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Emergenza amianto, anche se non se ne parla più

Emergenza amianto, anche se non se ne parla più

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Quando si sente parlare di amianto, sembra si faccia riferimento a un periodo lontano, a una storia passata. E invece, anche oggi, siamo di fronte a una vera e propria emergenza. A sottolinearlo il Parlamento europeo, e lo confermano gli ultimi dati epidemiologici raccolti: ancora oggi in Europa muoiono almeno 80 mila persone ogni anno a causa dell’amianto, oltre la metà delle morti per amianto di tutto il mondo, secondo uno studio dell’OMS. In Italia, a trent’anni esatti dalla sua messa al bando, gli ultimi dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) parlano di 10.607 decessi tra il 2010 e il 2016 per patologie causate dall’esposizione alla cosiddetta “fibra killer”. Usato prevalentemente in edilizia e nell’industria, l’amianto si può trovare in moltissime strutture comuni e frequentate come abitazioni, scuole, ospedali, luoghi di lavoro. Anche detto asbesto, è un minerale fibroso cancerogeno tra i più letali sulla terra, può comportare l’insorgenza di malattie come l’asbestosi, una cicatrizzazione diffusa del tessuto polmonare, il mesotelioma, un particolare tipo di tumore che nasce dalle cellule delle membrane che rivestono gli organi interni, ed il tumore dei polmoni. I rischi maggiori sono legati alla presenza nell’aria delle sue fibre che, una volta inalate, si possono depositare all’interno delle vie aeree e sulle cellule polmonari. Queste fibre, mille volte più sottili di un capello, dopo essersi sedimentate nelle parti più profonde dei polmoni, possono rimanerci per diversi anni, anche per tutta la vita.

Altre malattie “asbesto-correlate”, collegate quindi all’esposizione all’amianto, sono i tumori alle ovaie, a cui si aggiungono con l’etichetta di “possibile cancerogenicità” i tumori della faringe, dello stomaco e del colon-retto. Queste patologie spesso insorgono a seguito di un lungo periodo di latenza, dopo circa 20-30 anni dall’esposizione ambientale alla polvere d’amianto, e non vi è cura né profilassi. Sono malattie, infatti, che non è possibile prevenire se non attraverso l’eliminazione delle fibre nocive dall’aria perché la sola esposizione ad esse, anche a bassi livelli di concentrazione, può essere responsabile degli effetti nocivi.

Le vittime dell’amianto sono, nel 70% dei casi, persone che hanno operato in ambienti di lavoro contaminati e al 10% civili che hanno respirato amianto solo per aver convissuto in ambito familiare con una persona esposta in ambito professionale o per cause ambientali. Del restante 20% l’ambito di esposizione è ignoto.

La mappatura in Italia

L’unico modo per prevenire i rischi, dunque, è eliminarli. E l’unico modo per eliminare i rischi è raccogliere dati precisi su questi, mappando siti, tetti ed edifici di vecchia costruzione per poterli bonificare.

A 30 anni dalla messa al bando dell’amianto, solo il 25% della fibra killer è stato rimossoCon la legge 257/1992 l’Italia è stato uno dei primi Paesi al mondo a muoversi contro l’importazione, la produzione e commercializzazione di amianto e di prodotti che lo contengono. Nonostante questo ancora oggi si continua a morire d’asbesto.

