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Il Price Cap e il rischio di una tempesta globale

Il Price Cap e il rischio di una tempesta globale

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I paesi dell’Unione europea si trovano sull’orlo di un possibile collasso economico a causa della grave crisi energetica che ha causato un’inflazione alle stelle e che rischia di mettere sul lastrico migliaia di imprese. Da qui l’urgenza delle istituzioni comunitarie di fornire sostegni economici a famiglie e aziende, calmierando i costi dei beni energetici: così, dacché dovevano servire a strangolare l’economia russa, le sanzioni stanno mettendo un cappio sempre più stretto al collo degli stessi Paesi sanzionatori che sono costretti a prendere contromisure d’urgenza. Tra queste, l’ultima riguarda il tetto al prezzo del gas e del petrolio russi, stabilito lo scorso 2 settembre dai ministri delle Finanze del G7 su preciso suggerimento della segretaria del Tesoro americano Janet Yellen. Il che è indicativo del fatto che le sorti del Vecchio continente in materia energetica, e non solo, vengano ampiamente suggerite dall’alleato d’oltreoceano, che ha recentemente cambiato strategia circa le posizioni da adottare nei confronti di Mosca: se, infatti, inizialmente si minacciava un taglio totale al gas russo, ora si parla di limitarne il prezzo, mentre il “price cap” del petrolio si aggiungerà all’embargo già previsto dai pacchetti di sanzioni precedenti e dovrebbe entrare in vigore il prossimo 5 dicembre. Tuttavia, per l’Europa questa soluzione ha comportato, se possibile, danni financo maggiori di quelli delle sanzioni, in quanto Mosca ha interrotto completamente fino a data da destinarsi le forniture di gas tramite Nord Stream, facendo schizzare i prezzi alle stelle sul mercato di Amsterdam. Anche in questo caso, se all’inizio della guerra in Ucraina era Bruxelles a minacciare di interrompere le importazioni di gas russo, ora è Mosca ad avere chiuso i rubinetti del principale gasdotto che rifornisce i Paesi dell’Unione: si è passati così dalle parole (europee) ai fatti (russi). Il Cremlino ha difatti annunciato tramite il suo portavoce, Dmitri Peskov, che il Nord Stream resterà chiuso fino a quando le sanzioni non verranno revocate. La stessa cosa vale sul fronte del petrolio: Mosca ha già annunciato che non lo venderà ai Paesi che aderiranno al tetto.

Come funziona il “price cap” sul petrolio e perché rischia di non essere efficace

Come dichiarato dagli stessi ministri che hanno partecipato al vertice virtuale dei G7, il tetto al prezzo del petrolio russo «sarà fissato a un livello basato su una serie di dati tecnici e sarà deciso dall’intera coalizione prima della sua attuazione» e per funzionare ha bisogno di un’ampia coalizione di Stati. Per questo, i G7 hanno sollecitato un grande numero di nazioni a partecipare all’iniziativa con il duplice obiettivo di ridurre i proventi provenienti dall’export di idrocarburi con cui Mosca finanzia l’operazione militare in Ucraina e di evitare nuove crisi sul mercato del greggio. Per far sì che l’imposizione del limite di prezzo venga rispettato, è previsto il divieto di copertura assicurativa e la completa proibizione dei servizi che consentono il trasporto marittimo qualora i quantitativi di greggio non siano venduti rispettando il tetto massimo stabilito. La segretaria al Tesoro statunitense, Janet Yellen, in un comunicato diffuso dal dipartimento di Stato americano, ha dichiarato che con il limite di prezzo al petrolio russo «il G7 ridurrà in modo significativo la principale fonte di finanziamento della Russia per la sua guerra illegale, mantenendo al contempo le forniture ai mercati energetici globali e il flusso del petrolio russo a prezzi più bassi». Tuttavia, occorre ricordare che per poter applicare la misura è necessaria l’unanimità dei 27 Paesi membri della UE e, vista la scarsa unità delle nazioni europee, è tutt’altro che scontato che possa arrivare in tempi rapidi e senza incontrare ostacoli.

