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5 Domande a: Enrico Verga

5 Domande a: Enrico Verga

     Oggi abbiamo l’enorme piacere di avere come ospite il Dott. Enrico Verga, classe 1976, nato a Como, Milanese di adozione.    Master in Scienze

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     Oggi abbiamo l’enorme piacere di avere come ospite il Dott. Enrico Verga, classe 1976, nato a Como, Milanese di adozione.   

Master in Scienze politiche internazionali alla Università Cattolica del Sacro Cuore.

Consulente strategico e istituzionale per medie e grandi aziende che vogliono innovarsi e crescere.

Lecturer presso l’MBA del Polimi (temi: geopolitica, economia, tecnologia).

Pubblicazioni su: Sole 24 ore, Fortune, Fatto Quotidiano, Affari Italiani, Agi, Formiche, Linkiesta, Manager Italia, Longitudine.

Autore di libri di geopolitica presso Pearson edizioni e Hoepli (prossimamente).

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L’argomento che oggi andremo ad affrontare, col nostro gradito ospite, è un tema divenuto ormai di grande interesse.
Parleremo infatti del panorama geopolitico del continente Africano, cambiato significativamente negli ultimi decenni, delle sue potenzialità economiche e dei rapporti che l’Africa sta rinnovando e ridisegnando con l’Occidente e il resto del Mondo.
Infine chiederemo l’opinione sulla necessità ormai crescente di basare questi rapporti sul rispetto reciproco, con scambi economici più equi, verso una tangibile e sostenibile crescita.

Sulla base di tutto ciò, ci chiediamo e chiediamo al Dott. Verga se l’Africa potrà mai essere “Ago della bilancia, per un nuovo Mondo multipolare”.

Ecco quindi le nostre… 5 domande:


 

1 – Dalla centenaria presenza (ingombrante) soprattutto di Francia e Gran Bretagna ai nuovi grandi Player come Russia e Cina, cos’è cambiato?

Iniziamo parlando delle potenze che hanno presenziato nel continente africano per più tempo, come la Gran Bretagna.

La colonizzazione dell’Africa da parte dell’Impero britannico è stata un evento storico significativo che ha avuto luogo principalmente durante la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.
Spinta e motivata da una varietà di fattori, tra cui la necessità di espandere il commercio e la propria economia, la ricerca e lo sfruttamento delle risorse naturali, estratte per il solo beneficio dell’Impero britannico e la volontà di diffondere la propria cultura ed influenza.

Così in Africa, così nelle Indie, attraverso la formazione della Compagnia Britannica delle Indie Orientali.

Non si può dimenticare di parlare dell’istituzione del Commonwealth, di cui diverse nazioni africane ex colonie inglesi hanno fatto parte, evoluzione moderna e più “democratica” dell’Impero britannico.

Tornando alla presenza inglese in Africa, è dato certo che l’impronta imperialistica è stata visibile nell’introduzione di nuove istituzioni politiche e amministrative, con figure di comodo, amiche e corrotte, che hanno spesso sostituito le strutture di potere esistenti, molto meno organizzate.

I britannici hanno imposto politiche discriminatorie e segregazioniste a danno delle comunità indigene e hanno spesso usato la forza militare per imporre la loro volontà e per sopprimere la resistenza locale.

Questa colonizzazione ha perciò portato, una serie di conflitti e guerre.

Importante e famoso il confronto fra l’esercito britannico e gli Zulu (popolo visto come una minaccia a causa della sua organizzazione, tenacia e forza militare).

Per questo “atteggiamento”, nel Mondo e in terra inglese, si sono levate ferventi critiche e ferme opposizioni sull’imperialismo e sul colonialismo britannico. Famosa quella dello scrittore Joseph Conrad (autore britannico noto per le sue storie d’avventura e narrazioni di viaggio), scrittore del famoso libro “La sottile linea d’ombra”.

