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LO “CHARME” NON E’ POLITICA ESTERA

LO “CHARME” NON E’ POLITICA ESTERA

  Per gentile Concessione del Nuovo Giornale Nazionale.it Il misterioso quanto sbandierato “piano Mattei” per l’Africa del

Giappone: mosse anti- cinesi in Africa
The Great Leap of China’s Tech Companies in Africa
La Repubblica Popolare della Cina e i Paesi in via di sviluppo

 

Per gentile Concessione del Nuovo Giornale Nazionale.it

Il misterioso quanto sbandierato “piano Mattei” per l’Africa del governo italiano è stato definito nei suoi contorni e scopi dal presidente americano Joe Biden. Nel comunicato congiunto successivo alla visita (“bacio della pantofola”) di Giorgia Meloni alla Casa Bianca. Nonostante l’impreziosita agiografia giornalistica di Sky24 si leggono i tre limitati scopi e funzioni del “piano Mattei”:

  • Gli Stati Uniti hanno accolto con favore la Conferenza su migrazione e sviluppo tenutasi il 23 luglio a Roma, nonché l’istituzione del “Processo di Roma” per promuovere partenariati tra paesi di origine, transito e destinazione della migrazione nella più ampia regione del Mediterraneo, del Medio Oriente e dell’Africa. In questo quadro, gli Stati Uniti prendono atto del “Piano Mattei” del governo italiano per l’Africa”.
  • Gli Stati Uniti attendono con impazienza la leadership italiana del G7 nel 2024, dove il G7 intensificherà gli sforzi per accelerare la transizione verso l’energia pulita e affrontare le pressanti sfide globali, tra cui la crisi climatica, la povertà, l’insicurezza alimentare, la sicurezza economica, le forniture minerarie critiche e la migrazione, impegnandosi ulteriormente nel dialogo e nella cooperazione su tutti questi temi con i paesi in via di sviluppo, e soprattutto con i paesi africani”.
  • Gli Stati Uniti e l’Italia condividono l’intento reciproco di migliorare le relazioni con l’Africa sulla base di un partenariato tra pari, e notano l’importanza di mobilitare il settore privato, i nostri partner delle Nazioni Unite, le banche multilaterali di sviluppo e le istituzioni finanziarie internazionali a sostegno di questi sforzi.  Entrambi i paesi rinnovano inoltre l’impegno a promuovere politiche efficaci per combattere il terrorismo nel quadro della coalizione D-ISIS”.

Concretamente, il “piano Mattei” disegnato a Washington è funzionale agli interessi e alle strategie americane per l’Africa, restando molto vago su azioni concrete congiunte che nel migliore dei casi sono “delegate” al G7 di cui l’Italia avrà l’onere nel 2024 e nel quale dovrà dimostrare di “deliver” (produrre) risultati utili all’America. In pratica, il cappello di Biden sul “piano Mattei” non è altro che un modo per tenere a freno il vassallo Italia consentendogli di “promuovere partenariati in materia di migrazioni” e chiedendo in modo specifico di “impegnarsi a combattere il terrorismo”. Il resto è retorica diplomatica con valore prossimo allo zero.

Non c’è da sorprendersi se non per l’eccesso di autopromozione della premier Meloni che sembra seguire (ignara?) esattamente il percorso che fu del “comunista” D’Alema accreditatosi a Washington e poi costretto a bombardare un alleato storico italiano nei Balcani, la Serbia.

D’altra parte, aspettarsi di trovare a Washington il contenuto strategico e le risorse per riempire il contenitore marketing del “piano Mattei” sarebbe come affidarsi a Messina Denaro per elaborare una strategia per sconfiggere la mafia.

Scrive Petroni su Limes che la tattica della Meloni è di offrire a Biden più certezze sul “de-risking” (riduzione del rischio) cinese, cioè rimettendo precipitosamente in discussione il Memorandum con la Cina e i 9 accordi settoriali ad esso collegati, in cambio di un appoggio formale di Washington all’agenda mediterranea dell’esecutivo, in particolare sul fronte della stabilizzazione dei flussi migratori. I toni del comunicato non fanno trapelare nessuna svolta decisiva su questi fronti[3].