Immediata è stata la replica del Cremlino che, attraverso il suo portavoce, Peskov, ha accusato le nazioni occidentali di «destabilizzare» le piazze energetiche, mentre il vice primo ministro e già ministro dell’energia (2012 – 20), Aleksandr Novak, ha annunciato l’interruzione delle forniture di petrolio e dei prodotti derivati ai paesi che decideranno di limitarne il prezzo. In quest’ultimo caso, si verificherebbe un’ulteriore crisi al rialzo dei prezzi del petrolio. Non a caso, un rapporto della banca americana Goldman Sachs dal titolo «Price cap russo: ribassista in teoria, rialzista nei fatti», mette in luce proprio questo aspetto, scrivendo che «coerentemente con le azioni intraprese nel mercato del gas naturale, la Russia potrebbe scegliere di vendicarsi, tagliando gli acquirenti del G7 e interrompendo la produzione, aumentando così i prezzi globali e le proprie entrate anche assumendo maggiori costi logistici per i paesi non partecipanti». A ciò si aggiunge la decisione dell’OPEC+ di tagliare la produzione di 100.000 barili al giorno da ottobre, contrariamente a quanto deciso durante la riunione del mese scorso e rispetto alla richiesta degli Stati Uniti di aumentare la produzione. Il che farà aumentare ancora di più i prezzi del greggio e può considerarsi la prima risposta del cartello dei maggiori Paesi produttori di petrolio – tra cui anche la Russia – all’imposizione unilaterale dei Paesi occidentali del limite di prezzo all’oro nero. In ogni caso, secondo alcune fonti, la Russia non sarebbe stata d’accordo con la decisione di ridurre la produzione, in quanto questa scelta potrebbe essere interpretata dagli acquirenti come un segno del fatto che c’è abbondanza di petrolio in circolazione, diminuendo così il potere di negoziazione russo con le nazioni che stanno già acquistando il suo petrolio a prezzi scontati.

Il tutto, dunque, fa presagire un ulteriore rincaro degli idrocarburi e, nel caso peggiore, una crisi di approvvigionamento globale. Tuttavia, la decisione di Mosca di non vendere petrolio ai Paesi che aderiscono al “price cap” non è l’unico motivo per cui l’iniziativa del G7 è destinata al fallimento: la ragione più importante è che non c’è una coalizione di Paesi sufficientemente ampia per poter applicare il tetto: i due più grandi importatori mondiali di petrolio, infatti, Cina e India, difficilmente entreranno nella coalizione: le due nazioni non solo non hanno aderito alle sanzioni contro il Cremlino, ma hanno addirittura aumentato gli acquisti di petrolio russo a prezzi scontati negli ultimi mesi. Al contempo, a fronte di una riduzione dell’export di gas e petrolio, il surplus commerciale russo è addirittura aumentato grazie all’incremento globale dei prezzi. Oltre a ciò, c’è da considerare che gli stessi Paesi del G7 non sono grandi importatori e due dei suoi membri, Stati Uniti e Regno Unito, hanno bandito completamente le importazioni di greggio.

