HomeInternational Banking News

Aumenteranno sempre di più le guerre per l’ acqua

Il controllo delle risorse idriche è stato da sempre motivo di conflitti e la progressiva mancanza d'acqua dolce disponibile causerà un aumento delle guerre per l'acqua, costringendo milioni di persone a lasciare la propria casa. continua su: https://www.geopop.it/le-guerre-per-lacqua-aumentano-i-conflitti-per-il-controllo-delloro-blu-nel-mondo

Aumenteranno sempre di più le guerre per l’ acqua

L’acqua è senza dubbio la risorsa più importante del nostro pianeta, ma è disponibile in quantità limitata e non è facilmente reperibile dappertutto…

Digitale: è uno strumento di inclusione e crescita per le PMI
Idrogeno: crescita, investimenti e prospettive future. Una ricerca di Intesa Sanpaolo
Blockchain: in 5 anni boom del mercato

L’acqua è senza dubbio la risorsa più importante del nostro pianeta, ma è disponibile in quantità limitata e non è facilmente reperibile dappertutto… Il controllo delle risorse idriche è una questione estremamente delicata e nel corso della storia numerosi conflitti sono nati proprio a causa dell’acqua.

Purtroppo, anche nel prossimo futuro la questione dell’acqua dolce continuerà ad alimentare tensioni e guerre in diverse regioni del mondo, in cui la già precaria condizione delle risorse idriche si aggraverà ulteriormente a causa dell’aumento della popolazione e dei prolungati periodi di siccità causati dal cambiamento climatico.

I conflitti legati all’acqua dolce
L’acqua dolce costituisce meno del 3% dell’acqua presente sul nostro pianeta e la maggior parte di questa percentuale si trova congelata nelle calotte dell’Artide e dell’Antartide. Inoltre la sua disponibilità varia molto da continente a continente, e anche all’interno degli stessi la distribuzione delle falde, dei laghi e dei corsi d’acqua non è omogenea.

Come tutte le risorse di una certa importanza, e in questo caso parliamo della più importante, l’acqua è stata oggetto di contesa tra popoli e nazioni in oltre un migliaio di casi documentati, dalle civiltà del lontano passato fino ai giorni nostri.

Un esempio di conflitto che coinvolge l’acqua: il Darfur

Molti conflitti nascono in aree già problematiche, in cui i tentativi di appropriazione delle risorse si sommano ad altri fattori geopolitici. È il caso della storica regione del Darfur, in Sudan, che si sviluppa tra l’arido deserto del Sahara, a nord, e la più fertile savana, a sud.

Da oltre venti anni tutta questa regione è teatro di sanguinosi conflitti di origine etnica e politica, ma la progressiva desertificazione dell’area, dovuta alla prolunga siccità, ha inasprito controversie da cui sono nati molteplici episodi di violenza collegati alla gestione delle risorse idriche tra agricoltori e pastori nomadi.

Le forti tensioni dell’area continuano ancora oggi e hanno causato la morte di decine di migliaia di persone e un numero incalcolabile di profughi e sfollati. Da diversi anni, una diminuzione del 15-20% della quantità di precipitazioni sta portando al graduale avanzamento del deserto del Sahara verso sud, riducendo sempre di più la superficie di terra produttiva, disponibile per attività agricole e zootecniche.

Il caso del Darfur è una palese dimostrazione di come il cambiamento climatico possa influenzare controversie già esistenti, generando al tempo stesso crisi umanitarie ed ecologiche.

L’uso dell’acqua come arma nei conflitti

In altri casi, l’acqua non è stata il motivo scatenante del conflitto, ma più che altro uno strumento di risoluzione, o per meglio dire, un’arma.

Tra i casi più recenti e famosi vi è la distruzione di una fabbrica di forniture per il Grande fiume artificiale, un acquedotto sotterraneo libico, che trasporta l’acqua dalle profondità del deserto del Sahara alle città costiere.

