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Che cos’è la carne sintetica?

Che cos’è la carne sintetica?

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Coltivare la carne non è più fantascienza ma realtà. La carne sintetica, chiamata anche dagli inglesi cultured meat (carne coltivata, o in vitro) è già stata creata in laboratorio e fa tanta paura all’industria della carne. Viene prodotta senza uccidere animali ma con una tecnologia molto più costosa e che richiede l’impiego di quantità maggiori di energia. Fermi tutti però: in realtà, al momento, si è prodotto solo un prototipo di questa carne sintetica e non si è ancora pronti per una produzione in larga scala, che possa sostituire almeno in parte la carne in commercio oggi. Prima che questo alimento sia ampiamente disponibile, dicono gli esperti, ci vorranno ancora 10 anni di ricerca e sviluppo e anche allora, il costo di questo prodotto sarà molto elevato e non alla portata di tutti.

Tuttavia, i ricchi imprenditori si stanno già leccando i baffi per la contentezza di aver dato il via a questo progetto che è stato presentato in anteprima in ambienti per ricchi, come i ristoranti di Singapore, dove le autorità sanitarie hanno dato il via libera alla vendita di nuggets ottenuti da carne “coltivata”. Uno di questi ricchi finanziatori e promotori della carne sintetica è il solito Bill Gates, il quale ha dichiarato che «le nazioni ricche dovrebbero mangiare carne sintetica al 100%.» e che «ci si può abituare alla differenza di gusto, senza contare che nel tempo verrà resa ancora più appetitosa».

I primi prodotti creati sono stati gli hamburger, con carne macinata sintetica, adesso si punta a ricreare la consistenza delle fettine in qualcosa che assomigli alla bistecca e in Giappone pare che ci siano già riusciti.

Come viene prodotta la carne sintetica

Il processo produttivo prevede la coltivazione in laboratorio di cellule animali in un liquido che contiene tutti i nutrienti di cui le cellule hanno bisogno per crescere e moltiplicarsi. Le cellule sono prese da un tessuto muscolare di un animale vivo, quindi non è necessario ucciderlo. Queste cellule vengono lasciate moltiplicarsi, di modo che si possano produrre quantità di carne abbastanza grandi. La consistenza però è gelatinosa e troppo diversa da quella della carne vera. Ma l’Università di Tokyo pare sia riuscita a riprodurre anche la consistenza della bistecca e delle fibre muscolari, trattando queste cellule con l’elettricità, così come fanno le fibre muscolari. Il prossimo obiettivo dei ricercatori è ora quello di riuscire a creare una bistecca che abbia 2 centimetri di spessore.

Il fronte dei favorevoli

L’obiettivo più generale di ricercatori e finanziatori è quello di avviarsi verso la bioeconomia post-animale, una nuova forma di economia e un

sistema di produzione alimentare che utilizza la biotecnologia per realizzare prodotti animali senza animali, al fine di nutrire la popolazione mondiale in modo sostenibile. Tutto ciò perché alcuni ricercatori – come Shoji Takeuchi, professore di Informatica meccanica intelligente all’Università di Tokyo – sono convinti che non solo la popolazione mondiale aumenterà, ma crescerà anche la domanda di carne nei Paesi emergenti in cui la crescita economica sarà maggiore. Il ruolo della carne sintetica quindi, potrebbe essere quello di traghettare i consumatori verso diete di tipo vegetale, dato che il sistema attuale di allevamento industriale è palesemente insostenibile e devastante per l’ambiente. Piuttosto che iniziare a mangiare solo alimenti a base vegetale, secondo alcuni esperti, potrebbe essere più facile passare all’uso di carne coltivata e sintetica. Tra i motivi per cui si sta cercando di sviluppare la carne artificiale quindi, vi sono motivazioni di tipo ambientale e demografico. Si cerca di contrastare i cambiamenti climatici con la riduzione dei gas serra, del consumo di acqua e con la salvaguardia dell’erosione del suolo. Convincere milioni di persone a passare ad una dieta senza carne potrebbe essere una delle tante soluzioni a problemi ormai pressanti.

Il fronte dei contrari

Non tutto il mondo della scienza però, in particolare nella Zootecnia, è concorde sul fatto che la carne sintetica sia una soluzione giusta e percorribile. Gli scienziati della FAO al momento non si pronunciano, lasciando la questione nelle mani di ricchi finanziatori e di start-up che stanno facendo ricerca e sviluppo in questo settore. Lo stesso fanno le agenzie di controllo della sicurezza alimentare come EFSA in Europa, sostenendo di doversi occupare solo della valutazione della sicurezza e del vantaggio o svantaggio nutrizionale. Quando si devono autorizzare sul mercato nuovi prodotti alimentari, la competenza è dei singoli Paesi o della Unione Europea, mentre le agenzie come EFSA fanno solo consulenza tecnica ai parlamenti e governi dei Paesi europei (nel settore farmaceutico invece avviene esattamente il contrario).

Nel fronte dei contrari, ci sono esperti che sostengono la necessità di promuovere un miglioramento delle regole del sistema attuale di produzioni animali, facendolo passare da intensivo non sostenibile a intensivo sostenibile (anche se non è chiaro come questo possa accadere). Altri esperti chiedono a gran voce una trasformazione da modello alimentare industriale a modello più tradizionale, con forte potenziamento di produzioni biologiche sia in agricoltura che in zootecnia. Una trasformazione del genere comporterebbe mangiare meno carne, con una riduzione notevole dell’impatto ambientale. Per farlo serve però il coraggio di ridimensionare il sistema economico basato sul mercato libero e sulla globalizzazione (occorre non incentivare e finanziare cioè le produzioni di cibi che viaggiano

da una parte all’altra del globo come le fragole a Gennaio o le mandorle tutto l’anno che provengono dalle coltivazioni intensive della California, per fare solo un paio di esempi). Questo abbatterebbe di molto l’impronta ecologica negativa di agricoltura e allevamenti.

Non è l’unica alternativa agli allevamenti

In Italia l’agricoltura produce il 7% del gas serra immesso nell’ambiente, il settore zootecnico il 5%. Cinquant’anni gli allevamenti avevano 40-50 mucche ma oggi non è più così: l’allevatore deve incrementare la produzione in quanto il guadagno dell’allevamento è basso. Quasi tutti i margini infatti, vanno alla grande industria e ai profitti degli altri componenti della catena produttiva, fautori dell’economia liberista e globalista. Se un litro di latte costa 1,35 euro, all’allevatore entrano in tasca 35 centesimi soltanto. A questo punto, è piuttosto semplice comprendere che, tornando ad un modello produttivo non globalizzato, un allevatore con un costo di 30 centesimi per ogni litro prodotto, potrebbe rivendere il latte a 60 centesimi, realizzando un giusto profitto e senza doversi avvalere degli altri attori della catena di distribuzione. Venderebbe il latte nella sua struttura aziendale o presso punti vendita della zona. In questo modo anche i consumatori spenderebbero meno. Tutti sarebbero più contenti, tranne i grandi industriali che guadagnerebbero meno o dovrebbero cercarsi un altro lavoro. Un ritorno al passato ma con il vantaggio delle conoscenze e tecnologie moderne che consentirebbero metodi di allevamento più sostenibili. Solo il tempo potrà rivelare quale tendenza prevarrà nei prossimi anni. Nel frattempo, non resta che far tutto il possibile per acquisire consapevolezza e informazioni accurate su queste questioni, sperando che alla fine non vinca il fronte di chi ha più soldi e mezzi per imporre soluzioni.

Fonte: Indipendente.online

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