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Google fornisce a Israele gli strumenti per l’apartheid

Google fornisce a Israele gli strumenti per l’apartheid

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Sembra lontana l’epoca in cui Google si fregiava dello slogan “don’t be evil”, non essere malvagio. Da che il motto è stato relegato al capitolo di chiusura del codice di condotta, l’azienda si è trovata al centro di diverse controversie, l’ultima delle quali suggerisce che i suoi strumenti digitali siano in procinto di essere usati per schiacciare i diritti umani del popolo palestinese. A rivelarlo è la testata The Intercept, la quale ha reperito del materiale di formazione che sarebbe finalmente in grado di offrire qualche retroscena sul misterioso “project Nimbus”, un accordo da 1,2 miliardi di dollari in cui il Governo israeliano ha chiesto a Google e Amazon di imbastire un sistema di cloud di ultima generazione.

La Big Tech non si è mai attardata a spiegare il progetto Nimbus nei dettagli, tuttavia le carte emerse rappresentano un buon indizio per capire che Google stia vendendo il set completo dei servizi Google Cloud Platform, il quale raccoglie strumenti di rilevamento facciale, valutazione automatizzata di discorsi e testi, sistemi di riconoscimento degli oggetti e persino la discussa analisi dello spettro emotivo dei soggetti, una funzione che viene generalmente considerata priva di fondamento scientifico e che si è dimostrata difettosa e discriminatoria. Qualora l’indiscrezione fosse confermata, si solleverebbe una spinosa questione deontologica, visto che Israele non si è mai fatta problemi a usare la tecnologia pur di spiare e reprimere le voci scomode.

Crimini contro l’umanità e digitale

Solamente l’anno scorso, Israele è stata accusata da Amnesty International e dallo Human Rights Watch di aver instaurato un sistema di apartheid a danno dei diritti umani dei palestinesi, mentre più recentemente le Nazioni Unite hanno determinato che le Forze di Sicurezza israeliane hanno deliberatamente sparato su di un gruppo di giornalisti uccidendo la reporter Shireen Abu Akleh. Parallelamente, le imprese del posto si sono iperspecializzate nello sviluppo e nella commercializzazione di strumenti di sorveglianza che si infiltrano nei device dei propri bersagli. Dal DevilsTongue di Candiru al celebre Pegasus dell’NSO Group, gli spyware israeliani sono finiti in ogni angolo del mondo, spesso in mano a Governi autoritari che li usano per tenere traccia di attivisti, giornalisti e manifestanti.

 

Sempre nel 2021 era emerso che le milizie israeliane stessero testando già da due anni un programma noto come Blue Wolf, il quale sfrutta un ampio schedario di foto per definire l’identità dei palestinesi inquadrati dall’obiettivo di un qualsiasi smartphone. Per riempire l’archivio di riferimento la polizia fermava i passanti palestinesi per strada per immortalare le loro fattezze. Come se non bastasse, posti di blocco e città di confine sono dotati di telecamere capaci di scansionare i volti dei passanti, con Hebron che è divenuta una vera e propria “smart city” in cui i cittadini sono monitorati 24 ore su 24 e in tempo reale, un qualcosa che il Middle East Institute non esita a comparare esplicitamente al perverso progetto del Panopticon.

Google silenzia le voci dello scontento

Considerate le premesse, la destinazione d’uso delle intelligenze artificiali messe a disposizione di Google lascia poco spazio all’immaginazione, cosa che sta spingendo diversi dipendenti della Big Tech a manifestare la propria preoccupazione. A quanto pare, i retroscena di Nimbus non erano infatti oscuri solamente al pubblico, ma anche a diversi dei tecnici coinvolti nella Google Cloud Platform, visto che l’impresa ha fatto il possibile perché non si discutesse la faccenda.