Questa “esperienza” britannica, si è di fatto chiusa dopo le due guerre mondiali, sostituendo la presenza fisica, di eserciti e governatori, con una presenza più nascosta, per il perseguimento di altri scopi ed interessi finanziari, quali creare una rete di paradisi fiscali offshore catturando ricchezza da tutto il mondo e nascondendola dietro strutture finanziarie poco trasparenti (vedi il documentario “The Spider’s Web: Britain’s Second Empire”).

E ora passiamo alla Francia.

Qui parliamo di una presenza forte, duratura, iniziata nel XIX secolo, con la conquista dell’Algeria nel 1830 servita da modello per l’espansione francese in Africa.

Anche la Francia come l’Inghilterra ha avuto, con il suo Impero, un forte impatto sul continente africano, soprattutto nelle zone dell’Africa Equatoriale, dell’Africa Occidentale, del Sahel e di parte dell’Africa subsahariana con gli stessi scopi di espandere commercio, economia ed imporre la propria influenza politica.

Anche dopo la decolonizzazione (di facciata), ha mantenuto un controllo indiretto sulle classi dirigenti africane attraverso il sistema della “Françafrique”, attraverso persone “educate” in Francia e rimandate nei loro rispettivi paesi di provenienza, promossi come nuovi leader democratici e messe a capo di Stati (rimanendo per lo più pupazzi al soldo dello stato francese). In questo modo non sono mai venuti a mancare gli avamposti (economici) e il controllo politico.

Tale controllo, ottenuto anche attraverso il controverso franco CFA, criticato come un retaggio del colonialismo francese. Fu fatto adottare forzatamente alle ex colonie francesi impedendo di fatto che queste potessero esercitare la propria sovranità.
Oggi diversi Stati, si sono mossi per riformare o abbandonare il franco CFA e porre fine al controllo diretto della Francia sulla politica monetaria.

Parlando di altri paesi, con minor presenza e influenza, si deve far cenno alla Germania e all’Italia.

La prima, non appena la Rhodesia dichiarò unilateralmente l’indipendenza dalla Gran Bretagna, cercò di stabilire legami economici per contrastare l’influenza britannica in Africa, ma si trattò per lo più di una sperimentazione sociale e civile che lasciò soltanto una modesta impronta. La Germania provò anche a prendere il controllo in Sudafrica senza risultati.

Dell’Italia si può dire della sua presenza nel corno d’Africa e zone limitrofe (Somalia, Eritrea, Etiopia) e in Libia, senza lasciare vera traccia, se non quella di un colonialismo marginale, in quanto tardivo rispetto alle altre Nazioni.

Non dimentichiamo gli USA.

Il colonialismo Americano in Africa non ha avuto la stessa portata e durata del colonialismo europeo. Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli USA hanno iniziato a esercitare una maggiore influenza politica ed economica, nell’ambito della Guerra Fredda e della competizione con l’Unione Sovietica per l’egemonia globale. In epoca moderna, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’America, che nel frattempo aveva costruito diverse basi militari sparse per il continente, scopre che la sua presenza in Africa era poco rilevante e, sino al 2001, la sua presenza negli affari politici del continente è rimasta modesta. Con le guerre al terrorismo lentamente gli Usa riprendono interesse nel continente: dalla loro presenza nel Djibouti alla sommessa presenza nell’Africa occidentale.

Di sicuro interesse, soprattutto per il futuro dell’Africa, sono i nuovi players.

La Cina ha cominciato ad entrare in Africa a partire dal 2000-01, a seguito dell’entrata nel World Trade Organization (WTO) nel 2001, dopo un lungo forzato negoziato, che ha fatto si che la Cina diventasse anche lei parte integrante del sistema commerciale globale.
I successivi obiettivi di crescita economica e la particolare politica interna hanno portato la Cina ad una espansione in moltissime zone del mondo tra cui il continente africano.
L’Africa rappresenta una fonte cruciale di risorse naturali di cui la Cina ha bisogno per sostenere la sua crescita economica interna.

