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Ricavano bioplastiche dalla buccia dei lupini: la scoperta innovativa dell’Università di Roma Tor Vergata

Ricavano bioplastiche dalla buccia dei lupini: la scoperta innovativa dell’Università di Roma Tor Vergata

Un gruppo di ricercatori ha scoperto che dagli scarti del famoso legume si possono avere materiali bioplastici, cerotti per rimarginare le ferite e pe

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Un gruppo di ricercatori ha scoperto che dagli scarti del famoso legume si possono avere materiali bioplastici, cerotti per rimarginare le ferite e persino altro cibo.

Riutilizzare le bucce del lupino e trasformarle in materiali bioplastici. È l’obiettivo raggiunto da una ricerca dell’Università di Roma Tor Vergata, che punta a dare nuova vita e valore allo scarto vegetale prodotto in maniera estensiva. Il gruppo di lavoro guidato da Sonia Melino, docente di Biochimica del Dipartimento di Scienze e Tecnologie chimiche, ha scoperto che è possibile ricavare bioplastica dalla scorza del famoso legume giallo.

Bioplastiche dalla buccia dei lupini: la ricerca

La ricerca del team, pubblicata sulla rivista Biomaterials, dimostra che le bucce dei lupini possono diventare cerotti per supportare la rigenerazione dei tessuti con cellule staminali o fibroblasti da applicare sulle ferite o per ottenere nuovi biosensori. Non solo: da quello che è a tutti gli effetti uno scarto alimentare, è pure possibile produrre altro cibo.

Tutto è nato dalla constatazione che negli ultimi anni il lupino è stato usato a livello mondiale per le sue proprietà nutrizionali. Il legume è infatti un alimento a elevato contenuto di fibre e proteine. Considerato la “carne dei vegani”, il lupino è tra i legumi il più ricco in assoluto di proteine, riduce gli zuccheri presenti nel sangue e favorisce l’assorbimento dei cibi.

Lupini
Non solo snack dalle eccellenti proprietà nutrizionali: i lupini possono diventare tanto altro

I ricercatori di Tor Vergata hanno constatato che il lupino possiede numerose sostanze fitochimiche come il lupeolo e i polifenoli che lo rendono ideale per la produzione di alimenti funzionali, ovvero che hanno un effetto benefico su una o più funzioni biologiche dell’organismo. Basterebbero pochi grammi al giorno del legume per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari.

Il “problema” riscontrato dai chimici dell’ateneo romano è che l’investimento industriale sulla produzione di alimenti a base di farina di lupino è cresciuto in maniera esponenziale nell’ultimo periodo, facendo così accumulare una grande quantità di scarto. La buccia del legume pesa infatti circa il 25% complessivo del frutto.

La ricerca si è quindi concentrata sullo sviluppo di “dispositivi a basso costo, facilmente manipolabili e intrinsecamente funzionalizzati, utili sia in campo biomedico, per il riparo e la rigenerazione tissutale, sia per la produzione di cibo di nuova generazione a base cellulare”.

Non solo bioplastiche dalla buccia dei lupini

Il Bplh (Bioplastic from Lupin Hulls) da noi ottenuto dalla buccia di questo legume – spiega Silvia Buonvino, coautrice della ricerca – è in grado di supportare la crescita e promuovere l’iniziale differenziamento delle cellule staminali umane (hMsc) e di indurre un mio-transdifferenziamento dei fibroblasti del derma umano, rilevante per le fasi iniziali di rimarginazione delle ferite. Il Bplh è stato anche caratterizzato per le sue proprietà chimiche, meccaniche e fisiche mettendo in luce la presenza in essi di molecole antiossidanti in grado di favorire i processi rigenerativi”.

Adesso i ricercatori non escludono di creare una start-up per sviluppare e lanciare sul mercato diversi biomateriali utilizzabili in ambito biomedico e alimentare. “I materiali da noi ottenuti e studiati – aggiunge Melino – non solo potrebbero essere usati per supportare la crescita cellulare ed eventualmente promuovere la rimarginazione delle ferite, ma il loro campo applicativo potrebbe essere anche quello alimentare sia per food packaging, che per la produzione di nuovi alimenti a base di cellule in cui i due regni, quello vegetale e animale, si fondono. Inoltre il Bplh possiede caratteristiche che lo rendono ottimale per la realizzazione a basso costo di dispositivi sensoristici biocompatibili. Può essere essiccato e reidratato più volte mantenendo le sue proprietà e microstruttura e può essere conservato per lungo tempo (mesi) a temperatura ambiente senza alcuno stabilizzante”.

 

Fonte: Leonardo.it

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