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L’ inverno demografico sul mercato del lavoro

Non ci voleva molto a capire che l’Italia era incamminata sulla via dell’inverno demografico: ecco perché

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Tra le grandi emergenze del Paese ve ne è una che da alcuni anni ha conquistato il suo ‘’posto al sole’’, nel senso che è divenuta evidente, tanto che solleva preoccupazioni non solo tra gli addetti al settore (nel nostro caso i demografi, gli statistici e gli attuari), induce i governi ad assumere dei provvedimenti, ma che è irrisolvibile (ammesso e non concesso che la situazione non sia già compromessa) se non nell’arco di parecchi decenni e di molte generazioni.

A questa emergenza è stata dato un nome, come ai tifoni che devastano periodicamente il Golfo del Messico (e dintorni): si chiama inverno demografico, e sta a indicare un inesorabile declino della popolazione residente nel Bel Paese, stretta nella morsa dell’invecchiamento e della denatalità.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, nell’arco di una generazione si è passati dal picco storico di 1,1 milioni di nati del 1964 ai 398mila del 2021 (un dato che in passato era la conseguenza di eventi tragici come una guerra o un’epidemia). Ovviamente questi processi non sono determinati da un crollo improvviso ma da una lunga emorragia che si aggrava anno dopo anno, per effetto di un declino progressivo: quando le generazioni (al netto di altri fattori culturali, economici e sociali) si riducono di numero innestano una filiera che produrrà un ulteriore declino in quelle successive.

La presenza di un numero decrescente di padri e di madri (in età feconda) porta con sé l’inevitabile conseguenza della riduzione del numero dei figli, in una sequenza che viene trascinata al ribasso man mano che si succedono le coorti. La demografia è quasi una scienza esatta perché ragiona su dati certi, perché già avvenuti (le nascite) e su variabili generalmente prevedibili (salvo casi eccezionali). Non ci voleva molto a capire che l’Italia era incamminata sulla via del declino. Anche la politica se ne rendeva conto. Ricordo che all’inizio degli anni ’90, nel mio ruolo di sindacalista, mi capitò di confrontarmi con Carlo Donat Cattin, allora ministro del Lavoro, sulla questione delle pensioni durante una legislatura nella quale tutti i titolari di quel Dicastero si erano cimentati (inutilmente) con tentativi di riforma che non solo non arrivarono in porto ma non riuscirono neppure a entrare e a uscire dal Consiglio di ministri. Donat Cattin mise sul tappeto la questione demografica evocando scenari foschi in un futuro non lontano. Ma anche lui venne indotto dalla politica a destinare ingenti risorse ai trattamenti vigenti, col pretesto delle c.d. pensioni d’annata, ovvero mettendo riparo ex post a modifiche normative che nel tempo avevano penalizzato le pensioni.

Le riforme del sistema iniziarono nel 1992 ad opera del governo Amato; poi continuarono annoverando riordini di carattere strutturale e marce indietro, ma quasi sempre salvaguardando le generazioni prossime alla pensione a scapito di quelle future. In sostanza le coorti del baby boom hanno potuto mettere in sinergia con norme che (sia pure con modifiche) favorivano il pensionamento anticipato senza penalizzazioni con trend demografici favorevoli, lunghi periodi occupazione precoce, stabile e continuativa, l’allungamento dell’attesa di vita in ragione di un anno ogni dieci.

E qui sta l’ingorgo che i sindacati si rifiutano di vedere: nei prossimi anni aumenterà il numero dei pensionati classificabili come anziani/giovani mentre diminuirà – perché non sono nati in misura adeguata – i contribuenti in un sistema di finanziamento a ripartizione. Tutto ciò al netto di tanti altri motivi come le condizioni occupazionale ed economiche delle generazioni che entreranno nel mercato del lavoro.

Non ci vorrebbe molto a capire quali conseguenze determinerà l’intrecciarsi di questi processi: denatalità, invecchiamento, aumento dell’attesa di vita e prevalenza del pensionamento anticipato che viene salvaguardato – sia pure in modo pasticciato e contradditorio – anche dalle prima legge di bilancio del governo Meloni.

La tabella che viene pubblicata di seguito aiuta a capire con un sol colpo d’occhio quali effetti sono previsti sul versante del mercato del lavoro. Nelle coorti centrali comprese tra i 20 e i 65 anni alla fine del decennio verranno a mancare 1,8 milioni di persone che dieci anni dopo, nel 2040, diverranno 5,7 milioni, che non potranno essere rimpiazzati dalle coorti che seguono, anche loro in un trend di diminuzione. Si tenga presente che si tratta di popolazione residente: il che significa che vi sono inclusi anche flussi di lavoratori stranieri. È però dal 2014 che l’apporto degli immigrati non è più in grado di compensare il saldo negativo degli italiani.

È poi opportuno notare la tipizzazione del calo demografico. Nel 2040 – un traguardo vicino – la popolazione residente è in diminuzione del 4,8% rispetto al 2021. Se andiamo oltre i dati sono clamorosi. Il ‘’buco’’ è situato proprio in quelle coorti che sono centrali nel mercato del lavoro. Più in generale, non è rassicurante osservare che nel 2050 i giovanissimi (da 0 a 14 anni) saranno sorpassati addirittura dagli ultra ottantenni. Già nel 2040 i residenti che – secondo le regole vigenti e quelle che hanno in mente tanti presunti riformatori – saranno in area di pensionamento o di pensioni (dai 65 anni in su) ammonteranno a più di 18 milioni, a cui vanno aggiunti i 6 milioni degli under 14 anni. Non male per una popolazione complessiva di 56 milioni.

Fonte: Startmag.it

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