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Metalli critici: ecco la partnership multilaterale a guida Usa

Metalli critici: ecco la partnership multilaterale a guida Usa

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Gli Stati Uniti e partner atlantici e occidentali – tra cui Australia, Canada, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Svezia, Regno Unito e la Commissione europea – hanno annunciato il lancio della Minerals Security Partnership (MSP), iniziativa ambiziosa per rafforzare la sicurezza delle catene del valore delle materie prime critiche. L’annuncio è arrivato durante la conferenza della Prospectors and Developers Association of Canada, uno degli eventi legati al settore minerario più importanti al mondo.

Dinanzi a una congiuntura critica, che vede da un lato una pressione strutturale sull’offerta di metalli non ferrosi e materie prime cruciali per la transizione energetica e digitale (litio, cobalto, terre rare, nickel, gallio, grafite, eccetera), dall’altro prospettive di disaccoppiamento tra le filiere globali per ragioni di sicurezza, il rafforzamento delle partnership tra Paesi “amici” (il cosiddetto friend-shoring spesso richiamato da Yanet Jellen, segretaria al Tesoro degli Stati Uniti) lungo più stadi della filiera rappresenta un punto cruciale, soprattutto di fronte alla weaponization delle interdipendenze da parte di paesi autoritari, come Russia e Cina. Secondo quanto riferito dal comunicato stampa della diplomazia statunitense, il nuovo consorzio multilaterale “aiuterà a catalizzare gli investimenti dei governi e del settore privato per opportunità strategiche, lungo l’intera catena, che aderiscano anche ai più alti standard ambientali, sociali e di governance”.

Si tratta di Paesi che possiedono, come Canada, Australia, Finlandia e Svezia potenzialità minerarie importanti, soprattutto il litio estratto dai minerali rocciosi dei depositi australiani e le riserve canadesi di terre rare, rame e altre materie prime essenziali per l’immenso processo di conversione ecologica dei nostri sistemi industriali; altri, come Corea, Giappone e Germania tradizionalmente votati alla trasformazione industriale ad alto contenuto tecnologico, mentre Francia, Regno Unito e Stati Uniti di recente hanno rilanciato i loro piani e affinato vari strumenti per riconvertire le proprie industrie in un’ottica di decarbonizzazione e di presenza nelle filiere del futuro (batterie, magneti e semiconduttori). Tecnologie chiave per la sicurezza, lo sviluppo e il progresso del nostro tempo. Solo per stabilizzare l’offerta di litio di fronte alla domanda in crescita dal settore automotive servirà mobilitare 7 miliardi all’anno di investimenti in nuovi siti e facility produttive fino al 2028, secondo le stime di Benchmark Minerals Intelligence. Una domanda di “oro bianco” che raggiungerà le 2,4 milioni di tonnellate annuali entro il 2030, quattro volte la produzione attuale.

La nuova partnership si accoda alle iniziative più recenti della Commissione europea, che ha lanciato nel settembre del 2020 l’European Raw Materials Alliance (ERMA) e che sovraintende EIT Raw Materials, il più grande consorzio mondiale sulle materie prime, oltre l’European Battery Alliance e l’IPCEI sulle batterie elettriche. Un dialogo che si è fatto anche più stretto tra Unione europea e Canada, oltre che in un’ottica nord-americana e anglofona, con i Five Eyes (Stati Uniti, Canada, Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda) che guardano con sempre più attenzione, e preoccupazione, agli sviluppi del settore vista la dipendenza nei confronti di paesi terzi, come la Cina che controlla circa il 66% delle materie prime critiche a livello mondiale. Il Global Times, quotidiano in lingua inglese sotto l’ombrello del Partito comunista cinese, ha bollato l’iniziativa statunitense come sintomo di “ansia”, specificando che la spinta di Washington per il decoupling da Pechino rappresenti un “segnale pericoloso” in un’ottica di competizione sempre più incandescente con il rivale strategico cinese.

