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Tunisia: l’ inverno arabo

Tunisia: l’ inverno arabo

Dall’esordio delle Primavere arabe, la Tunisia ha assunto un ruolo significativo in funzione della ricerca del consenso tra forze islamiste e componen

La virata verso la seconda guerra fredda.
La ricerca di un nuovo ordine economico mondiale in cui le forze emergenti abbiano più peso
LA FINE DI UN MONDO – IN MORTE DELLA GLOBALIZZAZIONE

Dall’esordio delle Primavere arabe, la Tunisia ha assunto un ruolo significativo in funzione della ricerca del consenso tra forze islamiste e componenti laiche, consistente inizialmente in un dialogo capace di evitare le spirali che, in altri Paesi, hanno condotto a conflitti civili o a dittature militari. Da qui la formazione di governi di coalizione che si speravano capaci di bilanciare e soddisfare le istanze delle varie parti sociali; una costituzione approvata quasi all’unanimità, e le estese coalizioni politiche che fino al 2019 hanno tentato di governare il Paese, hanno tuttavia ingenerato il dubbio che un consenso politico sovradimensionato costituisca un’anomalia.

È stata probabilmente la continua ricerca del consenso che ha indotto a tralasciare le problematiche connesse alla giustizia, alla revisione del settore della sicurezza, alle riforme economiche strutturali ed istituzionali. Di fatto, la costante presenza di governi di unità nazionale ha comportato l’assenza di un’opposizione efficace, cooptata nella maggioranza, secondo un paradigma che ha mantenuto desta la disillusione sociale nei confronti di una difficile democratizzazione.

L’aumento dell’inflazione, la crescita di deficit e debito pubblico, l’alto livello di disoccupazione ed il calo del PIL, hanno contribuito alla perdita di fiducia nei confronti del governo democratico. I partiti sono dunque rimasti deboli, espressioni di un’attività politica incapace di consolidare il rapporto con l’elettorato. Anche Ennahda, formazione dominatrice nel periodo post rivoluzionario, non è riuscita ad imporsi con governi solidi in grado di attuare le riforme necessarie.

Secondo Yussef Cherif, analista tunisino, la democrazia si è trasformata in sinonimo del collasso dello stato. Di fatto, i governi del consenso hanno rinviato sine die la soluzione delle tensioni laico-islamiste, cosa che ha determinato l’ascesa di nuove formazioni. Paradossalmente, il consenso ha reso difficile la formazione di esecutivi validi, la cui carenza è divenuta espressione di una debolezza istituzionale profonda, collegata alle difficoltà di esprimere e guidare dialetticamente una reale opposizione. Il ritorno all’autoritarismo è dunque il risultato di un processo durato anni, culminato con l’elezione, nel 2019, del populista Kais Saied, che ha attuato una graduale e costante eliminazione delle libertà ottenute dopo la Primavera araba.

A suo tempo, anche il Partito Libero Destouriano, laico ed ispirato a Bourghiba, ha chiesto che Ennahda fosse incluso, con la sua dirigenza, nella lista delle organizzazioni terroristiche. Non è un caso che le consultazioni elettorali tunisine siano state ultimamente caratterizzate da astensionismi marcati, come è indicativo il fatto che la coalizione di opposizione al presidente Saied, il cd Fronte della Salvezza che include il movimento islamista Ennahda, non sia riuscita nell’intento di riaprire i giochi malgrado si trattasse, nel dicembre scorso, delle prime elezioni legislative da quando il parlamento è stato sospeso.

Visto che i nuovi regolamenti accantonano i partiti, gran parte delle formazioni politiche, ritiratesi in una sorta di Aventino, hanno boicottato le elezioni qualificando l’operato di Saied come un colpo di stato. Ed è in questo contesto che si inquadra l’odierno arresto di Rached Ghannouchi, su cui si dovrà esprimere la magistratura, leader di Ennahda, il partito islamico, un provvedimento che definisce ancor più marcatamente la svolta presidenzialista di Saied, legittimata dalla nuova Costituzione, che annulla definitivamente qualsiasi forma di opposizione, che rende ancora più instabile il Paese.

Sullo sfondo, la drammatica trattativa in corso con il FMI per ottenere quasi 2 miliardi di dollari di aiuti, una trattativa comunque resa più aspra dalle dichiarazioni dello stesso Saied, che ha apertamente parlato di diktat esteri, negando di fatto le riforme richieste, ovvero la riduzione dei sussidi energetici e alimentari, la ristrutturazione delle aziende pubbliche e la riduzione della massa salariale pubblica, quali garanzie e condizioni per ottenere il prestito.

Secondo radio Mosaique Fm, Ghannouchi sarà interrogato in merito ad un video in cui, insieme ad alcuni membri del Fronte di Salvezza, paventava un conflitto interno determinato dall’assenza di Ennahda e di un islam politico, perché “ogni tentativo di eliminare una delle componenti politiche non può che portare alla guerra civile”, dichiarazioni che hanno scatenato reazioni tali da persuadere la magistratura ad agire, sulla base della legge antifake news, che prevede detenzioni fino a 5 anni per chi diffonde notizie mendaci allo scopo di “minare … l’ordine pubblico, la difesa nazionale o seminare il panico tra la popolazione”. Ghannouchi, da tempo era oggetto di inchieste iniziate dopo la presa di potere di Saied; più volte inquisito per sospetti finanziamenti illeciti a favore di Ennahda, e per aver agevolato l’invio di jihadisti tunisini in Siria, Libia e Iraq, l’82enne leader è sempre finora uscito indenne dalle tempeste giudiziarie, impresa non riuscita ad Ali Laarayed, numero due del partito islamico, e ad altri numerosi dirigenti.