Le ultime stime ufficiali pubblicate dal ministero della Transizione ecologica (MITE), sia quella dedicata ai siti contaminati di interesse nazionale (SIN) che quella dedicata al Piano nazionale amianto (PNA), varato nel 2012 ma mai messo davvero in pratica, indicano 108 mila siti contaminati e solo 7.905 siti bonificati al 30 dicembre 2020. I numeri, già di per sé importanti, sarebbero in realtà molto più alti: secondo il rapporto Liberi dall’amianto (2018) di Legambiente, grazie a dei questionari somministrati alle regioni, si parlerebbe di 370 mila siti contaminati, circa 57 milioni di metri quadrati di coperture di cemento-amianto. Nicola Pondrano, già presidente nazionale del Fondo nazionale vittime amianto e responsabile della sezione previdenza dell’Associazione familiari e vittime dell’amianto di Casale Monferrato, in un’audizione al senato, ha parlato di un milione di siti contaminati. «Non è un numero detto a caso, ma parte da un presupposto. Le do solo il dato del Piemonte, che può aiutare a fare una stima: attraverso un sistema di rilevazione chiamato webgis, che ha visto la collaborazione di vari enti congiunti alle segnalazioni della cittadinanza, solo in Piemonte sono stati visualizzati circa 129 mila siti contenenti amianto. Questi siti, per essere recepiti in ottemperanza alle disposizioni di legge, devono essere validati, è necessario prelevare del materiale, farlo analizzare etc per poi annoverarli nei dati nazionali ufficiali. Dove ha funzionato quella che potremmo definire la “macchina del confronto” tra istituzioni, sindacati, associazioni e comitati, venivano fuori dei numeri importanti e più realistici, tanto che ci portano a stimare un numero, nella totalità del nostro Paese, di un milione di siti contaminati».

Il perché di questo divario tra i numeri dichiarati dal MITE e quelli indicati regionalmente, lo spiega sempre Pondrano, eletto nel 2021 presidente provinciale dell’INAIL. «La rilevazione fatta dall’alto non prende in esame tutto: basti pensare alle pareti contaminate da amianto degli edifici privati, alle tubature, ai tetti etc. Quindi anche questo numero importante beneficia di una sottovalutazione evidente e generale.» Gli edifici più facilmente identificabili sono le aziende, a cui era anche destinato un fondo INAIL di più di 90 milioni per eliminare il materiale contaminato. Più difficile invece è visualizzare tutto il mondo dell’agricoltura: anche le stalle, i pollai, gli edifici di natura agricola possono essere contaminati e ad essi vanno aggiunte altre strutture comuni come ospedali, asili, caserme.

Non solo un problema, ma un’emergenza

La mappatura fa capire quanto il problema sia ancora presente e come lo Stato non se ne sia mai assunto veramente la responsabilità. Questo settembre è stata pubblicata la bozza del nuovo disegno di legge- Testo Unico Amianto ma è un testo che naviga con alterne fortune e che ha visto decine di modifiche date dal susseguirsi dei governi. Anche il PNRR è un’occasione sprecata, secondo Andrea Minutolo di Legambiente. «L’argomento amianto non sembra essere una priorità per il Governo» ha dichiarato.

L’Europa, dal canto suo, ha cercato di intervenire in maniera più incisiva. Un anno fa il Parlamento europeo ha emesso una risoluzione con delle direttive per tutti gli Stati membri: sorveglianza epidemiologica sui lavoratori, riconoscimento ed indennizzo delle malattie correlate all’amianto, verifica della presenza di asbesto prima dei lavori di ristrutturazione energetica e della vendita o locazione di un immobile. Accorgimenti necessari, anche in previsione delle numerose riqualificazioni degli edifici in atto e che avverranno prossimamente grazie ai fondi del programma Next Generation Europe. La risoluzione evidenzia, inoltre, che l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) riconosce che l’amianto è un agente cancerogeno senza un livello soglia, (basta quindi potenzialmente una singola fibra per essere esposti), mentre il regolamento Reach, il documento per la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche, ha specificato che la fabbricazione, la vendita e l’uso di fibre di amianto e di prodotti contenenti tali fibre intenzionalmente aggiunte sono vietati e si dovrà garantire la completa eliminazione dei prodotti di amianto, dagli stati membri, a decorrere dal 1° luglio 2025.

Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) la tutela dall’esposizione alla fibra killer ha trovato poco spazio, con un accenno solo in riferimento agli investimenti nel parco agrisolare. Eppure a morire non solo i lavoratori di uno specifico settore, ma chiunque ne entri a contatto in qualsiasi modo, tra cui familiari degli ex-esposti, e i soggetti attualmente a rischio di esposizione. In media sono stati stimati 4.410 decessi all’anno attribuibili ad esposizione ad amianto: 1.515 per mesotelioma maligno, 58 per asbestosi, 2.830 per tumore polmonare, 16 per tumore ovarico. I tassi di mortalità nazionali sono del 3,84 per 100.000 per quanto riguarda gli uomini e 1,11 per 100.000 donne.