Nel 2021 Ariel Koren aveva messo subito in discussione i presupposti etici del contratto siglato tra il suo datore di lavoro e il Governo israeliano, tuttavia le sue contestazioni non erano state affatto accolte con benevolenza. La professionista si è vista immediatamente imporre un improbabile trasferimento in Brasile, quindi il licenziamento. Koren ha dovuto presentare reclamo al National Labor Relations Board di Google per non rinunciare al proprio ruolo e comunque si è trovata sulla scrivania una lettera anonima pregna di minacce di morte. Nonostante i suoi potenti mezzi, la Big Tech si è dimostrata in difetto e fatalmente non è mai riuscita a risalire a chi potesse essere l’autore della missiva.

Non è la prima volta che la Big Tech prova a eliminare dal proprio coloro che provano a sollevare dubbi etici impugnando una policy aziendale che recita “se vedi qualcosa che pensi non sia giusto, fai sentire la tua voce!”. Il caso più recente è stato quello di Blake Lemoine, ormai ex-dipendente di Google che è stato messo alla porta perché ha rivelato al mondo di essere preoccupato che l’intelligenza artificiale (IA) sviluppata dall’azienda stesse diventando cosciente, ma ancor più eclatante è stato l’episodio che nel 2020 ha travolto Timnit Gebru e il gruppo di ricerca di cui era a capo. Alla tecnica era stato chiesto di modificare un report in via di pubblicazione in cui si sottolineavano le criticità dei sistemi di machine learning imbastiti dall’azienda, il suo rifiuto si è tradotto in una complessa vicenda fatta di accuse e licenziamenti, quindi di uno stravolgimento della gerarchi interna al team di supervisori.

Un sodalizio pensato per essere inevitabile

Il silenzio imposto attorno a Nimbus fa parte di uno stratagemma per rendere ineluttabile la sua attuazione. The Times of Israel ha chiarito che il contratto sia stato formulato così da essere tutelato da ogni forma di boicottaggio, qualora venisse effettivamente avviato. Le aziende partecipanti al progetto – Google, ma anche Amazon – e il Governo israeliano si preparano quindi a eseguire un piano suddiviso in quattro passaggi: costruire l’infrastruttura, pianificare le policy governative sulla gestione dei dati, integrare e trasferire le informazioni sul sistema di memorizzazione cloud, quindi ottimizzarne le operazioni.

In tutto questo, il principale problema consiste nel fatto che il programma prevede che le due Big Tech istituiscano delle sedi locali, cosa che permetterà alla dirigenza di delegare la responsabilità di qualsiasi scelta manageriale controversa al desiderio di rispettare le leggi del posto. Il contratto di Nimbus è stato inoltre formulato in modo da impedire loro di spegnere i server e da assicurarsi che le aziende non possano rifiutare i servizi ad alcuna entità governativa. Formalmente il progetto è stato pensato per garantire una digitalizzazione che faccia bene al campo economico-finanziario, ma gli strumenti potranno tranquillamente essere usati anche da Intelligence e Difesa.

Difficile credere che in assenza di un movimento di indignazione massivo Amazon e Google saranno interessate a compiere un’inversione di rotta, ma la poca chiarezza che ammanta Nimbus sta assicurando ai due giganti il tempo necessario perché la situazione diventi irreversibile. Visto che ambo le aziende hanno registrato crescite finanziarie inferiori alle previsioni, gli investitori non vedono l’ora che il plateau della Borsa sia ravvivato dal sodalizio con Israele, le rare voci dissonanti vengono ignorate e ci si assicura che i consumatori sappiano il meno possibile. Per evitare il peggio, diversi gruppi di attivisti si sono messi in modo per sensibilizzare il pubblico attraverso la campagna#NoTechForApartheid, tuttavia anche la loro voce tende a catalizzarsi in contesti che si trovano soggetti a oscurantismo e il loro proposito di seppellire le Big Tech con email di protesta stenta a decollare. D’altro canto, come declamava Charles Baudelaire “il più bel trucco del Diavolo sta nel convincerci che non esiste”.

Fonte: Indipendente.online

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