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Libia: Washington alza la posta in gioco

Il fronte principale della guerra iniziata il 24 febbraio 2022 è l’Ucraina, ma la competizione geopolitica si allarga su uno scenario globale, lambendo la Libia, facile preda di attori esterni a causa della sua persistente instabilità. Sebbene non dotati di grandi capacità performative, i mercenari della Wagner, principali attori della politica africana del Cremlino, sono visti come un elemento da contenere dagli apparati statunitensi, vista anche la destrezza con la quale hanno allargato la loro presenza lungo la fascia del Sahel.

Libia: Washington alza la posta in gioco

Fonte: Geopolitica.info (Caricato da Monica Origgi) Il coinvolgimento a bassa intensità del settore nordafricano è ipotesi avanzata da Mosca e Wash

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UOMINI E CAVERNE
DEMOCRAZIA, LINGUAGGIO, CRISI.

Fonte: Geopolitica.info (Caricato da Monica Origgi)

Il coinvolgimento a bassa intensità del settore nordafricano è ipotesi avanzata da Mosca e Washington nel tentativo di distrarre la controparte dal fronte ucraino. La prima ha truppe private nell’entroterra libico a sostegno del Generale Haftar e tenta di influenzare da qui il mercato energetico e il flusso dei migranti; Washington pressa per una veloce approvazione della Costituzione libica che possa portare a “libere” elezioni, nella speranza che queste logorino la postura di Mosca ora che è concentrata alle sue porte di casa. 

L’aggiramento della Nato da sud era la tattica russa volta a prendere posizione in un contesto strategico per i paesi mediterranei dell’Alleanza Atlantica, in virtù del graduale peggioramento che le relazioni diplomatiche russo-statunitensi stavano attraversando già prima dell’invasione dell’Ucraina. Mentre gli statunitensi erano attenti a corroborare la loro presenza nell’Indo-Pacifico, il vuoto che lasciavano nel Mediterraneo veniva colmato da Mosca, che parallelamente prendeva posizione soprattutto in Libia e in Siria.

L’attuale contingenza geopolitica fa riscoprire a statunitensi ed europei la centralità del quadrante mediterraneo, soprattutto in qualità di fonte di risorse energetiche. Tuttavia negli ultimi anni sono stati i russi ad interessarsi di questo quadrante, manifestando la loro attenzione attraverso il coinvolgimento dei mercenari della Wagner nella guerra civile libica del 2019 al fianco del Generale Khalifa Haftar, che tentava di riunificare il paese manu militari, dopo anni di divisione tra Tripoli, sede del Governo di Unità Nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite, e Tobruk, sede della Camera dei Rappresentanti presieduta da Aguila Saleh. Il fallimento dell’operazione non ha comunque fatto venire meno l’interesse del Cremlino per la Libia, tanto da mantenervi alcuni mercenari della Wagner nonostante l’esistenziale conflitto in Ucraina. I mercenari russi hanno assunto il ruolo di forza di ausilio alle truppe del Generale Haftar nel controllo della Cirenaica e del Fezzan, condizione che gli restituisce una leva politica sullo stesso Generale e sugli attori politici regionali. Il gruppo Wagner ha preso possesso oltretutto di alcune basi aeree della Libia, ove vi ha posizionato alcuni Mig-29 e Su-24 a cui sono stati affiancati i sistemi di difesa antiaerea SA-22 nelle basi di Al-Khadim e di Al-Jufra. Il gruppo Wagner ha infine postazioni nelle vicinanze dei siti di estrazione petrolifera ergendosi a protettore e controllore dunque della capacità produttiva del paese, quasi minacciando da sud il sistema energetico occidentale, impegnato nella diversificazione delle fonti energetiche. 

L’attività statunitense è attualmente impegnata nella stabilizzazione del mercato energetico per alleviare le sofferenze derivanti dall’alta inflazione. In quest’ottica, il consolidamento della Libia potrebbe tradursi in parziale stabilizzazione del mercato energetico europeo. Ecco dunque l’altro motivo per il quale gli Stati Uniti hanno deciso di alzare la posta in gioco nel paese nordafricano.

