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LETTERA A JACOB

LETTERA A JACOB

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Per gentile concessione del Nuovogiornalenazionale.it 

Viviamo tempi e spazi sempre più complicati, e non ci riferiamo tanto all’esperienza generale dell’emergenza climatica, migratoria, sanitaria e ora bellica. La complessità è sinonimo di complicazione del nostro modo di vivere e di essere in rapporto a ciò che ci circonda. Questa enorme complessità, che possiamo anche definire iper-connessione, genera per contrasto, forme di iper-complicità; tali che, come ha scritto anche di recente Roberto Esposito su la Repubblica, riconducono nell’attualità al pensiero di Carl Schmitt e in particolare alla sua tesi secondo cui “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”.

Ma è proprio così? E si badi bene, non nel senso interrogativo che sia il sovrano che decida nello stato di eccezione, bensì che sia per così dire consueto discutere di uno stato di eccezione che, se appunto tale, non può essere pertanto “normale”. E allora, quale sarebbe piuttosto questo stato di normalità, di cui dovremmo piuttosto discutere?

La teoria schmittiana è una teoria teologico-politica che – come egli stesso scrive in un suo saggio del 1978, La rivoluzione legale mondiale, che potremmo anche dire conclusivo – conduce necessariamente alla separazione (e in definitiva al conflitto della guerra) e alla discriminazione polemica dell’avversario. Esempi citati da Koselleck, e ripresi da Schmitt nell’articolo, sono “tre coppie concettuali della storia politica mondiale in base alla loro struttura linguistica dualistica: elleni e barbari, cristiani e pagani, e da ultimo uomo e non-uomo, super-uomo e sotto-uomo”.

Nel contesto dell’attualità, è facile ricondurre l’ultima contrapposizione tra umano e non-umano a un pensiero che oggi è comunemente definito transumanista. E infatti, in un altro suo scritto del 1952, L’unità del mondo, Carl Schmitt citando Julian Huxley (e noi aggiungiamo fratello di Aldous Huxley), scrive che non intende offenderne gli estimatori (e noi aggiungiamo di entrambi) e che in realtà la filosofia propagata non è altro che “la visione ideologica complessiva dell’Ovest (…), e precisamente la filosofia della storia saint-simoniana del progresso industriale e dell’umanità pianificata (…) Attraverso la tecnica l’uomo – per natura, dal punto di vista biologico, creatura estremamente debole e indigente – si procura un nuovo mondo nel quale egli è la creatura più forte, anzi addirittura l’unica creatura”. Postumana o divina, come ripete anche Yuval Noah Harari, che sia e quindi, a seguito del nuovo credo evoluzionistico, sarà.

E tuttavia: non condividendo la teoria teologico-politica di Schmitt, così come assunta a fondamento di ogni possibile e attuale esistenza individuale o popolare (escluso lo spazio-tempo dell’“era matriarcale” in cui lo stesso Schmitt concorda nel dire che l’umanità abbia vissuto diversamente; ma una “dimora”, per dirla heideggerianamente, a cui non sarebbe più possibile fare ritorno, data la complessità dell’attuale), c’è comunque da chiedersi se, viceversa, esista un’altra possibilità, anche attuale, e quindi nel tempo dell’attualità e non solo, di vivere uno spazio che e-sula (dal latino e o ex + solum, traducibile letteralmente come “fuori dalla terra”) lo spazio teologico-politico, validamente ed efficacemente rappresentato dallo stesso Schmitt. Esiste cioè, ancora oggi, la possibilità di vivere oltre la dimensione spazio-temporale della politica, e del linguaggio teologico-politico che l’introduce e la rappresenta? E dunque: l’esilio come crepa o come condizione di libertà?

Ammettiamo pure che l’esilio sia una cosa terribile (δεινόν), quando imposto, diverso è se è una scelta.

