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Agroalimentare, boom dell’export. Brexit e Ttip le incognite

Agroalimentare, boom dell’export. Brexit e Ttip le incognite

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Presentato a Milano il rapporto del Crea sull’export agroalimentare italiano. Numeri da record per il comparto, ma si può fare ancora molto

Il 2015 è stato un anno da ricordare per l’export agroalimentare italiano. Rispetto all’anno precedente le nostre aziende hanno venduto fuori dai confini nazionali il 7,4% in più, con un balzo incredibile del mercato statunitense che ha segnato un +17,8%. In totale il made in Italy ha fatturato all’estero 37,2 miliardi di euro. Sono questi i dati principali emersi dal rapporto Crea “Il commercio con l’estero dei prodotti agroalimentari” presentato il 5 luglio 2016 nella sede dell’Ice (Istituto commercio estero) di Milano.

Nella bilancia commerciale tuttavia l’Italia è ancora in negativo. Importiamo più beni di quanti ne esportiamo anche se ad entrare nel Paese sono soprattutto commodieties, mentre lasciano i nostri confini prodotti ad alto valore aggiunto, il famoso made in Italy.

Nel 2015 abbiamo infatti assistito ad un incremento del 2% dell’import pari a 42 miliardi di euro (incremento dovuto all’aumento dei prezzi, non dei volumi che invece si sono ridotti del 2,4%). Ma se si considera l’aumento dell’export c’è stata una riduzione del deficit della bilancia commerciale, scesa a 4.782 milioni di euro, il livello più basso raggiunto negli ultimi 25 anni. Ciò ha comportato un miglioramento del saldo di 1,73 miliardi di euro rispetto al 2014.

L’export agroalimentare aumenta il proprio peso su quello totale raggiungendo il 9%”, spiega ad AgroNotizie Roberto Solazzo, ricercatore del Crea. “E’ il quarto anno che il comparto vede crescere il proprio peso nell’export nazionale. Gli incrementi sono stati generalizzati su tutti i settori, mentre i mercati su cui puntare sono Stati Uniti e Asia”.

I 37,2 miliardi di euro di export sono ripartiti tra il settore primario (6,6 miliardi) che comprende frutta fresca, legumi e ortaggi, il cui mercato, per ragioni geografiche, è principalmente quello europeo. L’industria alimentare dei prodotti trasformati ha incassato 23 miliardi, mentre le bevande, in cui il vino ha la parte da leone, è arrivato a 7,4 miliardi. Se invece guardiamo all’import 14 miliardi riguardano il settore primario, 26 miliardi l’industria alimentare e 1,5 miliardi quello delle bevande.

All’interno del nostro export agroalimentare il made in Italy (inteso come prodotti tipici) ha la quota maggiore, pari al 74% (27,4 miliardi di euro), con un incremento rispetto al 2014 del 7,1%. Mele, uva da tavola e kiwi sono alcuni dei prodotti del made in Italy agricolo, che ha fatturato 4,2 miliardi di euro, mentre per i trasformati (15,5 miliardi) i principali prodotti sono vino, pomodoro trasformato, formaggi, salumi e olio d’oliva. L’industria alimentare (tra cui pasta, prodotti da forno e prodotti dolciari a base di cacao) arriva a 7,7 miliardi di euro.

Ma dove esportano le nostre aziende? Principalmente in Europa (65,7%), segue il Nord America (11,8%), l’Asia non mediterranea (8,1%) e gli altri Paesi europei non mediterranei (6,3%). La Germania è il partner più solido visto che da sola fa quasi il 20% dell’export (19,1%), mentre gli Stati Uniti sono al secondo posto con il 12%. Seguono la Francia, con il 10,7%, e il Regno Unito, con il 9,8%. Le sanzioni economiche hanno fortemente ridotto l’interscambio con la Russia che ha segnato un -37,4%.

Nei prossimi mesi le aziende dovranno affrontare due grandi incognite: laBrexit e il Ttip. La decisione dei britannici di abbandonare l’Unione europea porterà, a detta di tutti gli operatori economici, ad una contrazione del Pil inglese che avrà un periodo di recessione. C’è dunque da aspettarsi una diminuzione degli acquisti di prodotti made in Italy, considerando anche il fatto che la sterlina ha perso terreno rispetto all’euro. A risentirne saranno, in ordine decrescente, il comparto del vino (che oggi fattura 644 milioni), la pasta (331 milioni), il pomodoro trasformato (237 milioni), i prodotti da forno (170 milioni), i salumi (160 milioni) e i formaggi (132 milioni).

Intanto a Washington si sta negoziando sul Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), l’accordo di libero scambio tra Europa e Stati Uniti. L’export dell’agroalimentare italiano ha visto nello scorso anno un incremento del 17,8%. Esportiamo principalmente vino (1.267 milioni), olio d’oliva (466 milioni), pasta e formaggi (260 milioni), acque minerali (152 milioni), prodotti da forno (132 milioni) e salumi (109 milioni). Importiamo invece materie prime agricole. L’aumento dell’export è dovuto principalmente al costante fascino del marchio made in Italy, supportato anche da campagne di comunicazione del governo (e dell’Ice), e dal dollaro forte.

Il Ttip rappresenta sicuramente una opportunità per le nostre imprese”, spiega Gabriele Canali, economista agroalimentare dell’Università Cattolica. “Ma deve essere un accordo che ci convenga. E per esserlo deve contenere il riconoscimento delle nostre tipicità territoriali, che devono essere difese dalla contraffazione”.

 

AgroNotizie

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