Di fatto, passate le Primavere si potrebbe dire che sia arrivato l’inverno arabo, visto che proprio la Tunisia era il paese che sembrava offrire le migliori chance di democratizzazione. Ma lo abbiamo detto: non tutto ha funzionato secondo gli auspici, specialmente ora che il conflitto ucraino si è riverberato fin sulle sponde settentrionali africane, e mentre il Sudan, dimenticato Abramo e i suoi accordi, ha ripreso in queste ore la strada della guerra civile, avendo sullo sfondo il riavvicinamento diplomatico tra Iran e Arabia Saudita.

Gli USA, a lungo riluttanti ad esercitare pressioni dirette su Saied, hanno probabilmente percepito la stanchezza di una società in piena ripulsa per le lotte interne di potere e per l’inconsistenza di un Parlamento incapace di risolvere i problemi economici, pur cominciando ad esercitare pressioni perché gli aiuti finanziari non agevolino un regime sempre più chiuso e rigido. Sarebbe dunque opportuno interrompere il processo di consolidamento del potere, ma le alternative in sostituzione non sembrano essere né molte né immediatamente efficaci. In ogni caso il segretario di Stato americano Blinken, ha chiarito che nessun aiuto americano sarà ripristinato a meno che Saied non torni sui suoi passi, confidando per questo anche sul sostegno politico europeo.

Il piano di spesa USA per la Tunisia per il 2024 prevede 68,3 milioni di dollari rispetto ai 106 milioni richiesti per il 2023. Tuttavia, se da un lato non si può non rimarcare la condanna espressa a seguito delle dichiarazioni xenofobe rilasciate dal presidente in merito alla presunta cospirazione da parte dei migranti sub sahariani intenzionati, a suo dire, a modificare la demografia tunisina, dall’altro non si può nemmeno dimenticare l’importanza attribuita dagli USA all’esercito tunisino sia nel suo contrasto al fondamentalismo islamico, in un momento in cui intelligence e Pentagono cercano di contenere l’espansione della Wagner in Africa, sia nell’attribuirgli una preziosa ed imparziale apoliticità.

Nel complesso, sarebbe auspicabile che gli USA riuscissero ad adottare una politica ponderata e capace di contestualizzazione, senza cioè prendere decisioni avventate e capaci di aprire ulteriori fronti in un’area giù di per sé instabile. Oltre alle negoziazioni con il FMI, sarebbe auspicabile integrare l’azione finanziaria con decise iniziative politiche che riconducano quanto meno ad una parvenza democratica; gli USA ed i paesi europei, in quanto azionisti FMI, possono costringere i funzionari del fondo a mettere in pausa i colloqui, tenuto conto che, con l’economia in caduta libera, la Tunisia ha un bisogno disperato dei suoi partner occidentali, malgrado gli ammiccamenti al BRICS che, al di là delle benevole espressioni di facciata, molto difficilmente farebbe sedere al suo tavolo un giocatore così insolvente e così bisognoso di Ovest; Algeria ed Egitto, da tempo desiderosi di accedere a possibilità finanziarie non occidentali, sono ancora in attesa di ritirare le loro fiches.

Proporsi per un’altra partita così articolata e complessa verso i Brics sembra dunque rivelarsi solo un tentativo di pressare i controllori dei cordoni della borsa, tanto più che l’ufficialità della richiesta non sembra nemmeno essere così chiara e confermabile; il fatto che l’ambasciatore cinese abbia annunciato che Pechino sostiene i negoziati FMI della Tunisia, come del resto Arabia Saudita ed EAU, dovrebbe far riflettere.

Ma in un gioco politico così esteso e complesso Ghannouchi, che si è sempre dichiarato innocente, è politicamente del tutto privo di responsabilità prima dell’ascesa al potere di Saied, a cui sicuramente si deve addebitare un’azione accentratrice senza precedenti? In proposito è utile risalire al 2013, all’assassinio di Chokri Belaid, leader di sinistra, ostile alla Fratellanza Musulmana, ed alle conseguenti implicazioni che hanno coinvolto Ennahda.

Il timore di un collasso economico irreversibile ha scosso anche diversi leader UE, timorosi che si possa generare un ulteriore flusso incontrollato di migranti; non a caso il ministro degli esteri Tajani, ha promesso che l’Italia collaborerà con il FMI in previsione di più significativi ed auspicabili investimenti.

In sintesi, non si può giustificare alcuna involuzione politica di stampo autoritario, anche peraltro alla luce delle conseguenze di cui già ora è foriera, sia all’interno del Paese sia verso il contesto internazionale; non c’è però dubbio che le radici del dissesto istituzionale affondino nel tempo e nell’incapacità di offrire soluzioni e proposte da parte delle espressioni politiche di volta in volta sul proscenio.

Se l’autocrazia di un professore di diritto, basata sulla retorica anticolonialista, non può essere una risposta, nel tempo non lo è stata nemmeno la politica post Primavere adottata dai partiti in auge.

Lo stato di estremo bisogno sociale, uno stato di default economico imminente, uno stato di invocata necessità istituzionale, accompagnati dalla delusione popolare verso la politica, possono condurre ad un equilibrio proprio del periodo caratterizzato dalla presidenza di Ben Alì.

L’arresto di Gannouchi può essere solo una delle ultime tappe di un iter politico drammatico, ancora una volta fin troppo vicino, dopo quello libico, alle nostre coste.

Fonte: Difesaonline.it

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