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Il cervello ha “fame” di socialità

L’appetito e il desiderio di stare in compagnia hanno un effetto analogo sul sistema encefalico, cioè attivano gli stessi gruppi di neuroni e, se non appagati, provocano reazioni psico-emotive simili

Il cervello ha “fame” di socialità

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Sembrerebbero non avere nulla in comune, eppure lo stimolo della fame e il desiderio di relazionarsi con gli altri dipendono dagli stessi meccanismi. A dimostrarlo è stato uno studio del Dipartimento di Neuroscienze del Massachusetts Institute of Technology di Boston (MIT), svolto fra 2018 e 2019 e pubblicato nel novembre 2020 sulla rivista Nature Neurosciences, secondo il quale appetito e socievolezza, per quanto diversi per ambito di appartenenza (il primo afferisce alla sfera fisica, la seconda a quella emotiva), dipendono in realtà da impulsi analoghi, che nascono nel cervello e coinvolgono i medesimi circuiti neuronali.

Ispirandosi a una ricerca precedente, che già nel 2016 aveva permesso di individuare nel cervello dei topi una famiglia di neuroni responsabile di stimolare l’interazione sociale dopo una fase di isolamento, i ricercatori americani hanno cercato di verificare, anche nell’essere umano, i fondamenti neurologici alla base dei disagi emotivi e psicologici causati da un fattore di stress come l’isolamento sociale. Per farlo hanno condotto un esperimento isolando 40 volontari in stanze senza finestre per 10 ore e poi tenendoli a un digiuno per lo stesso periodo di tempo. Dopo ogni sessione hanno sottoposto i partecipanti a un test di imaging dal vivo (risonanza magnetica funzionale o MRI), per valutare “in diretta” la reazione del loro cervello alla vista di tre tipi di immagini: cibo, persone che si incontrano e immagini neutre (per esempio dei fiori).

I risultati hanno rivelato che dopo un giorno di isolamento totale la vista di persone che stanno insieme attiva nel cervello le stesse aree che si mettono in moto quando, dopo una prolungata astinenza da cibo, ci si trova davanti a un piatto di pastasciutta. In particolare, è emerso che il bisogno di cibo e il desiderio di interazione sociale dipendono dal coinvolgimento di una piccola area cerebrale detta “substantia nigra” (o sostanza nera di Sommering), notoriamente responsabile del controllo dei desideri e della motivazione ad agire per soddisfarli. A differenza di altre aree del cervello, che sono capaci di distinguere tra stimoli di natura differente, essa si attiva in maniera indifferenziata di fronte a tutto ciò che implica il desiderio, determinando il meccanismo del cosiddetto craving (desiderio irrefrenabile verso qualcosa), un processo biologico e psicologico cruciale nei comportamenti di dipendenza in quanto legato al senso dell’appagamento e al piacere psicofisico.

Secondo gli scienziati tanto l’esigenza di cibo quanto il desiderio di stare in compagnia andrebbero classificati come “bisogni primari” dell’essere umano, in quanto determinano nella psiche un’analoga motivazione ad agire per soddisfarli. In più entrambi sono soggetti a un duplice condizionamento: da un lato l’istinto (di sopravvivenza e di ricerca del piacere), dall’altro l’influenza dell’ambiente esterno, del contesto sociale e culturale di appartenenza e di altri fattori psicofisici soggettivi. Infatti, il modo stesso in cui anche i desideri e i bisogni più naturali vengono percepiti, oltre alle azioni e ai comportamenti con cui si cerca di assecondarli, non dipende solo dall’istinto, ma anche dai gusti personali, dal carattere e dall’educazione ricevuta.

Ovviamente non tutti soffrono la solitudine (e la fame) in pari misura. Secondo gli esperti di neuroscienze molto dipende dall’abitudine all’astinenza (dalla compagnia così come dal cibo), che è inversamente proporzionale all’intensità con cui la privazione viene percepita dall’individuo, e quindi al livello di attivazione della “substantia nigra” di fronte all’oggetto desiderato. In particolare, dopo le 10 ore di isolamento previste dallo studio sopra citato, i volontari che avevano dichiarato di sentirsi cronicamente soli hanno mostrato l’attivazione di un numero inferiore di neuroni alla vista di immagini di persone in compagnia rispetto a chi aveva riferito una vita sociale particolarmente ricca e soddisfacente.

Retrospettiva sull’isolamento sociale imposto dal Covid-19
Seppur condotto ben prima dell’esplosione della pandemia, lo studio del MIT di Boston offre un attualissimo spunto di riflessione sugli effetti del “distanziamento” imposto dal Covid-19 e risulta particolarmente utile per comprendere i meccanismi biologici innescati dalle misure restrittive e per valutarne le conseguenze a lungo termine sull’equilibrio psicofisico e sul benessere psicosociale.
Secondo gli esperti, un isolamento estremo, seppur di breve durata, è infatti in grado di provocare gli stessi effetti negativi della solitudine “cronica”, ormai da tempo considerata un fattore di rischio per la salute e la longevità di anziani e persone socialmente svantaggiate. Ma neppure i giovanissimi sono immuni, dal momento che il mancato confronto con i coetanei e con l’autorità degli adulti può compromettere lo sviluppo equilibrato della personalità, dell’autostima e delle capacità relazionali.

Secondo le statistiche almeno un quinto dei casi di depressione è favorito dal senso di alienazione dal contesto sociale e dalla percezione della propria inutilità nei confronti degli altri. Al tempo stesso chi soffre di solitudine ha più probabilità di sviluppare disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi del comportamento alimentare e dipendenze, ma è anche meno motivato a prendersi cura di sé e più incline ad adottare agli stili di vita poco salutari e a cercare consolazione in comportamenti dannosi. Chi si sente solo è anche meno propenso ad aderire alle campagne di screening e alle cure necessarie per scongiurare molte malattie a favore di una vita più lunga e di qualità.

La realtà virtuale non è una soluzione
Soprattutto di questi tempi, l’impossibilità di intrattenere rapporti diretti con gli altri, spinge inevitabilmente a cercare appagamento ricorrendo alla tecnologia e alle relazioni virtuali. Il rischio, in questo caso, è quello di perdere il contatto con la realtà e di incorrere in altri problemi comportamentali come lo stress da smartphone o la cosiddetta “Fear of missing out (Fomo), una forma di ansia sociale caratterizzata dall’irrefrenabile desiderio di rimanere in contatto sui social e dalla paura di essere esclusi da eventi o esperienze del web.

Il miglior modo per ridurre gli effetti negativi dell’isolamento è cercare di appagare il cervello mantenendolo attivo, cercare distrazioni che facciano bene all’equilibrio psicofisico e all’umore, come svolgere esercizio fisico, coltivare i propri hobby e provare attività nuove e stimolanti. Soprattutto è fondamentale riabituarsi ai contatti interpersonali, dalle conversazioni agli abbracci. Ma attenzione a non esagerare! Infatti, secondo un’indagine pubblicata su The Lancet Psychiatry, una vita troppo affollata rappresenta per il cervello una fonte di “stress sociale” paragonabile alla solitudine.

Fonte: l’inkiesta.it

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