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Il salario minimo è una misura neoliberista

Il salario minimo è una misura neoliberista

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Se c’è una costante in quasi tutti i grandi interventi politici, le più rilevanti riforme, è questa: comprendere come stanno davvero le cose è complicato perché attorno agli avvenimenti cruciali si alza sempre unenorme mole di parole, spesso indirizzate ad arte in un’unica direzione prestabilita a tavolino. Quello dell’informazione è diventato un problema davvero grosso nel nostro paese (e non solo nel nostro a dire il vero) e il ruolo della propaganda, anche in materia di politiche del lavoro, è ormai ingombrante al punto di alimentare una nuova realtà artificiale: nulla dopotutto è più reale di quanto le masse considerino tale e questo a prescindere dal fatto che sia vero. Abbiamo assistito a imponenti squilli di tromba attorno alla notizia circa un accordo su di una bozza di direttiva in materia di salario minimo in seno all’UE. Peraltro, ricordiamo che è in discussione un disegno di legge anche in Italia circa l’individuazione a 9 euro lorde l’ora quale salario minimo legale.

Ora, senza saper né leggere né scrivere, vi sono un paio di elementi che dovrebbero quantomeno indurci almeno un minimo di cautela prima di unirci al coro di entusiasmo. L’ipotesi di accordo europeo viene raccontato quasi quale nuova forma di “legislazione di sostegno” (per utilizzare una nota espressione di Giugni), ovvero una iniziativa spiccatamente pro-labour, al limite del socialista. Il che in effetti non convince del tutto e non per un banale pregiudizio. Senza insistere nel merito del fatto che l’UE è da sempre interessata a politiche monetarie ed economiche qualificabili come neoliberiste (contenimento della spesa, dei salari, dei prezzi, etc.), è impossibile ignorare l’esistenza di atti ufficiali nella storia delle sue istituzioni che inducono necessariamente a sospettare che la vocazione dell’accordo debba necessariamente essere unaltra.

Riavvolgere il nastro all’agosto 2011

Era il 5 agosto del 2011 e al nostro Governo arrivò una bella letterina direttamente dalla BCE: una lettera pesante come un macigno (buttò giù di sella Berlusconi da Palazzo Chigi), attorno alla quale moltissime polemiche negli anni, ormai un decennio, sono state avanzate. A firmare la lettera erano due uomini: il primo era Jean-Claude Trichet, il secondo era proprio l’attuale Presidente del consiglio italiano, Mario Draghi.

Il testo della missiva conteneva delle richieste chiare, inequivocabili, tra le quali: 1) «riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione»; 2) «una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti»; 3) «valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi». Purtroppo quella lettera ebbe gravissime conseguenze, su molte delle quali ci siamo già soffermati, le quali manifestano i loro effetti ancora oggi sul mondo del lavoro, ma non è questo il punto che si desidera evidenziare.

La questione è evidentemente un’altra: appare chiara, davvero macroscopica, la contraddizione tra questi intendimenti (quelli presenti nella lettera) e la politica di sostegno al lavoro che l’UE starebbe invece adesso perseguendo. A prescindere dalla questione salariale, sulla quale torniamo a breve, c’è quella della contrattazione collettiva: la bozza di accordo prevederebbe un incoraggiamento della contrattazione collettiva (a parole, spesso sottoforma di mera consultazione: potere contrattuale reale pari a zero)esattamente l’opposto di quanto si perseguiva nella lettera del 2011, la quale mirava a dare potere alla contrattazione di secondo livello (territoriale o aziendale) a scapito di quella nazionale. Usciamo da un equivoco nel quale cascano praticamente tutti: non è vero che la contrattazione di secondo livello sia un male di per sé: negli anni ’70 era utilizzatissima dai lavoratori e dai loro rappresentanti per integrare (la chiamavano appunto contrattazione integrativa) quanto previsto dai contratti collettivi nazionali. Essa è un disastro per la parte politicamente più fragile: oggi la parte fragile in tema di potere contrattuale è rappresentata dai lavoratori (a breve vedremo rapidissimamente perché) e dunque è evidente che per essi sia una mezza (anzi, intera) fregatura. Puntando su di essa, in questo specifico contesto, l’UE ha storicamente dimostrato di non voler giocare sul rafforzamento contrattuale dei lavoratori, ma di confidare maggiormente sulla visione nutrita dalle imprese.

Di cosa si parla quando si parla di salario minimo?

