negoziati su questo punto saranno molto complessi anche perché l’UE gestisce offerte commerciali preferenziali con quasi 60 altre nazioni per conto dei Paesi membri: il Regno Unito quindi dovrà cercare nuovi legami anche con questi Paesi. Non solo. Il fatto di uscire dalle regole del mercato unico significa anche poter gestire dazi e imposizione fiscale, omogenei tra gli altri Paesi membri dell’UE. Il ministro delle Finanze Philip Hammond ha già messo le mani avanti dicendo che Londra vuole rimanere “un’economia chiaramente in stile europeo, con una tassazione in stile europeo e un sistema regolatorio di stile europeo”, ma che dovrà cambiare posizione “se siamo forzati” a “recuperare competitività”. Detto tra le righe (nemmeno troppo) se l’UE imponesse un accordo severo, il Regno Unito potrebbe proporsi come nuovo paradiso fiscale per cittadini e multinazionali.

Brexit e immigrazione

Altro punto cruciale saranno le nuove regole per la libera circolazione delle persone. Nel discorso di ieri Theresa May ha detto di voler garantire i diritti dei cittadini dell’UE che sono già nel Regno Unito, ma anche quelli dei cittadini britannici presenti in altri Paesi. L’accordo sull’immigrazione, ha detto May, dovrà essere “trovato il più presto possibile”, ma non ha fatto ulteriore chiarezza sulle sue intenzioni.

Uno dei principali temi che ha spinto la vittoria della Brexit al referendum del giugno scorso è proprio l’immigrazione. I britannici voglio riappropriarsi della gestione dei propri confini. Il premier, in questo senso, ha accontentato la pancia dell’elettorato euroscettico: “Brexit deve significare il controllo del numero di persone che viene in Gran Bretagna dall’Europa”.

Non è chiaro però, quali saranno le conseguenze per coloro che studiano, lavorano (o vorrebbero farlo) nel Regno Unito. L’interrogativo pesa anche sulle imprese che temono non di essere più libere di cercare e assumere personale qualificato proveniente da altri Paesi. Il governo ha promesso che sarà il primo punto su cui fare chiarezza nel corso dei negoziati, ma che le istituzioni europee non hanno voluto iniziare a parlare dell’argomento prima dell’attivazione da parte del Regno Unito dell’articolo 50 del Trattato. Finché non sarà ufficiale la richiesta di uscire dall’Unione quindi, i negoziati non potranno iniziare e non si potrà fare chiarezza sui dettagli dell’accordo.

Prossime tappe della Brexit

Come già annunciato, entro marzo il premier britannico chiederà l’attivazione del famoso articolo 50. L’accordo per la Brexit, ha spiegato May, sarà veloce, da firmare “entro due anni” con una “implementazione graduale” delle novità. Il premier ha proposto all’Unione europea un periodo di transizione graduale e flessibile considerando l’entità degli accordi da sottoscrivere e l’impatto sulla vita di cittadini e aziende del Paese. A sorpresa il premier ha annunciato che al termine delle trattative, l’accordo dovrà essere votato e approvato anche dal parlamento britannico, forse un modo per esorcizzare la decisione della Corte suprema attesa a breve sull’obbligo di far passare la Brexit per il voto politico.

it.ibtimes.com

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