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D.E.F. 2023: nessuna previsione di riforma pensioni per il 2024

Ma il confronto al ministero del lavoro deve riprendere presto e proseguire Con l’approvazione in data 11 aprile u.s. da parte del Consiglio dei Ministri del DEF (Documento di Economia e Finanza) 2023, è di fatto caduta l’ultima speranza di pervenire, in corso d’anno, ad una complessiva riforma del sistema pensionistico, a oltre 12 anni dall’entrata in vigore della c.d. “legge Fornero”.

D.E.F. 2023: nessuna previsione di riforma pensioni per il 2024

Fonte: Flp.it (Caricato da Monica Origgi) Lo ha in un qualche modo ufficializzato la stessa Ministra del Lavoro Calderone che, in una dichiarazione

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Fonte: Flp.it (Caricato da Monica Origgi)

Lo ha in un qualche modo ufficializzato la stessa Ministra del Lavoro Calderone che, in una dichiarazione riportata da molti giornali all’indomani del Consiglio dei Ministri, ha ritenuto di precisare che “la riforma vedrà la luce più avanti”, preannunciando solo per “dopo l’estate” la riconvocazione del tavolo di confronto con le Parti sociali.

Un confronto che, dopo i tanti annunci pre, intra e post campagna elettorale 2022 delle forze politiche della maggioranza e in particolare di qualcuna, avevano visto, sin qui, una sola riunione con le Parti sociali sui temi della riforma previdenziale, quella del 15 febbraio u.s. che ha avuto per oggetto “opzione donna” e “pensione dei giovani”, sui cui contenuti, assolutamente interlocutori, la nostra Confederazione ha riferito nel Notiziario CSE n. 5 del 16.02.2023, riunione nella quale la Ministra, nel prendere atto del forte giudizio negativo espresso a fattor comune dai Sindacati in ordine agli inasprimenti venuti con la legge di bilancio 2023 su “opzione donna”, si era impegnata a portare all’attenzione del Consiglio dei Ministri eventuali misure correttive da varare con urgenza, delle quali però nel frattempo si è persa ogni traccia.

Dunque, se va bene, sui temi della riforma pensionistica, ci si rivedrà a settembre al Ministero del Lavoro, ma con la quasi certezza che, ancora una volta, non se ne farà nulla in prospettiva prossimo anno. Un film per la verità già visto in precedenza, per ultimo con il Governo Draghi, che aveva avviato a gennaio 2022 il confronto con le Parti sociali, salvo chiuderlo dopo solo due riunioni all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, e senza mai più riattivarlo nel corso dei mesi a venire. Una quasi certezza che oggi, peraltro, sta anche nei numeri e nei contenuti programmatici del DEF, scritto quest’anno con grande prudenza guardando all’Europa: il c.d. “tesoretto” disponibile per la legge di bilancio 2024 è calcolato, allo stato, in soli 3,4 mld di euro, considerato dall’Ufficio Parlamentare di bilancio  peraltro già “al limite”, che il Governo intenderebbe comunque utilizzare per ridurre il cuneo fiscale (differenza tra costo del datore di lavoro e salario in busta paga del dipendente) da maggio a dicembre 2023, destinandolo a circa 14 mln di lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi (fino a 35.000 € di imponibile annuo).

L’unica possibilità di ricavare ulteriori risorse per il 2024 è allora affidata all’ennesima “spending   review”, che il Governo ha già annunciato per l’anno in corso, ma dagli esiti finanziari non certamente scontati come insegna la storia di questi anni, le cui destinazioni prioritarie sono in ogni caso già scritte,

fondo sanità e rinnovi contrattuali del P.I. in primis. Dunque, per il 2024, prevedibilmente, zero risorse o quasi per la riforma del sistema previdenziale e per introdurre strutturalmente maggiore flessibilità in uscita.

E allora, prevedibilmente, nel 2024, si andrà in pensione con i requisiti previsti dalla Fornero: per la “pensione di vecchiaia”, 67 anni d’età con un minimo 20 anni di contributi; per la “pensione anticipata”, un’anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e di 41 anni e 10 mesi per le donne, con primo rateo di pensione a tre mesi dalla maturazione del requisito (c.d. “finestra mobile”). Verosimilmente, continueranno ad operare, attraverso nuove deroghe, sia “opzione donna”, con le modifiche peggiorative introdotte dalla legge di bilancio 2023 che ne ha ristretto fortemente la platea, sia “Ape Social”, con la riconferma dei requisiti di accesso fissati dalla Legge 30.12.2021, n. 234, come già avvenuto per il 2023. E forse anche con la riconferma di “quota 103” (41 anni contributi e 62 di età), pur con una platea ulteriormente ridotta.

Ma il rischio più grosso è che, anche per il 2024, si attinga dal sistema previdenziale solo per “fare cassa”, come avvenuto per l’anno in corso con le modifiche in pejus di “opzione donna” e con la ridotta rivalutazione degli assegni pensionistici a partire da un imponibile lordo di 2100 € al mese, e questo pur a fronte di una inflazione che continua a viaggiare su livelli preoccupanti (l’ultimo dato di marzo su base annua è pari al 7,6%, dunque ancora molto alto ancorché in riduzione rispetto al mese precedente).

Di fronte a questo scenario, quello che noi chiediamo è che non si attenda la fine dell’estate per la riconvocazione del tavolo al Ministero del Lavoro, ma che il confronto con le Parti sociali prosegua e, anzi, si intensifichi nel corso di questi mesi. E’ l’unico modo, peraltro, per seguire da vicino gli sviluppi della partita pensionistica e per tallonare il Governo che, all’interno del DEF, ha previsto 21 “collegati” alla legge di bilancio 2024, tra i quali anche un provvedimento dedicato a non meglio precisati “interventi in materia di disciplina pensionistica”.

Su questo, come Parti sociali dovremo esercitare il massimo di pressione e possibilmente in forma unitaria, anche guardando con occhio attento a quello che avviene a poche centinaia di chilometri di distanza da noi, in Francia, dove quel popolo sta lottando fortemente contro la riforma delle pensioni varata da Macron che eleverà, dal 1 gennaio 2024, da 62 a 64 anni l’età di collocamento in pensione dei lavoratori francesi, mentre da noi è dal lontano 2011 (riforma Fornero) che per andare in pensione ai lavoratori italiani servono ben 67 anni d’età!

 

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