La Cina considera l’Africa un partner chiave per il commercio internazionale e un attore fondamentale nella geopolitica mondiale e coopera economicamente fornendo infrastrutture a basso costo e investimenti significativi.
Dighe, Porti, ecc sono alcune delle opere che il paese asiatico ha costruito, con l’interesse prevalente di prendere il controllo strategico delle rotte marittime.
Esempio lampante è Djibouti (importante snodo commerciale e strategico) con il suo porto di Doraleh affacciato sul Mar Rosso.
La Cina ha stabilito proprio lì una sua base militare (primo avamposto militare all’estero), per rafforzare la sua influenza globale e proteggere meglio i suoi interessi in Africa e nell’Oceano Indiano.

Doraleh – Etiopia – Somalia
TEORIA DEI TRIANGOLI

Si può fare menzione dello stesso metodo e approccio, attraverso investimenti, prestiti e successivo controllo anche per altre zone esterne al continente africano, quali il Pakistan, dove la Cina ha investito pesantemente nel porto di Gwadar, che è diventato un importante snodo della sua Belt and Road Initiative (BRI) o in Sri Lanka, dove la Cina ha prestato denaro al governo per finanziare la costruzione del porto di Hambantota. Quando lo Sri Lanka non è riuscito a ripagare il debito, la Cina ha acquisito una quota di controllo rilevante sul porto.

Meno visibile ai più, ma di interesse per la Cina in Africa è la sovranità digitale che sta promuovendo attraverso investimenti in infrastrutture digitali, tecnologie avanzate, fornitura di reti, sviluppo di piattaforme di vendita e commercio (specificatamente, spodestare il ruolo di monopolista ad Amazon e sostituirlo con WeChat e/o affini). Questo impegno è parte della strategia cinese per accrescere il suo soft power nel continente africano e per esportare la sua visione della cybersovranità.

Parlando della Russia, durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica cercò di coinvolgere i paesi africani di nuova indipendenza, nella sua sfera d’influenza, ma è solo dopo l’era post sovietica che ha riacceso il suo interesse per l’Africa, mirando a consolidare il suo ritorno nel continente. Questo rilancio include non solo legami economici, ma anche il coinvolgimento militare, in particolare attraverso società militari private come il Gruppo Wagner. Queste società di contractor operano nei settori finanziari, minerari, a difesa dei siti estrattivi, dove sono dislocate diverse mini basi militari, spesso agendo in parallelo o come alternativa alle forze armate russe. Il Gruppo Wagner è attivo in vari paesi africani, impegnandosi in conflitti e addestrando le forze locali. Si può pertanto dire che i due nuovi attori protagonisti in Africa hanno ruoli di “bastone”, la Russia, “carota” la Cina.


La presenza russa è, tuttavia, orientata a obbiettivi differenti rispetto alla Cina. La Russia, di certo, non ha necessità di materie prime, in quanto primo produttore mondiale per la quasi totalità di queste (tranne alcune eccezioni).
La sua presenza è più simile ad una “spalla” per la Cina, a cui si aggiunge l’opportunità di “denial” di materie prime per altri utilizzatori. La presenza della Russia potrà complicare la vita al commercio con il gruppo atlantico: prima gli europei e in seguito gli Americani destabilizzando le linee di supply chain e tutte le possibili filiere occidentali.

D’esempio è il Niger, che dopo aver tagliato i legami con Francia e Stati Uniti, ha permesso l’arrivo delle forze russe, nell’ambito di un nuovo accordo di sicurezza, andato a sostituire il precedente con i francesi e gli americani.
Debacle importantissima, perché il Niger è il primo produttore di uranio e primo esportatore verso la Francia, assetata di “yellow cake” ovvero billette d’uranio utilizzato principalmente per la produzione di combustibile per reattori nucleari, da cui dipende un importante percentuale di produzione energetica francese.