Un esule può rendere migliore la sua vita in una terra o meglio dimensione altra. La risposta di Plutarco è chiara anche se ovvia: la filosofia aiuterà in sé e non negli altri i mezzi per rendere sopportabili gli eventi della vita, sì da godere meglio del presente secondo il motto cinico τὸ παρὸν εὖ θέσθαι … La condizione di esilio, di esodo e fuga, rappresenta una possibilità di trasformare il mondo in uno spazio “ospitale” di superamento dello spazio politico.

Si tratta in fondo di “spaesamento” perciò vivere oltre ogni spazio individuato nella consapevolezza che “num sum uni anguli natus, patria mea totus hic mundus est” (Seneca) al di là di ogni visione dicotomica di spazi che attengono alla dimensione politica di frammentazione.

La frammentazione non genera mai Pace.

È una sovrastruttura incapace di garantire la Libertà perché incapace di Giustizia che è questione sociale (non politica). L’ “Ordine Nuovo” consiste in “grandi cose” (Mario Bergamo): “un ordine sociale” che sappia passare dal problema della produzione a quello della distribuzione …sicché si può sostenere che qualsiasi dimensione politica di fatto è “fallimentare” perché non è in grado di distribuire secondo giustizia….

In nota all’edizione italiana del saggio citato del 1978, il curatore della raccolta di saggi compresi nell’edizione Adelphi del 2015, dal titolo “STATO, GRANDE SPAZIO, NOMOS”, riporta che: “In entrambe le definizioni di legalità e legittimità la parola tedesca meint risulta etimologicamente identica alla parola inglese means, ‘voler dire (besagen) qualcosa’, meglio ancora ‘voler significare (bedeuten) qualcosa di determinato’. Nelle determinazioni concettuali in lingua tedesca la parola finora di uso corrente ist (è) risulta purtroppo semanticamente sovraccarica ed è stata resa confusa, in giurisprudenza, da approfondimenti forzati di termini come Sein (essere), Seyn (essere originario), Seiend (essente)”. E conclude: “evidente allusione ironica di Schmitt a Heidegger”.

L’avversario di Schmitt, più propriamente della sua tesi fondamentale teologico-politica, è esattamente Heidegger, l’Heidegger di Todtnauberg che vive il proprio esilio dal mondo dimorando, allo stesso modo, nell’intero mondo – che, viceversa, la teoria di Schmitt vuole separato e diviso. Non occorre qui citare brani dei Sentieri interrotti (seguendo la traduzione di Pietro Chiodi) del filosofo, per ri-scoprire, anche nell’attualità della nostra per-durante-umanità, la possibilità di abitare uno spazio dell’esilio.

L’esilio è figura che, nell’ambito del processo tecnico di categorizzazione aristotelico, ancora oggi caratterizza non solo il destino di un uomo, ogni possibile uomo, ma anche di un popolo e un popolo in particolare, sopravvissuto alla tragedia dell’errore ideologico o teologico-politico del nazismo. E’ possibile vivere su questa terra come in un eterno esilio, ovunque, e fintantoché l’uomo non sia cacciato dal non-uomo. Vivere nell’accettazione del grande dono di non comprendere nulla di ciò che appartiene per intero alla nostra sorte o destino di uomini. Le grand don de ne rien comprendre à notre sort.

Ha scritto Jules Isaac, nel suo Genesi dell’antisemitismo (1956; qui di seguito nell’edizione Sellerio 2022): “Fino al V secolo a.C., in nessun documento dell’antico Egitto c’è traccia di un antisemitismo antiebraico. La xenofobia che vi si manifesta prende di mira gli invasori asiatici (…). Nella letteratura greca, gli Ebrei non sono menzionati prima della fine del IV secolo a.C. Questi primi cenni documentano più ignoranza che malanimo. I ‘Giudei’ (abitanti della Giudea) sono considerati come un popolo di ‘filosofi’ apparentato ai filosofi dell’India”.

A te Iacob, fratello e amico nostro.

A cura di Paola Bergamo e Angelo Giubileo

Fonte: https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/cultura/7112-lettera-a-jacob.html

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