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Digitale e innovazione: manuale per il prossimo governo

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Ancora qualche settimana e al Quirinale giurerà il sessantottesimo Governo della storia della Repubblica. Si troverà davanti sfide e opportunità con pochi precedenti, ma soprattutto dovrà investire risorse economiche straordinarie nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), utilizzando le risorse europee del Next generation plan. Si tratterà di rilanciare un Paese fiaccato dalla pandemia, guardando al futuro. Trasformazione digitale e innovazione dovrebbero essere protagonisti indiscussi dell’azione di Governo.

Vale quindi la pena mettere in fila qualche indicazione per chi arriverà a Palazzo Chigi. L’indice Desi 2022 (Digital economy and society index) della Commissione europea, che misura il livello di attuazione dell’agenda digitale europea nei diversi Paesi dell’Unione, racconta di un’Italia diciottesima nella classifica dei 27 Paesi.

Non è un dato lusinghiero per la terza economia, per dimensioni, dell’Unione europea. D’altra parte, il Desi 2020 raccontava di un Paese al venticinquesimo posto. Restiamo un fanalino di coda dell’Europa digitale, anche se la pandemia ci ha fatto fare un balzo in avanti.

Il Governo che verrà troverà il piano della trasformazione digitale inclinato nella direzione giusta. È un fattore non scontato del quale fare tesoro, soprattutto perché non abbiamo mai avuto così tanti denari da investire nella trasformazione digitale.

Due indicazioni pratiche per provare ad approfittare della situazione.

La prima è di merito e riguarda la governance della trasformazione digitale che, sin qui, non ha funzionato, a prescindere dal colore politico dei diversi esecutivi che si sono succeduti.

L’innovazione digitale nel 2022 è una linea orizzontale che attraversa – o almeno dovrebbe – tutta l’azione di Governo. Le deleghe, le competenze, i poteri di un ministro dell’Innovazione, chiunque esso sia, sono destinate a sovrapporsi e intrecciarsi con quelle di tutti i suoi colleghi in carica. Sono intrecci e sovrapposizioni che, a seconda dei casi, dei momenti politici, delle persone, delle combinazioni cromatiche dell’esecutivo hanno prodotto e continueranno a produrre collaborazioni preziose, antagonismi nefasti, accelerazioni, rallentamenti o, addirittura, immobilismi.

C’è da mettere ordine, dal primo giorno, nel sistema delle deleghe e delle competenze. Forse si potrebbe sostituire il ministro della Trasformazione digitale con un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con forti poteri di impulso e coordinamento da esercitarsi nei confronti di tutti i suoi colleghi di Governo nell’ambito di una vera cabina di regia dedicata.

La seconda indicazione è di merito.

La trasformazione digitale è uno strumento e non un obiettivo. In questa direzione si è sbagliato molto.

Si sono progettate e talvolta realizzate infrastrutture e applicazioni digitali senza interrogarsi sull’impatto che avrebbero avuto su società, mercati e democrazia e si è spesso commesso l’errore di pensare che i diritti fossero ostacoli alla trasformazione digitale anziché vincoli. E vincolo e ostacolo non sono sinonimi: il primo orienta, il secondo frena, rallenta, blocca se insormontabile.

Il digitale deve e può rappresentare un fattore di promozione dell’eguaglianza, un elemento di contrasto a ogni forma di discriminazione, un propulsore della libertà di concorrenza e della competitività, uno strumento prezioso di democrazia, ma è appunto uno strumento e non un fine.

Questa trasformazione digitale non ha colore politico, può e dovrebbe essere un obiettivo comune di chiunque voglia guidare il Paese. Vinca il migliore, quindi, quale che sia la maglia che indossa.

Fonte: Fotuneita.com

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