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Imprese, azionisti, società civile: una nuova governance è possibile

Serve una nuova governance delle imprese, che tenga conto degli impatti ambientali e sociali, e coinvolga tutti gli stakeholder

Imprese, azionisti, società civile: una nuova governance è possibile

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Due crisi finanziarie succedutesi nel corso degli ultimi 20 anni e il Covid-19 hanno lasciato un contesto economico e sociale caratterizzato da una crescita esponenziale delle disuguaglianze. E un generale stato di incertezza sugli assetti geopolitici del futuro. Il nostro Continente, in particolare, si trova in una importante “crisi di identità”. Diviso tra voglia di rafforzare il proprio ruolo nel mondo e le identità dei singoli Paesi che cercano, anche in via autonoma rispetto agli altri, di trovare una nuova collocazione in grado di risolvere problemi nazionali.

La Conferenza sul futuro dell’Europa: un tentativo di democrazia deliberativa

Nel tentativo di coinvolgere i cittadini nel futuro dell’Unione, si è tenuta a Varsavia la “Conferenza sul futuro dell’Europa”. Un esperimento di democrazia deliberativa in cui 800 cittadini, eletti a caso, hanno elaborato 51 raccomandazioni per i legislatori europei. Esse riguardano modi migliori di vivere, la protezione dell’ambiente e della salute. Riorientando l’economia e i consumi per una società più sostenibile.

Il ventaglio dei temi affrontati è molto variegato: dall’agricoltura biologica alla qualità del cibo. Dagli investimenti per favorire l’uso di bici e piste ciclabili nell’ambito di programmi di sviluppo urbano. Con una forte richiesta di monitoraggio delle questioni ambientali. A partire dall’introduzione di un sistema di etichettatura per sviluppare l’impronta ecologica di ogni prodotto. E l’abolizione degli imballaggi alimentari non sostenibili, con un maggiore investimento per il riciclo del vetro, plastica e alluminio.

Le proposte su ambiente, diritti e salute

Sempre nel capitolo ambientale, inoltre, si propone l’estensione di aree protette per la tutela della biodiversità, un impegno per la riforestazione e l’abolizione degli allevamenti intensivi. Ma si parla anche, rispetto ad animali e coltivazioni, di riduzione degli antibiotici e delle sostanze ormonali. Di tassazioni per il “cibo spazzatura” e di incentivi per contrastare la precoce obsolescenza di elettrodomestici. Di uso obbligatorio di filtri Co2. E di standard unificati per la qualità del lavorosalari minimi dignitosi, un numero massimo di ore di lavoro, standard di formazione e sistemi di valutazione della sostenibilità dei prodotti tessili fabbricati all’estero. Si propone, inoltre, di armonizzare la qualità e i costi dei trattamenti medici nell’Ue, minimizzando il “rischio di monopoli dell’industria farmaceutica”.

Le raccomandazioni sono state discusse a fine gennaio dal Parlamento europeo. A breve, altre raccomandazioni – rivolte a definire un’economia più forte, giustizia sociale, trasformazione digitale e migrazioni – verranno esaminate nel prossimo mese di febbraio. In questo contesto, il dibattito sui cambiamenti climatici si fa sempre più complesso e rilevante. Le crisi geopolitiche che influenzano lo sfruttamento, l’uso e la distribuzione di fonti energetiche sta diventando sempre più centrale – come era prevedibile – nelle agende e nelle strategie in atto tra i diversi attori mondiali.

La ripresa post-Covid e il fabbisogno energetico in crescita

Tutto ciò anche perché, dopo la fase più acuta della pandemia, si evidenziano segnali importanti di ripresa economica che hanno però drammaticamente accresciuto il fabbisogno energetico, prima di tutto da parte del settore industriale e produttivo, con le imprese impegnate ad affrontare costi crescenti. Da un lato aumenta la voglia di autonomia, accresciuta dalle recenti vicende belliche in Ucraina.

Dall’altro, però, crescono anche la conoscenza e la comprensione di dati sempre più pertinenti, precisi e confrontabili sulle conseguenze del riscaldamento globale, generate in larga misura dall’inquinamento.

In Europa oltre 300mila decessi prematuri all’anno per l’inquinamento

Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, l’inquinamento atmosferico costituito da particolato (in particolare, PM2.5) è una delle principali cause di morte prematura ed è il più grande rischio per la salute ambientale in Europa. Il PM2.5 – una particella di diametro inferiore ai 2,5 millesimi di millimetro (o micron, μ) – per la sua dimensione estremamente ridotta è capace di penetrare in profondità nel sistema respiratorio umano. Raggiungendo non solo la trachea e le vie respiratorie superiori, quale è il caso del PM10, ma anche gli alveoli polmonari. L’Agenzia stima che nel 2019 circa 307mila decessi prematuri siano stati attribuibili al particolato fine nei 27 Stati membri.

