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L’affannosa corsa dell’Europa verso l’indipendenza digitale

L’affannosa corsa dell’Europa verso l’indipendenza digitale

L’ indipendenza europea
L’Europa ha deciso che la moda dovrà essere green entro il 2030: che significa?
Perché si parlerà sempre di più di sovranità digitale

Gli ostracismi economici, la pandemia, la guerra in Ucraina stanno rivelando al mondo intero come il tradizionale concetto di globalizzazione sia tutto meno che invulnerabile. Gli Stati Uniti hanno dato il via a una guerra commerciale con la Cina, la quale ha istituito la cosiddetta Nuova via della seta per creare un mercato che sia in grado di muoversi parallelamente a quello attualmente dominante, nel frattempo le quarantene hanno evidenziato i lati grotteschi sviluppatisi all’interno del settore produttivo, mentre la più recente offensiva russa in Ucraina ci ha fatto capire che le nazioni occidentali sono fortemente dipendenti dalle materie prime prodotte in Paesi esterni alla propria sfera di influenza.

In questi giorni si parla molto di gas, di petrolio, di difesa e di grano, tuttavia temi altrettanto caldi sono quelli della filiera dei semiconduttori e, più in generale, dell’istituzione della cosiddetta sovranità digitale, ovvero della capacità dei governi di mantenere il controllo dei propri sistemi tecnologici. Per recidere i legami con l’Oriente, gli USA stanno portando avanti investimenti notevoli, ma anche l’Unione Europea sembra aver finalmente riconosciuto che non sia saggio rimanere immobile tra incudine e martello, tra Pechino e Washington, senza cercare di tutelarsi in qualche modo.

I semiconduttori e l’energia

L’avvento del coronavirus ha generato stravolgimenti industriali che hanno finito con l’evidenziare le criticità dei diversi sistemi commerciali e politici. Uno degli elementi che più ha fatto notizia è stato quello della dipendenza cronica dell’Occidente nei confronti dell’industria asiatica dei microchip. Nel 2020, molte delle fonderie strategiche hanno sospeso la loro attività nel tentativo di estinguere la propagazione della pandemia, con il risultato che le forniture di semiconduttori non sono state in grado di soddisfare le crescenti richieste di un mondo che corre verso la digitalizzazione.

I settori che ne hanno patito le conseguenze sono svariati, ma a spiccare per importanza è stata la filiera automobilistica, la quale si è rapidamente
arenata, bloccando preziosi rubinetti finanziari. Sul momento, i diplomatici statunitensi avevano fatto lobby per scavalcare la lista d’attesa delle ambite, tuttavia lo stato emergenziale ha rivelato la necessità di compiere dei cambiamenti, soprattutto ora che la questione ucraina ha indirettamente inasprito i già traballanti rapporti tra Pechino e alleanza atlantista.

L’abbandonarsi a un dumping neoliberista globalizzato ha portato certamente i suoi vantaggi finanziari, tuttavia l’assestamento di nuovi paradigmi commerciali impone di riprendere il controllo di alcune risorse ormai vitali. In tal senso, l’UE ha reagito ponendosi l’ambizioso obiettivo di quadruplicare la propria produzione di microchip entro il 2030, un’evoluzione che garantirebbe all’Europa una fetta del 20% sull’intero Mercato globale. Il proposito viene sostenuto dallo European Chips Act, programma che è formalmente sostenuto da un finanziamento di circa 43 miliardi di euro. A ben vedere, Bruxelles è pronta a versare di tasca propria solamente sui 5,6 miliardi di euro, quindi i singoli stati membri dovranno attingere alle casse nazionali affinché tale cifra lieviti fino a 11 miliardi circa. Il restante della somma sarà quindi rappresentata da aiuti di stato da elargire alle imprese private, tuttavia ci sono molte incertezze sulla mole di fondi indiretti che verranno effettivamente messi in campo e non si può dire con sicurezza che quei 43 miliardi prendano effettivamente forma.