La realtà, con la guerra in Ucraina e l’utilizzo indiscriminato delle materie prime come arma geopolitica da parte del Cremlino, suggerisce che i timori non sia infondati e che dunque la diversificazione massiccia delle forniture non sia più, nonostante gli inevitabili costi in termini di capitale, investimenti e tecnologie, prorogabile. L’accesso sicuro, stabile e in ossequio a standard ambientali e sociali in linea con le normative occidentali alle materie prime critiche rappresenta, infatti, una sfida epocale per l’Occidente, che mette in discussione decenni di scarsa lungimiranza e alla prova il nostro desiderio di affrancarci dai combustibili fossili attraverso una maggiore penetrazione delle tecnologie rinnovabili. Solo per l’Unione europea la sfida materiale della transizione è monumentale, come ha ricordato in un recente rapporto Eurometaux.

Tra i Paesi del G7 che hanno aderito all’iniziativa spicca l’assenza dell’Italia. Che tuttavia è presente tramite il ministero dello Sviluppo economico, che ha lanciato un tavola rotonda nazionale per le materie prime critiche a gennaio 2021, nell’alleanza europea (ERMA) oltre a partecipare a importanti progetti internazionali di ricerca e sviluppo, soprattutto grazie al ruolo di ENEA e di altri enti nazionali. Lo stesso PNRR ha previsto nella strategia economica nazionale un riferimento ai metalli per la transizione, con un focus specifico sull’economia circolare. Il tema della sicurezza degli approvvigionamenti, in uno scenario globale caratterizzato da crescente instabilità e incertezza, rimane però un tavolo imprescindibile. Soprattutto per un Paese dal peso industriale come il nostro e che, di fronte alla transizione green-tech, oltre alle opportunità non potrà prescindere dal confrontarsi con la carenza di materie prime.

Ad illustrare questi e altri scenari, uno studio del think tank privato The European House – Ambrosetti intitolato “Materie prime critiche: il fine vita dei prodotti tecnologici come settore strategico per l’Italia”, presentato durante l’evento organizzato da Erion, primo sistema multi-consortile italiano nella gestione dei rifiuti elettronici, a Roma. All’evento, alla presenza di una platea di stakeholder del settore, tra figure istituzionali e del mondo delle imprese, è intervenuto per la presentazione il coordinatore dello studio Lorenzo Tavazzi, che ha sottolineato l’importanza delle materie prime critiche “per il contesto produttivo italiano”, tenendo conto degli attuali elementi di criticità per gli approvvigionamenti, il contesto geopolitico e gli scenari evolutivi e il riciclo come “leva strategica” per affrontare la criticità dei metalli rari.

Attraverso un’analisi degli “ecosistemi industriali” coinvolti, dall’industria aerospaziale e ad alta intensità energetica, fino ad elettronica, automotive e rinnovabili, è emerso come si tratti di settori fortemente ghiotti di materie prime critiche, anche nel caso italiano. È infatti di circa 564 miliardi di euro (il 32% del prodotto interno lordo italiano) il valore associato ad esse per il sistema-Paese, secondo soltanto alla Germania come impatto complessivo, per un’importanza economica per l’Europa stimata a circa 3 trilioni di euro. Non solo: sono circa 440 i miliardi di export dell’economia italiana (86% sul totale) in cui le materie prime critiche ricoprono un ruolo fondamentale per la produzione di prodotti a valor aggiunto. In particolare, le terre rare risultano presenti in tutti i principali ecosistemi industriali analizzati, con il rischio di fornitura più alto rispetto alle altre materie prime e in prospettiva dalla criticità ancor più rilevante se si considerano, al pari di litio, cobalto, grafite e nickel, le potenzialità di consumo futuro delle tecnologie rinnovabili.

