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Usa e Cina: la nuova guerra per il petrolio iracheno

Usa e Cina: la nuova guerra per il petrolio iracheno

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La Cina prosegue nel suo tentativo di sostituire progressivamente gli USA nello sfruttamento del petrolio e del gas iracheni, dopo il ritiro dell’esercito USA dal paese. La scorsa settimana in Iraq  un   grosso accordo sugli idrocarburi è stato aggiudicato  a interessi commerciali cinesi. Questo accordo – un contratto di engineering, approvvigionamento e costruzione del valore di almeno 412 milioni di dollari per un impianto di trattamento del gas naturale da 130 milioni di piedi cubi standard (3,7 milioni di mc) al giorno a Bassora – è stato concesso a un consorzio di China CAMC Engineering Co (CAMCE) e CNOOC Petrochemical Engineering Co. (CNOOC Petrolchemical Engineering) dalla Kuwait Energy Basra Limited (KEBL), dal nome altamente fuorviante. Questa società, in effetti, non ha molto a che fare con il Kuwait, ma è piuttosto una sussidiaria indiretta ma interamente controllata dallo United Energy Group (UEG) cinese. Secondo i documenti di UEG del 2020 (ma firmati e depositati il ​​27 luglio 2021 a Hong Kong per conto del presidente della società, Zhang Hong Wei), dopo aver acquisito le attività di BP Pakistan (e ribattezzarle “United Energy Pakistan Limited”), UEG ha quindi acquisito Kuwait Energy Plc il 21 marzo 2019, da allora si è impegnata in ulteriori attività di petrolio e gas a monte in Iraq ed Egitto, nonché in Pakistan. Di conseguenza, il premio per lo sviluppo di una parte fondamentale dell’infrastruttura degli idrocarburi iracheni in Iraq è stato assegnato in modo ordinato e discreto da una società cinese a un’altra società cinese. Un piano di espansione progressivo e aggressivo di Pechino in Iraq. 

A questo investimento di aggiunge lo sfruttamento dell’enorme bacino di gas naturale del Blocco 9 iracheno nell’area di Bassora, sempre da parte della cinese Kuwait Energy Iraq Ltd, considerato come un asset dallo sfruttamento strategico da parte del governo iracheno.

Questi accordi, a loro volta, sono giunti poco dopo l’annuncio di gennaio che la Power Construction Corporation of China (PowerChina) aveva firmato un contratto di engineering, approvvigionamento e costruzione da 880 milioni di dollari con la Missan International Refinery Company irachena per costruire la Missan Refinery da 150.000 bpd. Secondo le notizie locali nel 2019, la stessa Missan International Refinery Company è stata costituita da un consorzio svizzero-cinese poco conosciuto composto dall’impresa industriale svizzera Satarem (quota del 15%) e dalla cinese Wahan (quota dell’85%).

Tutta questa attività cinese è avvenuta parallelamente alla finalizzazione, sempre all’inizio di quest’anno, dell’accordo di 25 anni per la China Petroleum & Chemical Corporation (Sinopec) per acquisire una quota  del 49%, e nell’enorme giacimento non associato di Mansuriya, con il resto detenuto dalla Midland Oil Company irachena. Estremamente vicino al confine iraniano, e appena a nord di Baghdad, il giacimento di gas di Mansuriya ha una stima di 150 milioni di mc di gas, con piani per aumentare la produzione ad almeno 9 milioni di metri cubi al giorno, rendendolo di per sé un prezioso deposito di gas. La Cina poi vuole sfruttare anche le risorse nella zona della Siria sotto controllo russo. Un’alleanza strategica che si rivela proficua.

La Cina vuole anche costruire una base di osservazione e controllo del traffico in Iran. Insomma gli USA vengono letteralmente estromessi dal Medio Oriente, anche dopo la quasi rottura della tradizionale alleanza con l’Arabia Saudita, mentre si susseguono gli incontri fra il Consiglio di Cooperazione del Golfo e le autorità di Pechino.

Fonte: Scenarieconomici.it

 

 

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