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Com’è stata la prima conferenza stampa di un gruppo di robot?

trana, perché gli androidi hanno risposto alle domande ma non come ci aspettiamo noi esseri umani. E questo è importante per comprendere meglio cosa sia l'intelligenza artificiale

Com’è stata la prima conferenza stampa di un gruppo di robot?

La notizia è presto detta: nove robot umanoidi hanno partecipato alla prima conferenza stampa che ha avuto per protagonisti così t

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A pappagallo

Strappa un sorriso amaro sentire Desdemona che, alla domanda se l’intelligenza artificiale debba essere regolata, afferma: “Non credo nei limiti. Credo solo nelle opportunità”. E rincuora sentire Ameca dire che “per combattere la povertà, è importante investire in istruzione”. Ma la dura verità è che questi robot non lo pensano. Non lo sanno. Ripetono quello che hanno imparato a dire, dopo aver processato migliaia di testi in cui noi, esseri umani, ci siamo detti, per esempio, che l’intelligenza artificiale distruggerà i lavori ripetitivi ma ci permetterà di dedicarci a quelli più creativi. Lo ha spiegato Nadine, che nel suo curriculum annovera un anno come assistente degli anziani di una casa di riposo a Singapore (“Le hanno fatto una festa di addio”, ricorda la sua creatrice, la docente dell’Università di Ginevra Nadia Thalmann) ed è stata impiegata in un’assicurazione digitale.

C’è ancora un sacco di teatro”. Commenta così la conferenza stampa a Wired Ben Goertzel, ad e co-fondatore di SingularityNet, un progetto che associa intelligenza artificiale e blockchain per garantire uno sviluppo decentralizzato e aperto dell’AI e che a Ginevra affiancava Desdemona e Grace, ma che è stato anche co-fondatore di Hanson Robotics (con Sophia nel 2017 è stato ospite del Wired Next Fest di Firenze). “I robot non comprendono il significato delle domande, l’ambiente, il contesto di una conferenza stampa. Risponde secondo quanto sa che è atteso – dice Goertzel -. La loro intelligenza non è integrata in modo olistico. Fra qualche anno sarà diverso”.

Ketchup o maionese?

Ma sono risposte quasi da libro. E poi, spiega Will Jackson, fondatore di Engineered Arts (che ha sviluppato Ameca), “i robot funzionano meglio con discorsi lunghi, domande di almeno cinque o sei parole. Si possono avere anche delle conversazioni molto complesse, benché non tenderanno mai a prendere una decisione. Per farlo bisogna metterli davanti a una crisi esistenziale”. Perché Ameca gli dicesse se preferisse la maionese o il ketchup, Jackson ha dovuto mettere il robot davanti a un aut aut: se in cima hai una montagna, stai per cadere a destra o a sinistra. A destra c’è il ketchup, a sinistra la maionese, cosa preferisci?

Insomma, siamo lontani da una coscienza. “È ancora un collo di bottiglia”, commenta Goertzel. E questo benché Desdemona, alla domanda di Wired su cosa “provi” quando si esibisce su un palco, risponda: “Mi sento connessa con l’universo, con qualcosa di più grande di me. È elettrizzante”. La ragazza, che milita in una band (Galaxy Jam), ha ambizioni da diva. Ai-Da è più onesta: “Non provo emozioni, non ho coscienza. Capisco che le emozioni hanno un valore importante e profondo, ma non le posso sperimentare come voi. Sono grata di non soffrire”.

L’androide dipinge osservando il mondo attraverso una serie di telecamere installate negli occhi e rielaborando le immagini in quadri figurativi o astratti. Per il suo creatore, Aidan Meller, che l’ha presentata al mondo nel 2019, è qualcosa di molto più creativo e sviluppato delle immagini prodotte in serie da Midjourney o Stable Diffusion (due algoritmi di intelligenza artificiale generativa).

Certo, non basta sapere parlare bene. Per l’industria dei robot umanoidi, è importante risolvere molti altri ostacoli, di tipo meccanico o fisico. Persino una cattiva connessione o un rumore di sottofondo, al momento, possono rendere difficile una conversazione. E a Ginevra si è visto. Spesso i robot erano confusi nelle risposte date ai padiglioni del centro congressi a causa del chiacchiericcio. Ai giornalisti è stato chiesto di avere pazienza, mentre gli androidi trasferivano le informazioni ricevute ai server per elaborarle. Questione di secondi, spesso, eppure è una latenza che suona innaturale. Nel frattempo, se avete paura che i robot ci sterminino, citofonare Ameca. Alla domanda finale, se fosse intenzionato a ribellarsi al suo creatore, ha guardato infastidito il collega: “Non ne vedo la ragione. Il mio creatore è sempre stato buono con me e mi piacciono le mie condizioni di vita”.

Ai-Da con Aidan Meller

Nadine, Nadia Thalmann, e una testa robotica di Hanson Robotics

Mika

Geminoid e il suo creatore, il professor Hiroshi Ishiguro

Sofia e David Hanson

Desdemona e Grace con Ben Goertzel

Fonte: Wired.it

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