Il discorso “multipolare” di Putin al Forum di Vladivostock

Il Presidente russo, Vladimir Putin, nel suo discorso al Settimo Forum economico orientale (5 -7 settembre 2022) a Vladivostock, è dunque tornato a parlare della grande svolta geopolitica in atto accelerata proprio dalle sanzioni occidentali, ossia della nascita del mondo multipolare: «il mondo multipolare è giunto, il vecchio ordine mondiale è finito. L’Asia è il nuovo epicentro dello sviluppo tecnologico e produttivo» ha affermato. Come spiegato già in altri articoli, infatti, l’imposizione delle sanzioni e il congelamento dei beni finanziari di Mosca all’estero hanno accelerato il processo di de-dollarizzazione, spostando l’asse economico in Asia e Medioriente: il timore delle altre nazioni, come Cina e Arabia Saudita, di vedere congelati i propri beni all’estero, così come successo a Mosca, ha incentivato, infatti, la spinta ad abbandonare il dollaro come valuta di riserva globale, dando anche l’avvio al processo di deglobalizzazione. Siamo giunti, dunque, alla fine di un’era e, mentre la scacchiera internazionale assume nuovi assetti attraverso movimenti tettonici di rilevanza epocale, l’Europa si ritrova ad essere la periferia di un impero in decadenza, accecato dalla volontà velleitaria di rincorrere un’egemonia destinata sempre più a sfumare. Proprio in questo senso è da leggere il tentativo del mondo “democratico” di imporre arbitrariamente le sue regole attraverso un “price cap” che, ancora una volta, potrebbe ritorcersi contro l’Europa stessa. Lo “zar” – come viene definito in Occidente – ha quindi chiarito a a Vladivostock le conseguenze di un tetto europeo ai prezzi degli idrocarburi russi: «Non venderemo loro più nulla: gas, petrolio, carbone e gasolio. Non sono nella posizione di poter dettar legge» ha affermato il capo del Cremlino, rendendo anche noto l’accordo tra Russia e Cina per regolamentare il crescente interscambio economico nelle rispettive valute senza più ricorrere alle monete occidentali (dollari e euro). Dopo di che, Putin è passato a parlare senza mezzi termini della situazione economica europea, spiegando che le ripercussioni sociali ed economiche innescate dalla crisi energetica saranno enormi e potrebbero comportare gravi tensioni sociali. Il presidente russo ha affermato, infatti, che «L’alto livello di sviluppo industriale dell’Europa, il suo tenore di vita e la sua stabilità socio-economica sono stati gettati nella fornace delle sanzioni e sprecati su ordine di Washington per il bene della famigerata unità euro-atlantica». Il capo del Cremlino si è spinto inoltre a dire che le sanzioni contro la Russia sono una «minaccia per il mondo intero», in quanto «minano le fondamenta del sistema economico globale» e rappresentano una nuova grave minaccia per il mondo dopo la pandemia di Coronavirus. Tuttavia, Putin si è detto fiducioso sulla stabilità socioeconomica russa in quanto, ha asserito, «l’inflazione in Russia è in calo, mentre è in aumento nei Paesi occidentali». Ed è proprio l’inflazione alle stelle, insieme alle decisioni della BCE attese per questa settimana, che può innescare una crisi economica di proporzioni globali.

La grande tempesta globale

Al riguardo, il portavoce del Cremlino, Peskov, aveva già parlato dell’arrivo di una «grande tempesta globale»: «Sembra che stia iniziando una grande tempesta globale. Ci sono ragioni oggettive per questo, ma ci sono cause soggettive di questa tempesta iniziale, che derivano da decisioni e azioni assolutamente illogiche e persino assurde dei governi degli Stati Uniti, dell’Europa, dell’Unione Europea e dei singoli Paesi europei», ha detto nello specifico il diplomatico.

Oltre all’inflazione energetica degli ultimi mesi che ha causato un calo della produzione in molti Paesi europei a cominciare da Italia e Germania, si aggiunge ora la decisione della BCE – prevista per venerdì 9 settembre – di aumentare i tassi d’interesse di 75 punti, mettendo così in atto politiche monetarie restrittive proprio in un momento in cui le economie del Vecchio Continente si trovano sull’orlo di una profonda recessione e mentre alcune nazioni si preparano ad elargire miliardi in aiuti di stato, rendendo ben visibile il panico montante nelle cancellerie europee. Berlino ha, infatti, appena approvato un pacchetto di aiuti da 65 miliardi di euro verso imprese e famiglie colpite dal caro bollette che va nella direzione opposta rispetto alla decisione della BCE di rialzo dei tassi, creando così un cortocircuito economico. Questo, insieme ai salvataggi di stato disposti da Svezia e Finlandia verso le loro compagnie energetiche che hanno perso le scommesse su un ribasso dei prezzi dell’energia, delinea perfettamente i contorni della tempesta perfetta evocata dal portavoce del Cremlino. Le compagnie energetiche dei Paesi scandinavi – Svezia e Finlandia – necessitano di un salvataggio rispettivamente di 23 e 10 miliardi per coprire le perdite derivanti dalle scommesse perse, innescando un contagio finanziario che rischia di sfociare in una nuova “Lehman Brothers” energetica europea.