 

«Se ci fosse piena consapevolezza che i numeri sono questi, in Italia si dovrebbe parlare di emergenza sanitaria» ha dichiarato Pondrano. «Ci si nasconde dietro al fatto che un piccolo tetto, se non ci sono state piogge acide o rilascio di fibre, può anche non causare morti e patologie, ma è vero anche viceversa». E i siti coinvolti, vale la pena ricordarlo, non sono solo fabbriche e aziende ma anche edifici pubblici, scuole, ospedali che hanno ancora la copertura in amianto. «Il Paese ha bisogno di individuare delle priorità – prosegue Pondrano –  e il problema va affrontato come un’emergenza. Come possiamo mandare dei bambini in un asilo con dei tetti in amianto?».

Risarcimento e giustizia

Nel campo delle tutele, nel corso degli anni, ci sono stati dei provvedimenti INAIL come ad esempio norme con riconoscimento professionale, rendite dirette, rendite ai superstiti etc, con particolare attenzione per alcune categorie professionali e con disposizioni ad hoc.

A livello di processi penali, invece, non è immediato il risarcimento dei danni. Spesso infatti non è facile dimostrare qual è la genesi di una forma tumorale e a che periodo corrisponde l’esposizione. Le imprese si nascondono dietro questa incertezza e i processi a loro carico non sono quasi mai per omicidio doloso, ma colposo, per cui si incorre spesso nella prescrizione del caso. Numerose sentenze, così, finiscono con il nulla di fatto o poco più.

Il caso più eclatante è sicuramente quello di Eternit, la più grande azienda di manufatti in cemento d’amianto d’Europa: vennero presentate 2889 richieste di risarcimento danni che corrispondevano alle 2889 famiglie che avevano avuto una vittima. Il proprietario di Eternit, Stephan Schmidheiny, fu sottoposto a diversi procedimenti penali fino a quando, nel 2014, la Corte di Cas­sa­zione ha annullato le precedenti con­danne sulla base della prescrizione, affermando che il reato c’è, ma che non è più per­se­gui­bile per il tempo trascorso tra i com­por­ta­menti illeciti dell’imputato (avvenuti prima della messa al bando dell’amianto nel 1992) e le conseguenti morti. Negli anni si sono susseguiti numerosi procedimenti penali contro Schmidheiny e in differenti sedi, rispettivamente per i vari stabilimenti dell’azienda. Ad aprile di quest’anno, con il cosiddetto “Eternit bis”, la Corte di Assise di Napoli ha condannato l’imprenditore, accusato della morte di otto persone, a 3 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di solo uno degli operai dello stabilimento Eternit di Bagnoli. Per gli altri casi al centro del processo, i giudici hanno sancito l’avvenuta prescrizione. I sostituti procuratori di Napoli avevano chiesto una condanna a 23 anni e 11 mesi di reclusione. «La condanna a tre anni e sei mesi? È ridicola – ha detto  Ciro Balestrieri, figlio di una vittima – ed è ancora più ridicolo il risarcimento: 3mila e 300 euro per la sua vita».

«Stiamo parlando di una minimizzazione tragica delle responsabilità» commenta Pondrano, ricordando come Eternit non sia un caso isolato e imputando parte delle responsabilità a un sistema risarcitorio poco consono. «Se ad esempio un imprenditore fosse stato costretto a pagare 150 mila euro per un singolo caso, la somma sarebbe stata talmente importante da vanificare il business e avrebbe smesso di lavorare amianto e da costituire un monito. Con sanzioni irrisorie, ridicole, l’impegno alla tutela è minimo». «C’è chi non crede più nella giustizia» conclude.

Fonte: Indipendente.online

 

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