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Quali sono le banche più efficienti d’ Europa? Unicredit la migliore delle italiane

Quali sono le banche più efficienti d’ Europa? Unicredit la migliore delle italiane

  Non solo profitti. Nel primo semestre del 2022 le banche italiane hanno brillato anche per efficienza di gestione: sono infatti ben tr

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Non solo profitti. Nel primo semestre del 2022 le banche italiane hanno brillato anche per efficienza di gestione: sono infatti ben tre quelle nostrane a piazzarsi tra le prime dieci a livello europeo. Unicredit, Intesa Sanpaolo e – sorpresa – il Monte dei Paschi, che con questo risultato, sommato ai conti, si scrolla di dosso la nomea di banca problematica. A illustrarlo è un report di S&P Global Market Intelligence che ha preso in esame per il secondo trimestre 32 istituti di credito, 20 dei quali – riconosce lo studio – sono riusciti a migliorare i propri indici. L’analisi, infatti, ha messo sotto la lente il cost income ratio, ovvero il rapporto tra costi operativi e in sostanza i ricavi (margine di intermediazione), e su cui a pesare sono soprattutto i dipendenti, per questo sempre più destinati a usufruire di scivoli sindacali.

 Unicredit, la migliore italiana

Unicredit si è piazzata al quarto posto con un cost income ratio del 39%, diminuito dello 0,3% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, ma addirittura del 10,28% rispetto a un anno fa. Segno che la strategia del ceo Andrea Orcel – incardinata su strette alle consulenze e 4 mila uscite volontarie – sta dando i suoi frutti. Il top manager nel mese scorso avrebbe inoltre avviato tagli per mezzo miliardo per cercare di limitare l’impatto sui conti di una inflazione più alta rispetto alle attese. Va anche ricordato, però, che l’abbattimento dei costi in piazza Gae Aulenti è uno degli obiettivi da centrare affinché il banchiere possa garantirsi i 9,75 milioni di euro di stipendio.

Primo posto per Türkiye Cumhuriyeti Ziraat Bankasi

Per quanto buono, il lavoro di Orcel è difficile che scalzi quello della turca Türkiye Cumhuriyeti Ziraat Bankasi, che ha quasi annullato il cost income ratio tra primo e secondo trimestre, tagliandolo del 94% e portandolo al 32,09%, conquistandosi così il podio della classifica di S&P. A tallonarla la norvegese Dnb Bank (34,6%) seguita dalla svedese Swedbank (36,1%). Quanto a Intesa Sanpaolo, il nono posto è il suo: 42,19%. Carlo Messina pur avendo ridotto anno su anno il cost income ratio del 6,6%, tra marzo e giugno lo ha visto lievitare (anche se in alcune divisioni a onor del vero è sceso). In particolare i costi operativi del secondo trimestre 2023 sono cresciuti dell’1,3% rispetto ai 2.640 milioni del corrispondente trimestre 2022, a seguito di un aumento dello 0,7% per le spese del personale, dell’1,8% per le spese amministrative e del 3,2% per gli ammortamenti. Il piano industriale prevede inoltre ulteriori sinergie dalla chiusura di 1.050 filiali.

La rinascita di Mps

Bisogna arrivare al tredicesimo posto per ritrovare un’altra italiana: Mps, 46,2% di cost income ratio, abbassato del 6,6% rispetto al primo trimestre, e addirittura del 25,9% anno su anno. Anche il Monte ha siglato di accordi sindacali che hanno alleggerito i conti: grazie a 4 mila uscite il ceo Luigi Lovaglio sta portando a casa 900 milioni di risparmi.

Deutsche Bank, la cenerentola del credito europeo

Al numero 15 della graduatoria si piazza Banco Bpm (47,8%) e al 21 Bper (51,29%), che come Intesa vede crescere il cost income nel semestre. Nulla comunque a che vedere con Deutsche Bank, la cenerentola del credito europeo: il più grande istituto di credito tedesco per attività ha registrato un rapporto costi-ricavi del 75,62% (+4,57 punti percentuali rispetto a tre mesi prima). La banca – secondo S&P – ha registrato un calo del 27% rispetto all’anno precedente nell’utile del secondo trimestre, a causa dell’aumento dei costi. Le spese non operative sono più che quintuplicate, raggiungendo i 655 milioni di euro, a causa di ingenti oneri per controversie legali e costi di ristrutturazione legati alla riduzione dei posti di lavoro e all’ottimizzazione della piattaforma ipotecaria, mentre le spese non legate agli interessi sono aumentate del 15%, raggiungendo i 5,6 miliardi di euro.

Fonte: Corriere.it

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