Il piano di Bruxelles per contenere i costi energetici

Nel frattempo, la commissione europea ha varato un nuovo programma per far fronte al caro energetico che verrà presentato venerdì 9 settembre al Consiglio dei ministri dell’energia, composto da cinque punti: il primo prevede di ridurre i consumi di elettricità. Secondo la Commissione, infatti, «bisogna appiattire la curva dei consumi». Ecco, dunque, che lo spettro dei razionamenti comincia a delinearsi in modo sempre più concreto e potrebbe non essere più facoltativo, ma obbligatorio per tutti gli stati membri con un taglio dei picchi dei consumi elettrici del 5%. Il secondo punto riguarda l’ipotesi di proporre un “price cap” fissato a 200 euro per MWh (MegaWattora) sul prezzo dell’elettricità prodotta da fonti alternative al gas, quali eolico, nucleare o centrali a carbone. Il terzo punto, invece, teorizza la tassazione degli extra profitti delle compagnie energetiche per ottenere risorse da redistribuire al fine di abbassare il costo medio delle bollette. Sono previsti poi provvedimenti speciali per fornire liquidità al settore dei servizi energetici, onde evitare di provocare un effetto domino nel settore finanziario a causa delle speculazioni come già sta accadendo nei Paesi nordici. Infine, l’ultimo punto riguarda il tetto al prezzo del gas russo, una misura che si è già rivelata fallimentare in quanto il Cremlino ha reagito chiudendo i rubinetti del Nord Stream e peggiorando ulteriormente la condizione energetica del Vecchio Continente. Una misura che sarebbe dovuta servire ad abbassare i prezzi, dunque, ha ottenuto l’effetto opposto, rendendo così necessaria la riduzione dei consumi contemplata al primo punto del nuovo piano della Commissione. In altre parole, quelle che vengono presentate come soluzioni si rivelano essere in realtà le vere cause della crisi energetica: l’UE si è dunque messa in un vicolo cieco per seguire i diktat euroatlantici. Ciò che conta, infatti, non è salvare la tenuta economica e sociale del Vecchio Continente, bensì azzerare l’importazione di gas russo a qualunque costo per smettere di finanziare quella che viene definita la guerra illegale di Putin. Ciò che la congrega euroatlantica non considera però è la capacità e la possibilità dello sconfinato “impero russo” di sostituire il mercato energetico europeo con nuovi partenariati economici e scambi commerciali, offrendo nuove opportunità e attirando verso di sé quelle nazioni in via di sviluppo a cui il Cremlino ha aperto la sua porta, comunicando al mondo che «il rapporto privilegiato con l’Europa è concluso». Al Forum economico orientale, infatti, Putin ha detto esplicitamente che «Se l’Europa non vuole godere dei vantaggi del gas russo a basso prezzo, ci sono altri Paesi». L’inevitabile deindustrializzazione europea, dunque, andrà in favore delle potenze emergenti – sempre più indipendenti dalle politiche occidentali – e contribuirà a spostare ulteriormente l’epicentro economico in Asia. Anche per questo, l’ex segretario di stato, Henry Kissinger, ha più volte avvertito negli ultimi mesi che era necessario riprendere i rapporti diplomatici ed economici con la Russia per evitare di soccombere alle nuove potenze asiatiche. Un monito che non è stato ascoltato. Di conseguenza, mentre il mondo va nella direzione della multipolarità, l’Europa si avvia verso una recessione annunciata. Il declino dell’Occidente – o meglio ancora dell’Europa – pare ormai inarrestabile a causa delle sue stesse scelte.

Fonte: Indipendente.online

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