In ultimo, sia la Cina che la Russia, non giocano con la propaganda: non fingono nemmeno di volere o potere essere i “liberatori o salvatori” del popolo dai tiranni di turno al potere, non ficcano il naso nelle democrazie (o altre forme di potere) dei vari Stati. Dialogano indifferentemente con il Presidente illuminato, il Dittatore, il Monarca, senza nessuna “ambizione sociale”, ma con l’intento di trovare accordi di interesse economico/politico.

2 – Il continente africano, da sempre vittima di interessi “predatori”, sarà finalmente pronto a tutelare i propri interessi e divenire uno dei centri, del processo di costruzione, di un nuovo mondo multipolare?

Io credo di NO.
L’Africa, per mille ragioni, non riuscirà, nonostante questo nuovo assetto geopolitico e la diversità dei suoi interlocutori, a tutelare i propri interessi.
Per ragioni geografiche, per le politiche schiavistiche ereditate, per i svariati e differenti tessuti sociali, le diverse e contrastanti etnie e religioni (monoteiste e non) quali cristianesimo, islam e credenze tradizionali locali.
Da notare che gli africani si ammazzavano già da prima dell’avvento dei vari colonizzatori. Dai tempi dell’impero romano l’Africa ha sempre sfruttato sè stessa: di solito erano le popolazioni costiere ad essere commercianti di beni verso l’Europa o l’Asia. Perciò risulta difficile pensare che riescano a trovare il modo di farcela.
Un esempio che potrei fare, a suffragio del mio pensiero, che palesa la difficoltà di poter costruire qualcosa insieme è la locazione di tutte le convention più importanti di banche, istituti di credito e altri che vengono fatte non in Africa, ma ospitate in Cina.

 

3 – Come potrà l’Africa non ricadere negli stessi errori che l’hanno portata ad essere suddito e non padrone del suo destino, nei rapporti con i nuovi attori Russia e Cina?

Mi collego alla risposta di prima, sottolineando ancor di più, che la visione panafricana (ammirevole iniziativa di rendere unito, integrato e pacifico il continente africano) auspicata dall’Unione Africana si contrappone a quello che è la realtà in essere.
La scarsa stabilità politica di alcuni Stati africani che hanno 2000 anni e più di conflitti, guerre sanguinose, tradizioni di storia diverse, farcite da poteri ancora presenti e “duri a mollare il colpo”, di sicuro non possono agevolare questo processo di integrazione.

Pensiamo che anche noi, qui in Europa, abbiamo forti difficoltà di integrazione e siamo ancora ben lontani dall’andare d’accordo, ognuno fa quello che vuole e che gli fa comodo.
L’unione dei Popoli dell’originario progetto dell’Unione Europea è ancora ben lontana da raggiungere; viene perciò estremamente difficile pensare che in Africa riescano a trovare questo tipo di accordi.

Una delle iniziative volte a questa visione, soprattutto sul fronte monetario, voluta da Muammar Gheddafi, ex leader della Libia, era l’introduzione di una nuova valuta panafricana chiamata “Dinaro d’Oro”, garantita dalle sostanziose riserve auree accumulate dal suo governo.
Il suo intento era quindi creare una nuova valuta in grado di sfidare il dominio del franco CFA, legato al franco francese, in Africa, riducendo così la dipendenza del continente dal dollaro USA e altre valute estere.
La Francia non poteva accettare questo scenario, come si evince anche dalle intercettazioni americane dell’epoca. La guerra di destabilizzazione francese, a cui si aggiunse immediatamente l’Inghilterra, portò alla caduta e alla morte di Gheddafi e all’addio di quel progetto.
Anche noi, nonostante i vari accordi e rapporti, per il contrasto all’immigrazione, per il rifornimento di petrolio, per la presenza di importanti attività produttive in loco (vedi Eni), in quel frangente, dimostrammo di non tenerne conto e voltammo le spalle a Gheddaffi.