Persino Landini si è accorto di una contraddizione di fondo, infatti ha chiesto di non ascoltare l’UE «solo quando ci dice di tagliare le pensioni o cancellare l’articolo 18 o tagliare la spesa sociale». Peccato che stia sbagliando nel ritenere possibile l’esistenza un cambiamento di strategia in seno alle istituzioni comunitarie. E, dopotutto, è davvero curioso (in realtà la chiave di lettura è piuttosto ovvia, quasi puerile) registrare lo stoicismo del leader di Confindustria, il quale candidamente ha dichiarato come «il tema dei salari non è di pertinenza di Confindustria, perché i nostri contratti sono tutti oltre i 9 euro l’ora, quindi non siamo né contrari e nemmeno a favore». Insomma, appare come minimo sconcertante il fatto che una misura che avrebbe la portata di rivoluzionare la qualità della vita dei lavoratori, sconfiggendo i salari da fame, lasci del tutto indifferente il capo degli industriali italiani: egli deve rispondere evidentemente ai suoi associati, ai grandi gruppi che rappresenta, i quali notoriamente non amano sborsare danari per pagare i salari, tendono a desiderare il contenimento del costo del lavoro. E difatti Bonomi ha perfettamente ragione quando chiosa: «il tema del salario minimo è come verrà costruito». Esatto, il punto è proprio questo: bingo.

A prescindere da quello che si possa pensare della misura in sé (dirò qualcosina più avanti in merito) la questione di assoluta centralità riguarda l’ammontare del salario minimo legale (peraltro il testo della direttiva non lo imporrebbe in maniera cogente, bensì lo promuoverebbe): se ti limiti a prevedere un importo assai modesto, l’effetto sul mondo del lavoro riguarderà una platea molto limitata di lavoratori. Sia chiaro: anche fosse soltanto una persona, quella andrebbe tutelata con tutte le nostre forze, ma per farlo sarebbero sufficienti strumenti più specifici, più precisi e mirati. Nel nostro paese l’80% delle lavoratrici e dei lavoratori è coperto da contrattazione collettiva con un salario ben superiore di quello ipotizzato dagli atti in esame (direttiva e legge dello stato): su di esso, dunque, la norma non produrrebbe praticamente alcun effetto.

Il PD è a favore, già questo dovrebbe far suonare l’allarme

Se poi guardiamo all’arco costituzionale, appare davvero interessante notare come le forze politiche che più di ogni altra hanno smantellato il mondo del lavoro in Italia (ricordiamo che il Jobs Act lo ha realizzato il Partito Democratico) oggi si affannino e sbraccino convulsamente per portare a casa questi interventi: chi un minimo segue la politica con serietà non crede alle folgorazioni sulla via di Damasco.

E adesso veniamo al merito dello strumento in sé, rispetto al quale molte perplessità sono già giustamente state avanzate, in primis da Lidia Undiemi. È pacifico che il salario minimo non sia la risoluzione ad ogni male che affligge il mondo del lavoro e che da solo non sarà mai sufficiente a vincere la povertà delle lavoratrici e dei lavoratori di un paese. Lo affermano anche coloro i quali con forza e da anni sostengono la necessità di introdurlo, evidenziando come la forma che l’istituto assume, la sua ratio politica, incida enormemente sul risultato: «l’introduzione del salario minimo legale molto basso (riferimento alla Germania, n.d.r.) non è stato altro che un tentativo di imporre un controllo dall’alto a una condizione sociale per nulla pacificata, in cui i livelli di disuguaglianza e deprivazione materiale sono esplosi nell’ultimo decennio» [tratto da M. Fana, S. Fana, Basta salari da fame!, Laterza, 2019 p. 134].

pericoli sono noti: il salario minimo legale rischia (non è detto, dipende da come lo si realizza) di soppiantare la contrattazione collettiva e, dunque, di riconoscere alla politica, alla alternanza delle maggioranze, un potere praticamente sconfinato. Pensateci, è quanto avvenuto anche rispetto a questioni cruciali quali il diritto alla reintegra in caso di licenziamento illegittimo, prima riconosciuto e poi abbattuto dal Parlamento: la politica dà e la politica toglie, è bene tenerlo a mente. Ed è bene tenerlo a mente soprattutto in considerazione del fatto che la proposta di direttiva (come lucidamente affermato dalla Undiemi) prevede di considerare tra i criteri per la determinazione del salario minimo «l’andamento della produttività del lavoro» (messo in crisi dalle “emergenze”, di varia natura me sempre con le virgolette necessarie, che da anni, dal 2008 almeno, ciclicamente si ripresentano e vengono sfruttate dai governi per imporre politiche neoliberiste). In quest’ottica, dunque, a mio parere ha ragione chi teme che il salario minimo rischi di tarpare le ali al circolo virtuoso (eventuale, purtroppo oggi assai remoto) nelle dinamiche retributive e dunque di divenire “salario massimo”.

