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Alzheimer: il farmaco che rallenta il corso della malattia

Somministrazione dell'anticorpo monoclonale Lecanemab, i risultati di uno studio firmato dalla facoltà di Medicina dell’Università di Yale e pubblicato sul New England Journal of Medicine

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Una nuova speranza. Ma anche un invito a non lasciarsi trasportare dall’entusiasmo, considerato quanto accaduto pochi mesi fa con un farmaco “gemello”. La comunità scientifica reagisce con cauto ottimismo alla notizia che giunge da uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine. Protagonista è Lecanemab, un nuovo anticorpo monoclonale che rallenterebbe la progressione della malattia di Alzheimer (in Italia i pazienti sono circa 800mila) nelle persone che ne sono affette da una forma precoce. “È la prima volta che uno studio clinico su questa classe di farmaci raggiunge l’obiettivo primario, rappresentato dall’impatto sulla stadiazione della malattia – spiega Carmelo Marra, responsabile dell’Unità di clinica della memoria del policlinico Gemelli di Roma e associato di neurologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore –. Siamo di fronte a una bella speranza, nonostante rimangano diversi aspetti da chiarire”.

L’impatto di Lecanemab sul declino cognitivo lieve

Allo studio, coordinato dagli scienziati del gruppo di ricerca sulla malattia di Alzheimer della facoltà di Medicina dell’Università di Yale, hanno partecipato quasi 1.800 persone di età compresa tra 50 e 90 anni. Erano tutte affette da una forma di deterioramento cognitivo lieve: condizione che non apre automaticamente la strada allo sviluppo dell’Alzheimer, ma che determina un aumento del rischio superiore al 20%. Spesso, dunque, un prodromo della malattia. Gli autori hanno suddiviso il campione in due gruppi: somministrando il farmaco (gruppo di studio) o un placebo (controllo) ogni due settimane, per un anno e mezzo.

Al termine del lavoro, i cui risultati sono stati presentati nel corso della conferenza ‘Clinical Trials on Alzheimer’s Disease’, in corso a San Francisco, gli specialisti hanno riscontrato un rallentamento nella progressione della malattia nei pazienti trattati con Lecanemab. In molte di queste persone, per essere più chiari, il declino cognitivo stava comunque evolvendo verso la più frequente forma di demenza senile, ma con una velocità ridotta di circa un quarto: sulla base dell’evoluzione dei sintomi e dell’esito dei test cognitivi, oltre che del dosaggio di alcuni biomarcatori della malattia. Progressi che alcuni esperti traducono nella possibilità di vivere in autonomia per almeno un anno e mezzo in più. Un aspetto che dovrà però essere confermato, al pari dell’esito degli esami di imaging (Pet e risonanza magnetica volumetrica), che confronteranno l’impatto del farmaco sul quantitativo di beta-amiloide nel cervello.

Le diagnosi precoci sono ancora un’eccezione

Il beneficio, se confermato, riguarderà comunque una piccola parte di coloro che si ammalano di Alzheimer. “Se ci fermiamo ai numeri italiani, parliamo di una quota compresa tra 20mila e 110mila pazienti: a cui andrebbero aggiunte 7-800mila persone alle prese con una forma prodromica della malattia, che nella metà dei casi è destinata a evolvere nell’arco di cinque anni”, chiarisce Marra, che presiede l’Associazione autonoma aderente alla Società Italiana di Neurologia per le Demenze (SINdem). Una quota limitata, che risente della difficoltà di diagnosticare la malattia nelle fasi più precoci.

“Gli ultimi dati ci dicono che meno di 1 paziente su 10 accede ai nostri ambulatori con una forma di declino cognitivo lieve: ovvero quella considerata come target nell’ambito di questo studio”. Ancora troppe sono invece le persone che giungono all’appuntamento con lo specialista con una forma di demenza conclamata. Da qui l’appello a non sottovalutare alcuni possibili campanelli d’allarme. “Il disturbo della memoria a breve termine rappresenta quello più frequente, ma non è l’unico – prosegue lo specialista -. A ridosso della terza età occorre fare attenzione anche alla perdita di interessi, alla riduzione delle attività e dei rapporti sociali, all’impoverimento del linguaggio e all’afasia amnesica: ovvero l’incapacità di trovare i nomi esatti di persone, luoghi e oggetti”. Sintomi che vengono anche riconosciuti, ma più spesso associati alla depressione, con un impatto, dunque, sulla tempestività della diagnosi di declino cognitivo lieve. “La persona che ne soffre riconosce i propri limiti – prosegue l’esperto -, si ritira per evitare difficoltà e delega lo svolgimento anche di attività fino a quel momento routinarie”.

Il futuro della ricerca farmacologica sull’Alzheimer

Diagnosticare il declino cognitivo prima che compaiano i problemi più seri è dunque il passo da compiere necessariamente per aprire la strada a queste eventuali nuove terapie. “L’utilizzo degli anticorpi monoclonali contro la beta amiloide rappresenta una delle strade battute per trovare una cura all’Alzheimer: ma non è l’unica – sottolinea Marra -, anticipando anche parte dei temi che saranno trattati nel congresso della Società Italiana di Neurologia che si aprirà il 3 dicembre a Milano -. Se l’accumulo di questa proteina è alla base dello sviluppo della malattia, è altrettanto vero che successivamente si sviluppano una serie di reazioni che favoriscono la morte dei neuroni. Anche queste, dall’aumento dell’infiammazione all’alterazione del metabolismo energetico della cellula, rappresentano dei possibili target terapeutici. Il futuro delle cure contro l’Alzheimer sarà con ogni probabilità rappresentato da un cocktail di farmaci: ognuno dei quali diretto nei confronti di una delle alterazioni che causano l’insorgenza e la progressione della malattia”.

I punti da chiarire su Lecanemab

Quanto alle possibili ricadute di Lecanemab, sul cui utilizzo è possibile che la Food and Drug Administration statunitense si pronunci già nelle prossime settimane, rimangono come detto diversi punti da chiarire. A partire dagli effetti a lungo termine, dal momento che l’osservazione alla base dei dati resi noti nelle scorse ore fa riferimento a un anno e mezzo di terapia. Per avere conferma che la risposta migliori nel tempo, si attendono gli sviluppi di questo lavoro come di altri che puntano a valutare l’efficacia dell’anticorpo monoclonale fino a cinque anni. E senza trascurare gli effetti collaterali, che ha portato il 7% dei pazienti a dover interrompere la terapia. La maggior parte di questi sono stati lievi. Ma sono stati registrati anche edemi ed emorragie cerebrali: soprattutto in seguito alla prima somministrazione. Un aspetto che chiama in causa l’impatto della terapia sui malati: una delle cause della mancata approvazione del primo anticorpo monoclonale sviluppato contro l’Alzheimer (aducanumab) da parte dell’Agenzia Europea del Farmaco.

Fonte: La Repubblica.it

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