La situazione statunitense offre maggiori certezze, ma solo in parte. Washington ha messo in campo con il CHIPS Act ben 52 miliardi di dollari nel tentativo di rinforzare il suo ruolo nella filiera dei semiconduttori, tuttavia la traballante situazione politica della Casa Bianca sta rallentando l’attuazione dei piani previsti. Tra i Repubblicani che si dimostrano sempre più scettici della misura e i Democratici che si stanno concentrando sul discutere se e come rivedere la vendita di armi all’interno dei confini USA, v’è la possibilità che la strategia d’azione crolli davanti al Congresso. Poco sorprendentemente, questa eventualità preoccupa le lobby tech, le quali stanno facendo pressioni perché la situazione si sblocchi il prima possibile, arrivando a suggerire che le fabbriche siano pronte a spostarsi verso orizzonti maggiormente accomodanti, soprattutto in direzione dell’Europa.

Il traffico di dati e cloud

Uno dei passaggi chiave della corsa alla digitalizzazione così come è stata progettata è quello che vede la transizione dai server classici ai sistemi di memorizzazione in cloud, ovvero all’esternalizzazione di alcuni servizi informatici verso potenti nuclei aziendali con l’obiettivo di ottimizzarne la gestione. Il risultato previsto è economico, sicuro e invitante. Sempre a patto che tutto sia eseguito con l’adeguata attenzione. Nel ramo cloud, l’Europa potrebbe facilmente appoggiarsi alle rodatissime big tech, da Amazon a IBM, tuttavia non è detto che l’affidarsi a realtà statunitensi sia il percorso più raccomandabile, soprattutto se si vuole preservare il controllo della cosiddetta Data Economy, della monetizzazione dei dati. Non solo, un simile approccio è fiaccato anche dal fatto che tuttora non siano stati formalizzati accordi sulla gestione dei dati europei depositati sui server USA, con il risultato che le tutele sulla privacy UE vengono messe spesso da parte in favore degli interessi dell’Intelligence d’oltreoceano.

Gli europei possono nondimeno contare su giganti tech quali Nokia ed Ericsson, inoltre se la cavano sorprendentemente bene nel campo delle intelligenze artificiali, nei big data e nell’internet delle cose, tuttavia c’è ancora molta strada da recuperare nel campo della cosiddetta “nuvola informatica”. Il percorso per il sovranismo digitale in chiave cloud era nato sotto le promesse della franco-tedesca Gaia-X, associazione promotrice dell’idea di una rete interamente europea nota con il nome di Structura-X. Dal suo concepimento teorico, Structura-X ha sviluppato centri di discussione presenti in Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia, tuttavia il consorzio sviluppatosi attorno al tema sta ancora discutendo sulla forma che l’architettura comune dovrà un giorno assumere.

Il programma seguito da Gaia-X non sembra insomma in grado di offrire risposte celeri a una necessità immediata, quindi l’UE ha scomodato la European Union Agency for Cybersecurity (ENISA), responsabile della Cybersecurity Certification Scheme for Cloud Services (EUCS), di delineare regole con cui tutelarsi. La bozza di tale normativa non è ancora stata formalizzata, ma in sintesi pare che ENISA sia propensa a chiedere che i servizi cloud europei siano gestiti da aziende locali, che siano controllati da entità o persone europee, che gli investitori stranieri non abbiano potere decisionale e, soprattutto, che la gestione dei servizi tenga in priorità le leggi dell’Unione. In altre parole, le imprese dovrebbero rinnegare le leggi sull’accesso ai dati di Washington e le lobby del settore hanno lanciato immediati allarmi, temendo che l’adesione a una simile posizione porterà l’Unione Europea a spaventare alcuni dei brand più importanti della categoria, cosa che a sua volta potrebbe danneggiare la competitività dei Paesi Membri.

La situazione in Italia

I cinque Paesi europei più grandi – Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia – non brillano per virtuosismo, all’interno del panorama digitale odierno. Roma, in particolare, è particolarmente competente nella robotica industriale, tuttavia tutto ciò che ha a che vedere con i computer e con la connettività tende a rimanere in secondo piano.

Facendo riferimento al Digital Economy and Society Index (DESI) del 2021, solo il 13% delle aziende aveva nel 2020 alle proprie dipendenze dei tecnici informatici. Complice la pandemia c’è da scommettere che i numeri siano nel frattempo cresciuti, ma resta il fatto che solamente due anni fa il Bel Paese fungeva ancora da fanalino di coda dell’UE. Per quanto riguarda la rete d’infrastrutture, l’Italia fa perlopiù affidamento sull’xDSL, cappello sotto cui rientra tutto ciò che è ADSL, ma anche il sistema fibra misto rame (VDSL).