In un’ottica a lungo termine, rifacendosi ad un’indagine condotta nel 2021 tra i principali amministratori delegati d’Italia, automotive/robotica, life sciences e industria aerospaziale risulteranno i settori più strategici per la competitività del sistema industriale italiano, caratterizzati anch’essi da una forte dipendenza dalle supply chain dei metalli critici. Di fronte ad una concentrazione dell’offerta che, secondo la stessa International Energy Agency, è senza precedenti rispetto all’attuale mercato di gas e petrolio, la dipendenza dai paesi terzi stando alle stime di Ambrosetti ancora non si può mitigare tramite il riciclo. Infatti, il tasso di riciclo di 22 delle 28 materie prime critiche considerate (sono trenta le materie prime critiche nell’ultima lista della Commissione europea, dalle quattordici del 2014) è inferiore al 10%. Le potenzialità non mancano se si considera lo stock che potremmo accumulare al 2030, con un aumento del 30% dei prodotti tecnologici in tutta l’Unione europea. Se da una parte l’Europa può considerarsi regione all’avanguardia nel riciclo dei cosiddetti RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche), di cui Erion è leader nel nostro Paese, al contempo è responsabile della maggior parte dei volumi di rifiuti tecnologici, con differenze importanti a livello nazionale nel tasso di riciclo. In questa speciale classifica, l’Italia è terz’ultima e molto indietro rispetto alla media europea. Senza interventi, la distanza tra domanda interna di materie prime critiche e capacità di recupero rischia di allargarsi fino a 15.600 tonnellate (pari a 280.000 tonnellate di rifiuti tecnologici), allontanando la prospettiva del riciclo come potenziale strumento di mitigazione della criticità.

Sono cinque le aree di intervento individuate dal rapporto per sfruttare il potenziale di queste “miniere urbane di metalli”. Prima: rafforzare le modalità di raccolta. Seconda: affrontare lo smaltimento illecito. Terza: snellire le procedure autorizzative. Quarta: migliorare la dotazione impiantistica. Quinta: promuovere la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e dei consumatori. L’obiettivo è quello di conciliare più dimensioni, da quella prettamente strategica – riducendo i nostri rischi lungo le filiere globali –, passando per quella economica con nuove partnership pubblico-private, fino a quella socio-ambientale. In tre scenari presi in esame, ognuno con target di riciclo più o meno ambiziosi e in linea con direttive nazionali e comunitarie, le prospettive per fare del riciclo dei RAEE uno strumento di mitigazione dei rischi di approvvigionamento sono incoraggianti: 7.600 tonnellate di materie prime critiche (pari all’11% di quanto importato oggi dalla Cina), con 1.000.000 di tonnellate di CO2 evitate e 200 milioni di euro risparmiati in importazioni. Serve agire subito, e con velocità. Sulle normative, aggiornandole per potenziare gli incentivi alla raccolta di RAEE e digitalizzando i sistemi di registrazione, sui volumi, contrastando i flussi illeciti e sviluppando una rete più capillare, e infine potenziando le strutture dedicate alla trasformazione dei rifiuti in materie prime in un’ottica circolare.

Si tratta di uno sforzo che richiederà la collaborazione di tutti gli stakeholder, senza comunque dimenticare che il riciclo potrà garantire solo parte della domanda complessiva (medio-lungo termine), come pilastro di una strategia di approvvigionamento articolata, in cui l’innovazione e gli investimenti in start-up tecnologiche (soprattutto nella gestione e valorizzazione dei RAEE) giocheranno un ruolo cruciale. A ricordarlo è Pier Luigi Franceschini, direttore del South Hub di EIT Raw Materials con sede a Roma, intervenuto nel panel di discussione seguito subito dopo, insieme all’onorevole Chiara Braga (Partito democratico), Silvia Fregolent (Italia Viva), Paolo Lioy (presidente di APPliA Italia) e Bruno Marnati (Anitec-Assinform).

Una corsa alle materie prime che non potrà prescindere dal dialogo con i paesi partner, la partecipazione ai forum internazionali e al dibattito in corso nelle sedi europee. La Commissione sta infatti lavorando a un Raw Materials Act: uno strumento legislativo che si porrà l’obiettivo di mettere a terra la strategia europea per le materie prime critiche, consolidando ancor più lo sforzo del legislatore europeo per la governance delle filiere del futuro in un contesto geopolitico in forte irrigidimento.

Fonte: Formiche.net

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