Biden il 24 marzo ha presentato al Congresso statunitense il piano denominato “U.S. Strategy to prevent conflict and promote stability” volto alla ristrutturazione dei paesi gravemente affetti da instabilità interna, ma allo stesso tempo di importanza geopolitica cruciale per posizione geografica e per estrazione delle materie prime. Tattica che sembra rispecchiare il proposito di mantenimento e consolidamento dello status quo internazionale, un cambiamento sostanziale rispetto al periodo dei regime change. Prioritario dal punto di vista geopolitico è contenere in Africa la penetrazione russa, rafforzatasi anche dinanzi al parziale ritiro del contingente francese in alcuni quadranti del continente. Gli obiettivi principali del piano dell’amministrazione Biden sono: Prevention, Stabilization, Partnerships, Management. Si legge inoltre nel documento che la funzione sarebbe quella di prevenire gli alti costi dell’instabilità della regione promuovendo Stati più resilienti e dotati di economie più solide, in grado di resistere alle avverse dinamiche derivanti dall’ambiente esterno ed interno. Se prima dunque la democrazia sembrava essere il principio primo dalla diplomazia statunitense, il mutamento delle condizioni esterne – cioè l’ascesa di potenze revisioniste – ha prodotto un mutamento sostanziale delle intenzioni americane. Washington necessita di partner resilienti nel Mediterraneo, in grado di corroborare la sua presa regionale affinché possa dedicarsi nel modo più efficiente possibile alla minaccia strategica principale: la Repubblica Popolare Cinese. Attualmente difatti gli elementi ricorrenti nei documenti di questo tipo sono “stabilizzazione” e “prevenzione”.

Importanti segnali arrivano anche dal capo della diplomazia americana Anthony Blinken e dal direttore della CIA William Burns. Quest’ultimo si è recato in Libia il 13 gennaio per incontrare sia Dbeibah che Haftar, pressando soprattutto sul Generale cirenaico affinché prenda le distanze dalla Wagner. Quest’ultima è stata designata dall’amministrazione Biden come “organizzazione criminale transnazionale”, manovra giuridica funzionale ad eroderne immagine e prestigio, presentandola come un attore improponibile. Washington però deve fronteggiare anche i plurimi attori esterni che ormai sono cruciali nella questione libica come ad esempio l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti – che sostengono, assieme a Mosca, gli attori cirenaici. Il messaggio è indirizzato pertanto a tutti i soggetti con qualche tipo di rapporto con i russi. Dbeibah ha invece tentato di guadagnarsi i favori di Burns collaborando sul caso Abu Agila Muhammad Ma’sud, soggetto coinvolto nell’attentato al volo 103 della Pan Am nel 1988. Vicenda che ha provocato qualche protesta a Tripoli contro Dbeibah per timore di un aumento delle già sostanziose interferenze interne.

Anthony Blinken ha chiarito, il 22 marzo, che Washington sta lavorando attivamente per ristabilire la presenza diplomatica in Libia, dopo la chiusura dell’Ambasciata del 2014 a seguito dell’escalation tra le fazioni libiche che costrinse gli americani a spostarsi in Tunisia – vicenda che confermerebbe il crescente interesse della diplomazia americana per la Libia. Anthony Blinken ha inoltre affermato che sta lavorando attivamente per portare il paese africano alle elezioni il più presto possibile, subendo però qualche critica da coloro che sostengono un percorso graduale verso le elezioni, subordinandole ad un processo di consolidamento statale onde evitare il ritorno alla guerra civile.

Washington notifica dunque la sua volontà di impegnarsi, in modo reattivo, in una controffensiva a bassa intensità con il fine ultimo di ingaggiare la Russia anche altrove, sottolineando loro l’impossibilità di gestire diversi scenari di crisi quando si combatte nel proprio cortile di casa. Ma forzare troppo la mano in Libia, come già accennato, potrebbe condurre il fragile equilibrio di nuovo verso l’escalation, in cui difficilmente gli stessi statunitensi sarebbero disposti ad impantanarsi.

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