Siamo altresì lungi dal vedere avverato il sogno di un’Italia completamente
cablata, se non altro se si considera che DESI stima che la copertura della banda larga della telefonia mobile raggiunga una penetrazione di appena il 49%. Stando alla mappa redatta da AGCOM le aree abitate non coperte dal 4G+ non sono poi così rare e in alcune zone montane non esiste neppure la connessione 2G. In apparente paradosso, le metropoli italiane figurano tra le grandi avanguardie UE nell’esplorazione del 5G, con il risultato che si rischia di sviluppare una discrepanza di mezzi che fomenterà quella disparità sociale nota come digital divide.

Il principale ostacolo a una connettività equa lo si riscontra nell’esistenza delle cosiddette “aree bianche”, zone geografiche in cui i gestori delle Reti non ritengono economicamente ragionevole compiere investimenti importanti, preferendo piuttosto lasciarle del tutto scoperte. Questo ostacolo dovrebbe essere finalmente risolto grazie all’ambizioso progetto della “Rete Unica”, l’evoluzione di un proposito lanciato originalmente nel 2015 per cui lo Stato, attraverso Cassa deposito e prestiti, si impegna a “nazionalizzare” l’infrastruttura. Nazionalizzare per modo di dire: Roma sta facendo i salti mortali per assicurarsi di mantenere la posizione di maggiore azionista all’interno del progetto senza però che il suo ruolo si traduca in una statalizzazione effettiva, cosa che certamente non piacerebbe alla Commissione antitrust europea. Proprio questa realtà amministrativamente ibrida sta però causando non pochi grattacapi ed è difficile credere che si potrà trovare un compromesso che accontenti tutte le parti coinvolte entro la data di completamento dei lavori auspicata dal del Ministro per l’innovazione Vittorio Colao, ovvero entro i prossimi 12-18 mesi.

I piani per il futuro

Alla ricerca di «autonomia strategica» e della «sovranità digitale», il governo Draghi ha predisposto che l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN) si concentrasse su tre punti fondamentali: la promozione della cybersicurezza, la resilienza digitale e la lotta alla disinformazione internettiana. Fino al 2026, sono previsti per la sola cybersicurezza 1,2% degli investimenti nazionali lordi su base annua con l’obiettivo di istituire un ecosistema che riesca a sostenersi su di una collaborazione tra pubblico e privato.

ACN avrà dunque il compito di supervisionare le soluzioni pubbliche proposte da realtà private istituendo un «parco nazionale della cybersicurezza» che pone grande attenzione alle start-up che operano su quantum computing, crittografia, robotica, intelligenza artificiale. A differenza di molti esempi del passato, il piano di implementazione avanzato dal Governo promette massima efficienza, se non altro perché il compendio elenca gli organi responsabili dei successi e dei fallimenti di tutti gli 82 presi in analisi. L’Amministrazione Draghi non ha d’altronde mai nascosto di essere fortemente interessata alla digitalizzazione e tutto va a suggerire che sussistano effettivamente volontà e desiderio di portare avanti una serie di importanti evoluzioni tecniche, di soddisfare un insieme di requisiti che dovrebbe finalmente pareggiare il distacco hi-tech sviluppato nei confronti degli altri Paesi membri, nonché garantire una maggiore indipendenza nei confronti dei poteri esteri.

Se è vero che l’Europa dovrà faticare per raggiungere i propri traguardi, è anche vero che l’Italia dovrà inerpicarsi su una strada ancora più tortuosa, confidando che i fondi del PNRR, di Orizzonte Europa e di Europa Digitale siano sufficienti a coprire le diverse lacune informatiche che affliggono il Paese, ma anche che i progetti non deraglino per colpa di un eccesso di cupidigia speculativa o per episodi di corruzione. La fattibilità del tutto verrà presto collaudata nei fatti grazie alla prova del fuoco rappresentata dalla tutela della cybersicurezza italiana, la quale vanta ora come ora una base di finanziamento pari a 623 milioni di euro, 300 dei quali finiranno direttamente per tutelare i sistemi della Pubblica Amministrazione. Non resta che da vedere se saranno ben spesi.

Fonte: Indipendente.online

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