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Shein: il lato oscuro della moda

Shein: il lato oscuro della moda

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Il colosso della moda veloce di nuovo sotto accusa dopo l’inchiesta di Channel 4. La rete televisiva britannica ha istallato telecamere nascoste all’interno dei capannoni nella città di Canton (provincia Guangdong, Cina). Video che mostrano le condizioni di lavoro alle quali i dipendenti di Shein sono sottoposti. Pochi diritti e sfruttamento, il tutto per la misera paga di circa 550 euro al mese (4.000 yuan). Come mai i prodotti acquistati su Shein costino tanto poco al consumatore finale non era già più un mistero e ora i motivi profondi emergono sempre più in superficie: per ogni capo realizzato gli operai guadagnano circa 4 centesimi. Il loro compito è realizzare 500 capi ogni giorno, con una sola giornata di pausa al mese.

Nelle fabbriche Shein protagoniste dell’indagine di Channel 4 Untold: Inside the Shein Machine i dipendenti arrivano a prestare servizio fino a 18 ore al giorno con una pausa pranzo utilizzata anche per l’igiene personale, visto che i pochi momenti liberi diventano unico spazio di riposo nell’intenso mese di lavoro. È dunque cambiato ben poco e anzi sono emerse quelle stesse ingiustizie che l’ONG Public Eye denunciò nel 2021, mostrando il lato oscuro dell’azienda con dettagliate indagini che svelarono le condizioni dei dipendenti di Shein ma anche l’incoerenza che vige dietro gran parte dell’industria fast fashion.

E mentre l’Europa cerca di rivedere il settore della moda così da rispettare gli obiettivi di sostenibilità, proprio perché impossibile da trascurare è l’impatto ambientale dell’industria tessile esistono multinazionali – che vendono a iosa anche nei Paesi europei, proprio come Shein – con una media totale di 10mila capi prodotti al giorno. Oltre al dispendio energetico, di risorse e al conseguente inquinamento (si ricorda che ogni anno una media di 12 milioni di capi d’abbigliamento vengono inceneriti in tutto il mondo, di cui circa la metà nella sola Europa) i prodotti di un’industria che produce senza sosta sono figli di situazioni proprio come quella emersa dall’investigazione sotto copertura di Channel 4 nei capannoni di Canton.

Non appena diffuso il nuovo servizio, da parte di Shein si sono detti preoccupati, perché il loro codice di condotta che ogni fornitore deve rispettare è stato palesemente tradito. «Qualsiasi non conformità a questo codice viene gestita rapidamente e porremo fine alle partnership che non soddisfano i nostri standard» dicono dal colosso della moda veloce promettendo di essere in contatto con chi ha realizzato il servizio così da andare fino in fondo. Eppure l’indagine effettuata più di un anno fa dall’ONG Public Eye già metteva in chiaro quanto poco conformi al Codice di condotta dei fornitori pubblicato dalla multinazionale per la prima volta nel settembre 2021, fossero molte delle realtà lavorative interne alle fabbriche che servono il colosso della moda veloce. Anzi, Public Eye aveva scovato realtà quasi peggiori, con spazi minuscoli senza finestre con più di 100 dipendenti senza contratto e la sicurezza sul lavoro minima se non nulla. Senza parlare delle conseguenze che i lavoratori hanno se pizzicati a sbagliare qualche passaggio, svelate già dall’ONG e ora anche dalla nuova indagine di Channel 4.

Un altro scandalo Shein ha fatto indignare i consumatori sui social, già colti da negativa sorpresa all’epoca delle oscure verità diffuse da Public Eye. Ma l’indignazione dietro la tastiera, ormai le aziende lo sanno, dura poco tempo e lascia spesso le cose come stanno. Per questo alcune associazioni stanno cercando di lanciare una campagna di boicottaggio che convinca una massa critica sufficiente di consumatori a rinunciare a fare acquisti sul sito del colosso della moda usa e getta. Nel frattempo Shein ha continuato a operare con dinamiche simili se non uguali ed è saldamente il portale fast fashion maggiore che esista. Una situazione che non cambierà fino a che chi acquista è pronto a gridare all’ingiustizia, ma intanto continua la ricerca del capo economico perfetto, protetto da uno schermo che presenta il prodotto finito. Finito da persone sfruttate, non tutelate e sottopagate.

Fonte: Indipendente.online

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