La maggior parte degli europei vive in aree, in particolare città, dove l’inquinamento atmosferico raggiunge livelli molto elevati. L’esposizione a breve e lungo termine può portare a una vasta gamma di malattie, tra cui ictus, broncopneumopatia cronica ostruttiva, trachea, bronco e tumori polmonari, asma aggravata e infezioni delle basse vie respiratorie.

Obiettivo: ridurre del 55% i morti rispetto al 2005

L’Unione europea ha stabilito, nelle direttive sulla qualità dell’aria, norme per i principali inquinanti atmosferici che riflettono la fattibilità tecnica ed economica del conseguimento degli obiettivi di contenimento. E, nell’ambito del Piano d’azione del Green Deal europeo, la Commissione di Bruxelles ha fissato l’obiettivo al 2030 di ridurre il numero di morti premature causate dalla PM2.5 di almeno il 55% rispetto ai livelli del 2005.
Ma anche le perdite economiche e sociali che ne derivano sono sempre più impressionanti: secondo il Centro Mediterraneo per il Cambiamento climatico, l’impatto dei cambiamenti climatici nei Paesi del G20, senza un’azione urgente per ridurre le emissioni climalteranti, è in grado di generare perdite di PIL che potrebbero raggiungere il 4% all’anno entro il 2050 e l’8% entro il 2100 – il doppio del Covid-19.

È lecito a questo punto domandarsi se i diversi settori produttivi, le imprese, possano ignorare o non dare il giusto peso a questi rilevantissimi fattori di cambiamento e di crisi che si manifestano con sempre maggior evidenza. È davvero possibile mantenere attività basate su processi e pratiche obsolete che non tengono conto dei segnali – manifesti e irreversibili – di cambiamento strutturale del sistema economico e sociale?

Tre strategie possibili per la governance e la strategia delle imprese

In questa fase di acuta incertezza possono aversi almeno tre tipologie di strategia e di governance adottabili dalle imprese. La prima: attendere di capire cosa fanno i concorrenti. Cercando di barcamenarsi tra i marosi, nell’ottica opportunistica di limitare i danni, pur nella consapevolezza (di rischiare) di perdere nuove opportunità di posizionamento sui mercati.

Oppure, nell’ottica di cavalcare i trend in atto, definire aggressive strategie di comunicazione che esaltino i fattori più allettanti per i consumatori, senza però andare ad incidere, in concreto, sulla qualità della produzione. In questo ambito, è del novembre scorso la notizia che il tribunale di Gorizia – a seguito di un contenzioso insorto tra due aziende concorrenti sui materiali utilizzati per un tessuto utilizzato sulle autovetture – ha emesso un’ordinanza cautelare per condannare pratiche di greenwashing.

L’ordinanza ha imposto l’interruzione della comunicazione aziendale nella quale veniva esaltata la componente “eco” del prodotto commercializzato. Fondata su una «scelta naturale, amica dell’ambiente, per la prima e unica microfibra in grado di garantire ecosostenibilità durante tutto il ciclo produttivo. Attraverso l’uso di microfibra ecologica», configurando un’ipotesi di concorrenza sleale. E sono molte le ONG che, da qualche anno, monitorizzano e pubblicano i casi più eclatanti di greenwashing. Da parte di aziende, organizzazioni e persino Stati.

La terza opzione a disposizione delle imprese – quella obiettivamente più lungimirante e “forward looking” – è quella che, partendo da un’analisi profonda del quadro di riferimento, dopo un’attenta valutazione di pro e contro, è rivolta a pianificare e avviare un progressivo piano strategico di cambiamento. Che tenga conto, da un lato, delle esigenze degli azionisti (tutti, non solo quelli di riferimento). Ma anche delle aspettative degli stakeholder, almeno quelli più direttamente coinvolti (lavoratori e comunità locale, in primis). Con riferimento alle istituzioni pubbliche, chiamate a definire l’ecosistema di riferimento nel quale operare.

Non si tratta di un’operazione semplice e indolore: ma prima se ne comprendono i termini e le conseguenze, meglio è. Ed è una direzione che coinvolge tutti, dai Consigli di amministrazione fino agli addetti di magazzino e alla vigilanza.

Il mondo finanziario, un po’ per convenienza un po’ perché le normative europee si fanno sempre più stringenti, sta comprendendo questo processo. E, anche nelle proprie scelte di allocazione dei capitali, tende a preferire investimenti verso imprese che si dimostrino pronte al cambiamento. O, perlomeno, intenzionate ad avviare un processo di trasformazione che le sostenga nel (prossimo) futuro, oltreché sostenere la redditività dell’investimento.