 

4 – In questo scenario, l’Italia, sembra essere pronta a entrare dalla porta principale, grazie al Piano Mattei, pensato e voluto per tornare a recitare una parte di prestigio. Potrà essere il nostro paese essere un punto di unione e un grande mediatore tra le varie nazioni presenti nel territorio africano?

Dobbiamo fare subito un distinguo tra il primo Piano Mattei e quello voluto dal Governo in carica.
L’originale era illuminante, innovativo, spinto dalla passione del genio che lo ha pensato. Enrico Mattei era un visionario, ma con idee reali e attuabili, dotato di grande diplomazia. Questi attributi fecero si che il suo Piano, di accrescere la ricchezza (con un approccio totalmente diverso dalle sette sorelle energetiche americane) e suddividerla equamente tra Stati africani e Italia, ebbe un enorme successo, facendo scalare posizioni e facendo affermare il nostro Paese come una grande Nazione tra le grandi.
Questo piano non era e non è mai stato digerito da Francia e Inghilterra. Portare vantaggio al popolo africano, creava situazioni per l’Italia che andavano oltre il mero valore economico destabilizzando equilibri pregressi che Regno Unito e Francia da sempre avevano nel continente africano.

Oggi, il Piano Mattei di cui parla il governo, mi pare una bellissima operazione di pubbliche relazioni: con delle buone idee e volontà, ma con risorse economiche e diplomatiche insufficienti per le dimensioni del continente bersaglio.
Basti pensare che la mole di denaro, investimenti, ecc, che l’Italia ha destinato per questa prima fase è di milioni, mentre la Cina, fortemente presente in Africa da anni, parla di miliardi.

Questo sposta sicuramente, aldilà della benevolenza verso il popolo italiano, le decisioni importanti e l’amicizia, verso chi ci sta mettendo più soldi.

Mi sento di dire che queste iniziative sembrano un supporto verso alcune grandi aziende italiane, prima tra tutte l’Eni. Un tipo di piano che ha più accezioni mercantiliste, auspicando che possa portare risultati di valore per le grandi aziende che vi partecipano e le relative filiere.

 

5 – Le vecchie potenze, che oggi accusano i colpi AUTOinferti da politiche spregiudicate, rimarranno a guardare? Soprattutto vedendo quello che l’Italia sta cercando di mettere in campo?

Attualmente le potenze globali tradizionali, come Francia e Gran Bretagna, si impegnano a tenere le posizioni in Africa.
Pur interessate ad osservare il nuovo slancio italiano in Africa, non ho ragione di credere che ci possano dare la possibilità di muoverci liberamente, farci mettere a capo di iniziative importanti e di affermarci come attori chiave nello sviluppo del continente.

La Francia, ad esempio, anche se ferita (vedi i colpi inferti dalle “cacciate” dagli stati africani controllati fino a poco tempo fa), pur non volendo pestare i piedi alla Russia, soprattutto militarmente, sta cercando di riprendersi ciò che ha perso negli ultimi anni.


Il Regno Unito, come già anticipato, fisicamente sempre meno presente (alla Corona, non interessa più questo tipo di potere) tranne che a Djibouti (dove esistono diversi interessi ed eserciti schierati), ha il solo scopo di succhiare più soldi possibile tutelando questo tipo di business.

Concludendo, rimarco che è assolutamente probabile, se non certo, che incontreremo dura concorrenza e resistenza da parte di queste potenze consolidate.
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Bene, dopo questa full immersion di nozioni e di opportune considerazioni sull’importanza, nello scacchiere internazionale, del continente africano, non mi resta che ringraziare il Dott. Verga per averci dedicato il suo prezioso tempo. È stato davvero un piacere poter ascoltare una disamina così articolata e piena di dettagli veramente illuminanti. I nostri lettori saranno ben lieti di poterla leggere e per noi sarà graditissimo poter replicare con Lei su altri argomenti di grande e pubblico interesse.

La saluto con sincero apprezzamento e le do appuntamento alla prossima. A presto.

       Roberto Spanu

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