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La pandemia ha rivoluzionato lo smartworking, ma viene rivalutato il pendolarismo

La pandemia ha completamente cambiato il rapporto delle persone con il lavoro, ma il settimanale inglese va in controtendenza e riscopre il modo democratico di andare al lavoro

La pandemia ha rivoluzionato lo smartworking, ma viene rivalutato il pendolarismo

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Con la pandemia un enorme meteorite è caduto sul mondo del lavoro. Si sono sviluppati dei fenomeni solo qualche anno fa inimmaginabili. Non c’è verso di riportare le persone in ufficio. Neppure la birra gratis, lo yoga, il biliardino e la piscina, prima ad appannaggio dei soli fortunati dipendenti di Google, servono a ripopolare gli uffici nelle grandi città. Ne sa qualcosa Tim Cook e la dirigenza della Apple, uno dei luoghi di lavoro più ambiti del pianeta.

Il quite quitting

Insieme alla great resignation avanza il quite quitting di coloro che restano sul posto di lavoro. Secondo un’indagine di Gallop, metà dei lavoratori negli Stati Uniti d’America sono diventati “quiet quitters”, cioè persone che sul lavoro non vanno né sopra, né sotto di quello che gli viene richiesto e si limitano strettamente a rispettare le proprie mansioni.
Un video di 17 secondi su TikTok postato dall’ingegnere Zaid Khan, nel quale si sostiene il principio che non occorra andare oltre sul lavoro rispetto al mansionario, ha fatto molto rumore.
I lavoratori hanno iniziato a condividere la loro decisione di non fare gli straordinari, di dare priorità all’equilibrio tra lavoro e vita privata e di fare quel che serve per portare a termine il proprio lavoro senza bruciarsi il cervello nel raggiungere gli audaci obiettivi aziendali.
Questo trend ha iniziato a dare sui nervi ai loro capi. Kevin O’Leary, riferisce “The Economist”, uomo d’affari e personaggio televisivo, l’ha definito “l’idea più stupida che abbia mai sentito”. Arianna Huffington, fondatrice dell’ HuffingtonPost, ha scritto un post su LinkedIn in cui descrive l’abbandono silenzioso e cheto del lavoro (cioè il quite quitting) “come un passo verso l’abbandono della vita”.
Però Sarah O’Connor sul “Financial Times” non vede niente di male in ciò, e pensa che sia meglio avere dei quiet quitters che fronteggiare una orda di lavoratori ossessionati dagli obiettivi e annichiliti dal superlavoro. Scrive: «Che ne dite di un semplice rapporto contrattuale di rispetto reciproco e di obblighi chiaramente definiti? Lo chiamerei lavoro per adulti». Sensato!
Ma siamo proprio certi che questo tirare i remi in barca giovi all’equilibrio psicologico dei lavoratori stessi e alla vita sociale? Per esempio, il pendolarismo è davvero uno spreco di tempo?
È la domanda che si è fatta il curatore della rubrica Bartleby (che si occupa dei problemi del mondo del lavoro) di “The Economist”.

In ufficio, no per favore

Sta di fatto, però, che qualche volta in ufficio bisogna andarci. Ci si può andare a piedi, in bici, con la Vespa, con un autobus o con la metro.
Il fatto stesso di andarci, sostiene il curatore di Bartleby, potrebbe essere utile ed anche appagante, come lo è per lui che si reca tre volte alla settimana nella sede di Londra del magazine che si affaccia sul Tamigi.

Tempo sprecato o guadagnato?

Prima di tutto percorrere il tragitto da casa all’ufficio, a meno di non salire in macchina nel garage di casa e scendere in quello dell’ufficio, comporta una certa attività fisica. Abbastanza se si va in bicicletta, un po’ meno se si deve camminare pe prendere l’autobus o il treno. Si tratta pur sempre di uno scampolo di attività che può cumularsi a quella più sportiva.
Poi con la flessibilità degli orari si può anche prendere un mezzo che somiglia sempre meno a quelli che circolano a Calcutta e che circolavano nelle ore di punta nelle grandi e indaffarate città come Milano. C’è sempre l’opzione del prossimo treno. Nessuno ti metterà una nota di demerito.
Ci può essere poi l’incontro. In Innamorarsi, un film uscito nel 1984, Meryl Streep e Robert De Niro si incontrano mentre viaggiano sullo stesso treno, mese dopo mese, dalla periferia a New York, finché, un giorno, decidono di mettersi insieme. Il film non è granché, ma espone una situazione possibile. Un tragitto comporta sì dei rischi, ma anche delle possibilità.
Inoltre e meglio, in un’epoca di smart working il pendolarismo segna la distanza mentale tra casa e ufficio, uno spazio che scompare quando si apre il portatile sul tavolo di cucina. Il viaggo verso il lavoro è un cuscinetto, un limine, una cesura mentale e fisica tra il personale e il professionale. Inoltre proietta fuori le persone dalla loro placida zona di confort e li spinge a confrontarsi con la realtà a connettersi al mondo oltre Zoom.

Un modo democratico di andare al lavoro

Beh, forse il pendolarismo fa proprio bene anche alla democrazie sempre più in bilico.

Fonte: Firstonline.it

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