Il giornale vicino al potere cinese, Global Times, ha scritto che “per l’Italia, l’idea di sacrificare la cooperazione con la Cina nell’ambito della BRI per ottenere qualcosa dagli Stati Uniti è un errore di calcolo. L’approccio adottato dagli Stati Uniti non è in definitiva vantaggioso per le economie dei paesi europei, compresa l’Italia, in quanto esclusivo e guidato dall’unilateralismo e dal protezionismo. In netto contrasto, la Cina sostiene il libero scambio e un’economia aperta, che sono i veri valori fondamentali della cooperazione, in particolare nel contesto della BRI”[4].

Rimasta nel vuoto e senza idee su come uscire da questo pasticcio politico e diplomatico, la premier Meloni è andata a colloquio (due ore di “lezione”) con il centenario Henri Kissinger, appena rientrato da Pechino. Ed ecco la frase buona per la comunicazione del governo italiano: “Si possono avere buoni rapporti commerciali con la Cina indipendentemente dalla via della seta (BRI)”.

Se il governo Meloni pensa di cavarsela così, pensando che l’operazione charme abbia risolto tutto, l’Italia farebbe bene a preparare ampie difese per proteggersi dalle intemperie che rischiano di pioverle addosso da Oriente e da Occidente. E poi, appare abbastanza chiaro che qualsiasi intervento italiano, benché limitato negli scopi, in Africa sarebbe velleitario senza concertare il sostegno di Cina e Russia e senza assicurarsi il gradimento di Francia, Regno Unito e Germania. Biden, se ci sarà ancora, starà alla finestra a guardare come le illusioni italiane si infrangeranno.

Per ora, conclude Petroni, “se Roma dovesse stracciare o ridimensionare un accordo simbolico per la Cina ma privo di reali minacce alla sicurezza nazionale, dovrebbe esserci una succulenta contropartita sul fronte industriale e mediterraneo. Altrimenti rischiamo di restare nella solita logica dell’Italia che si allinea in cambio di pacche sulle spalle”.

Finanche un irriducibile crociato anti-cinese, Giulio Sapelli, pur fingendo di credere che l’Italia abbia un’irrinunciabile opportunità per “rientrare in gioco”, mette in guardia il governo italiano. “Si richiede di compiere un ruolo ciclopico a chi ciclope non è”, quindi chiosa che la “scelta giusta” del governo Meloni è di “allinearsi all’imperialismo americano” che, diversamente dall’ultimo dopo guerra, deve confrontarsi al nuovo scenario in cui “esiste una Cina così potente protesa al potere marittimo”. “In questo nuovo scenario l’Italia dovrà trovare il suo interesse nazionale prevalente. E deve farlo al più presto”[5].

Dal nostro punto di vista non riteniamo affatto vantaggioso per l’Italia “allinearsi all’imperialismo americano” che persegue interessi e scelte legittime, per loro, ma inutili se non dannose per la tutela dell’interesse nazionale italiano.

 

[1] https://www.whitehouse.gov/briefing-room/statements-releases/2023/07/27/joint-statement-from-president-biden-and-prime-minister-meloni/

[2] https://video.sky.it/news/politica/video/meloni-a-sky-tg24-fatti-dicono-che-litalia-e-affidabile-852351

[3] https://www.limesonline.com/rubrica/meloni-biden-stati-uniti-usa-cina-guerra-ucraina-russia-mediterraneo-migranti

[4] https://www.globaltimes.cn/page/202307/1295242.shtml

[5] https://www.ilsussidiario.net/news/meloni-negli-usa-sapelli-ecco-il-compito-assegnato-da-washington-a-roma/2570831/

a cura di Paolo Raffone

 

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