Qualcuno allora potrebbe (giustamente) farmi notare che l’Italia è l’unico paese europeo a registrare una contrazione salariale dagli anni ’90 ad oggi (di circa il 3%). E avrebbe ragione. Io ci aggiungerei anche qualche altro numero: lo stock di disoccupati in Europa è dimezzato dal 2012 ad oggi, mentre in Italia è rimasto identico; nel Sud (escluse le isole) abbiamo più disoccupati di quanti ve ne siano nell’intera Germania; siamo al massimo storico mai registrato di precari nella storia del paese e nel 2021 abbiamo contato più di mille morti sul lavoro. Questo c’entra eccome: denota una debolezza strutturale della comunità del lavoro nazionale mai vista prima. E non è un caso che la proposta di comprimere la settimana lavorativa a 4 giorni sia inglese: in questo momento registrano il minimo storico del loro tasso di disoccupazione dal 1974.

Le tragiche condizioni del lavoro in Italia

Le condizioni del nostro mercato del lavoro sono miserrime, domanda e offerta di lavoro non si incrociano più nonostante la povertà degli individui (pare che l’accesso alle strutture della Caritas sia aumentato nell’ultimo periodo di molto, con un’incidenza rilevante di utenti giovani). Siamo messi tanto male che la nostra domanda di lavoro è in parte inappagata in quanto in concorrenza con l’impropriamente detto Reddito di cittadinanza: molti imprenditori si lamentano e provano a dare la colpa agli italiani, descrivendoli meschinamente come fannulloni che preferiscono l’assistenzialismo al lavoro, ma la verità è che le condizioni offerte sono al limite dello schiavismo ed ecco che gli individui le rifiutano, in quanto peraltro in netto contrasto con ciò che prescrive la nostra Costituzione.

Una misura neoliberista

Il sistema è al collasso: qui casca l’asino. E finalmente possiamo tornare al punto di partenza per chiudere il cerchioLa questione si pone nell’alveo della differenza esistente tra liberalismo e neoliberalismo: il primo confida nella “mano invisibile del mercato” e crede nel mercato quale capace di regolarsi, di autoregolarsi e di sopravvivere in costante equilibrio, assumendo dunque un approccio di indifferente astensionismo, per così dire. Il neoliberalismo è terribilmente più violento: di fondo esso diffida del mercato, ma ne persegue il funzionamento per fini politici e redistributivi dal basso verso l’altro. Interviene dunque attivamente e concretamente nell’economia, per garantire che il sistema concorrenziale resti in piedi: una sorta di lotta di classe top-down.

Ecco che non tutti gli interventi pubblici vanno quindi letti in ottica per così dire socialista. Pensate che uno dei massimi esponenti del neoliberalismo, Friedrich August von Hayek, è stato il padre dell’idea di reddito di cittadinanza: «serve un reddito minimo di cittadinanza a livello sufficiente affinché i poveri non raggiungano un grado di disperazione tale da rappresentare un pericolo fisico per le classi ricche». Peraltro, a voler essere proprio sospettosi fino in fondo, riconoscere una base minima (davvero minima) per i salari può essere letto anche come metodo per tutelare il mercato concorrenziale, garantendo un nocciolo duro di regole di partenza uguali per tutti i grandi attori in campo: dopotutto, oggi gli ostacoli all’eguaglianza e all’emancipazione vengono abbattuti solo a vantaggio delle multinazionali.

In conclusione, il salario minimo legale è uno strumento che può avere una qualche utilità nei settori del lavoro dove la contrattazione collettiva è fragile e comunque in relazione a tutti quei lavoratori non coperti da contrattazione collettiva (ovviamente parliamo di economia emersa: sul nero o sulle ore non retribuite non incide minimamente). Tuttavia non può che essere considerato come una toppa, peraltro assai fragile e precaria. La soluzione alla piaga del lavoro povero non può che risiedere nel rafforzamento della comunità del lavoro, attraverso il riconoscimento dei suoi diritti politici e sindacali in senso lato, ma anche e soprattutto perseguendo il disegno costituzionale orientato alla piena occupazione (l’opposto di quanto l’UE insegue da sempre). Solo in questo modo il lavoro potrà compiere la propria emancipazione e ritrovare il proprio riscatto: in un contesto di piena occupazione, infatti, costituendosi il diritto quale mera sovrastruttura dell’ordine economico, il tema del salario minimo legale non avrebbe alcuna importanza, alcuna rilevanza, e l’istituto risulterebbe banalmente superfluo, inutile.

Da rovesciare è dunque il paradigma, il modello capitalistico affermatosi a danno dei lavoratori e delle piccole e medie imprese, quello delle multinazionali e dei grandi gruppi finanziari che l’UE tende invece a proteggere, ad esempio consentendo la sopravvivenza di ben sei paradisi fiscali all’interno del proprio territorio.

Fonte: Indipendente.online

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