Nel 2011, le forze della NATO, che affiancavano le milizie anti-Gheddafi, bombardarono un impianto per la fabbricazione delle tubature di questo acquedotto, perché sospettavano servisse per lo stoccaggio di attrezzature militari.

Benché le indagini e i report internazionali non siano riusciti a fare del tutto chiarezza sulle cause e sulle ripercussioni di questo episodio, è innegabile che la grave crisi idrica innescata dal danneggiamento delle infrastrutture idriche durante le guerre civili libiche abbia messo a serio rischio l’approvvigionamento dell’acqua dolce di più della metà della popolazione della Libia.

In questo modo l’acqua è diventata uno strumento per esercitare una forte pressione sociale: la popolazione libica infatti, non solo è stata privata dell’accesso all’acqua, ma è stata resa in parte dipendente dalle forniture estere, anch’esse in grado di diventare una potenziale forma di controllo.

La Water Conflict Chronology

Negli ultimi venti anni, i conflitti in cui in qualche modo è stata coinvolta l’acqua sono stati più di un migliaio, localizzati in tutto il mondo, soprattutto in Asia e in Africa.
Il Pacific Institute ha realizzato una mappa interattiva: la Water Conflict Chronology, cioè un elenco dei quasi 1 300 conflitti documentati fin dall’antichità e collegati all’acqua; a partire da quello tra le città-stato sumere di Lagash e Umma, nell’attuale Iraq, avvenuto nel 2 500 a.C.

La mappa della Water Conflict Chronology realizzata dal Pacific Institute.

I conflitti collegati all’acqua sono destinati ad aumentare nei prossimi anni. L’incremento della popolazione mondiale, la crescente necessità di acqua per il massiccio fabbisogno energetico delle società moderne e la siccità e la desertificazione causate dai cambiamenti climatici determineranno una sempre maggiore pressione sulle risorse idriche che sfocerà inevitabilmente in atti di violenza.

Un esempio può esserci fornito dalla recente costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, una grande e moderna diga edificata sul Nilo Azzurro in territorio Etiope. La realizzazione di questa diga ha suscitato una certa inquietudine tra le alte sfere del governo egiziano, preoccupate di una riduzione dell’afflusso idrico nel proprio territorio, con conseguenti affetti sulla disponibilità energetica, sull’industria e sull’agricoltura.

Le tensioni, per il momento esercitate solo a livello diplomatico, sono sfociate in pesanti minacce, di sabotaggio e demolizione della diga, che hanno richiesto l’intervento di intermediari internazionali.

Ad aggravare la situazione dell’accesso alle risorse idriche si aggiunge oggi anche il fenomeno del water grabbing, cioè l’appropriazione forzata di acqua, per esempio per la realizzazione di coltivazioni private destinate al mercato, a scapito delle comunità locali e, ovviamente, degli ecosistemi naturali.

I rifugiati climatici

Secondo un report delle Nazioni Unite, entro il 2025 due terzi della popolazione mondiale vivrà in zone soggette a carenza di acqua, ed entro il 2030 oltre 700 milioni di persone in tutto il Pianeta saranno a rischio sfollamento a causa della mancanza di acqua dolce nel territorio in cui vivono.

I migranti che scelgono di spostarsi in risposta al peggioramento delle condizioni climatiche e al deterioramento di quelle ambientali del luogo in cui vivono vengono definiti rifugiati climatici. I rifugiati climatici provengono soprattutto dai Paesi meno sviluppati dal punto di vista economico, ma non godono veramente dello status di rifugiato, in quanto la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati non considera l’ambiente come una causa di persecuzione.

Nonostante la burocrazia sia lenta a muoversi in questo senso, i rifugiati climatici, termine tra l’altro ancora non considerato ufficiale, riescono comunque a godere di alcune forme di protezione riconosciute dalla comunità internazionale.

Avere cura della poca acqua dolce di cui disponiamo è oggi più importante che mai e nell’immediato futuro non sarà necessario solo proteggere le riserve idriche ma anche imparare a valorizzarle e a condividerle.

Fonte: Geopop.it

Commenti