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Che fine ha fatto il progetto di una blockchain made in Europe

Il nodo privacy, le differenti visioni degli Stati e il gap regolatorio stanno frenando la realizzazione di Ebsi, l'infrastruttura comunitaria per la blockchain, con i singoli paesi che sperimentano per conto proprio e il rischio generale di non tenere il passo con la velocità applicativa di questa tecnologia

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Se nel mondo continua a crescere l’utilizzo della tecnologia blockchain con 370 nuove iniziative nel 2021, l’Unione europea non vede ancora progressi significativi nell’ambito del progetto Ebsi (European blockchain services infrastructure). A tracciare un bilancio dell’uso di questa tecnologia è l’Osservatorio blockchain e distributed ledger della School of Management del Politecnico di Milano, che è anche uno dei tre attori italiani che ospita un nodo Ebsi, insieme a Infratel e Inps.

Il progetto

Nel 2018 la Commissione europea ha avviato il progetto Ebsi con l’obiettivo strategico di creare un sistema di connessione in interoperabilità cross-border per il mercato unico europeo. L’idea di Ebsi è quella di costruire una prima infrastruttura di blockchain istituzionale a livello comunitario la cui responsabilità è condivisa da tutti gli Stati membri. Dal 2020, poi, Ebsi sta implementando una rete di nodi distribuiti in tutta Europa, supportando applicazioni focalizzate su casi d’uso selezionati. Per l’Italia è il ministero dello Sviluppo economico a scegliere i progetti.

Gli Stati Membri e la Commissione europea ogni anno identificano dei casi d’uso. Per avere un’idea, degli esempi possono essere l’implementazione di un modello di self-sovereign identity (Ssi), ovvero un sistema che consente ai cittadini di creare e controllare l’identità tra differenti stati. Ma anche la possibilità di autenticare documenti come i certificati di laurea o diplomi e, ancora, condividere in tutta sicurezza informazioni come dati doganali e fiscali all’interno dell’Unione. L’Inps, ad esempio, sta lavorando alla creazione di un passaporto di social security (Essp) per tracciare lo status previdenziale del cittadino, mentre il Politecnico, fra le altre cose, è su un progetto di concessione dell’asilo su blockchain.

Freno a mano

Gli obiettivi – e le possibilità – sono chiari, ma qual è la roadmap del progetto? “Non è facile avere un’idea di quando questi servizi saranno disponibili – spiega a Wired Francesco Bruschi, direttore dell’Osservatorio blockchain & distributed ledger -. Si tratta di tecnologie che richiedono determinante norme di compliance, come il trattamento dei dati e che si scontrano con punti di vista differenti fra culture diverse all’interno dell’Unione”. Al centro della questione c’è anche la sfida di conciliare una rete pubblica con la tutela dei dati e, quindi, con la regolamentazione Gdpr, col rischio di andare contro il dna decentralizzato e aperto di questa tecnologia.

Un esempio in tal senso è Ibsi, Italian blockchain service infrastructure, un progetto che vede la partecipazione di moltissimi attori e mira a realizzare la prima rete italiana basata sulla blockchain per l’erogazione di servizi di interesse pubblico. L’iniziativa si propone di realizzare attività di ricerca e sviluppo sulle caratteristiche distintive della tecnologia blockchain, per approfondirne le potenzialità. Dal punto di vista tecnico, “alcune sperimentazioni si avvicinano a tecnologie permissionless, precisa Vincenzo Rana, ricercatore dell’Osservatorio del Politecnico.

Se è chiaro, dunque, che la blockchain può cambiare radicalmente il modo in cui le persone e la pubblica amministrazione condividono le informazioni e si fidano reciprocamente, appare evidente che le differenti velocità degli Stati e dell’Unione stanno frenando notevolmente l’iniziativa Ebsi. “La domanda di una piattaforma garantita a livello di trasparenza e compliance è molto alta – continua Rana – c’è molta necessità e voglia di Ebsi. Se l’infrastruttura fosse pronta domani, ci sarebbero moltissime realtà pronte ad entrare”.

Non va poi dimenticato che, oltre Ebsi, l’Unione non ancora trovato la quadratura del cerchio per la regolamentazione delle criptovalute (si sta lavorando alla MiCar già da diverso tempo) e, di recente, l’Esma, l’authority dell’Unione europea per i mercati, ha proposto di vietare il mining di criptovalute come Bitcoin ed Ethereum nell’area per questioni ambientali. Il tutto frammenta e rallenta una visione unita sull’utilizzo della blockchain.

Verso il web3

La lentezza dell’iniziativa europea – anche per la difficoltà di portare i servizi su blockchain e sensibilizzare all’utilizzo di questo strumento – è di certo inversamente proporzionale alla velocità e agli sviluppi di questa tecnologia che corre verso nuove applicazioni. Infatti, oltre all’internet of value, ovvero le applicazioni incentrate sullo scambio di valore (criptovalute, stablecoin, ecc.) e alla blockchain for business (dove si colloca Ebsi), la blockchain sta spalancando le porte al decentralized web web3, una sorta di Internet decentralizzato che potrebbe essere la naturale evoluzione dell’attuale web.

E l’Italia, in questo scenario, è davvero pronta? Il mercato italiano sembra piuttosto rimanere in attesa. Nella penisola, infatti, ancora non si vede una crescita decisa nell’adozione di queste tecnologie da parte delle aziende: gli investimenti sono pari a 28 milioni di euro nel 2021, più o meno stabili rispetto ai 23 milioni del 2020 e ai 30 milioni del 2019. E, se anche iniziative di ecosistema come quella europea registrano rallentamenti, i cittadini sembrano invece essere orientati all’utilizzo delle applicazioni blockchain col rischio però di pagare in prima persona le lacune che si creano fra mercato, regolamentazione e istituzioni.

Fonte: Wired.it

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