La proposta: legare i bonus dei manager alle performance di sostenibilità

È di gennaio una lettera inviata – su iniziativa di un parlamentare europeo ma sottoscritta anche da numerosi amministratori delegati di importanti istituti finanziari – ai commissari per il Mercato Interno e per la Giustizia. Nel testo si auspica l’introduzione, nella proposta di direttiva sulla Sustainable corporate governance, di prossima pubblicazione, di una normativa che vincoli il pagamento della remunerazione variabile dei top manager al conseguimento di risultati (misurabili) di performance legate a obiettivi di sostenibilità.

Nella lettera si sottolinea anche come tale misura possa contribuire al conseguimento degli obiettivi di sostenibilità previsti dal Green Deal. Dando “più peso a una prospettiva di medio-lungo termine, attraverso l’integrazione di tale proposta negli strumenti di governance”. E il fatto che alcune aziende pionieristiche lo stiano già facendo “è una notizia positiva, che favorisce il ricongiungimento tra prestazioni finanziarie e prestazioni ambientali”.

Non è ancora ben chiaro, dunque – ed è per questo che si sente la necessità di ribadirlo assumendo una posizione così forte e netta – se le aziende siano o meno effettivamente in linea con gli interessi degli azionisti (tutti, non solo quelli di riferimento) o con le aspettative degli stakeholder, intesi in senso ampio. Resta il fatto che, secondo l’Ong Oxfam, la ricchezza dei dieci uomini più facoltosi della terra è raddoppiata dall’inizio della pandemia. Mentre il reddito del 99% della popolazione è peggiorato e si stima che 160 milioni di persone siano finite in povertà. Le disuguaglianze contribuiscono alla morte di almeno un individuo ogni quattro secondi.

Le imprese che considerano gli aspetti ambientali ottengono risultati migliori

Il danno causato al Pianeta e all’umanità da un sistema economico insostenibile, che si è concentrato su parametri finanziari e profitti a breve termine, viene addirittura ammesso nella recentissima lettera che l’amministratore delegato di BlackRock, di fatto il più grande investitore mondiale, ha inviato ai top manager delle società partecipate. Invitandoli «caldamente» ad allineare più strettamente i loro obiettivi, la loro governance e le loro strategie alle esigenze di «dipendenti, clienti, fornitori e comunità».

Secondo i ricercatori della Wharton School Pennsylvania – semmai ve ne fosse ancora il bisogno – le aziende che si dimostrano più attente al dialogo e alle aspettative degli stakeholder, legando performance e metriche ai fattori ambientali, sociali e di buon governo – ottengono performance più interessanti rispetto ai concorrenti. E anche il Comitato per la Corporate Governance – nel nono rapporto sull’applicazione del Codice di autodisciplina per il buon governo societario – sottolinea l’importanza di una adeguata informazione sulle modalità adottate per perseguire gli obiettivi di sostenibilità. Sull’approccio applicato nella promozione del dialogo con gli stakeholder. E sul miglioramento delle politiche di remunerazione nella definizione di regole chiare, misurabili e legate, possibilmente, a parametri non finanziari.

Nel 2021 la Commissione europea ha posto in consultazione, con un ampio coinvolgimento, una bozza di direttiva. Volta a introdurre la sostenibilità nel governo societario. Ciò al fine di incoraggiare le imprese a prendere in considerazione l’impatto ambientale. Compreso quello sul clima e sulla biodiversità, e quelli sociale, umano ed economico nelle decisioni. E a concentrarsi sulla creazione di valore sostenibile a lungo termine piuttosto che sul valore finanziario a breve termine. Secondo la Commissione, la sostenibilità competitiva può contribuire in modo determinante alla ripresa, allo sviluppo e alla resilienza a lungo termine delle imprese.

La transizione non vedrà tutti vincitori

A dimostrazione dell’interesse suscitato, sono state inviate oltre 473mila risposte alla consultazione pubblica! Come già sottolineato in precedenza, a breve è prevista la pubblicazione del Sustainable Corporate Governance Package da parte della Commissione europea. Che, almeno nelle aspettative, intende allineare gli interessi delle imprese e dei loro azionisti di riferimento alle aspettative degli stakeholder. Ovvero investitori, lavoratori, comunità e società civile, in genere.

È un’occasione importante sulla quale puntare. Ed è lecito chiedersi, a questo punto, se sia davvero arrivato il momento di adottare un nuovo approccio nei sistemi di corporate governance. Utilizzando strumenti, competenze e modalità che favoriscano, su nuove basi, il dialogo e il confronto con tutti gli interlocutori dell’impresa.

Fonte: Valori.it

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