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Startup innovative impossibili senza un sito

Startup innovative impossibili senza un sito

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Team working at a start up

Secondo il report di Instilla, meno del 30% delle startup innovative ha un sito mobile friendly. Che senso ha parlare d’innovazione in queste condizioni?

Il concetto di startup è ormai radicato nell’economia italiana. La ricerca di un lavoro nuovo, assieme alla presenza di fondi d’investimento a caccia di talenti e di premi di grandi aziende che cercano le idee, ha favorito la nascita di molte piccole aziende formate da Under-30 desiderosi di dimostrare la propria bravura e veder realizzarsi i propri sogni. Molte startup basano la propria attività su strumenti tecnologici avanzati, ma uno studio pubblicato da una di loro mette un dubbio sulla loro effettiva efficacia su internet. Ne ha già parlato Sara Moraca qui su Wired, ma è interessante vedere qualche dettaglio in più.

In breve, gli autori del report di Instilla hanno fatto le pulci alle aziende iscritte al Registro delle Camere di Commercio al 31 dicembre 2015, tra quelle registrate come startup innovative. L’innovazione dovrebbe procedere di pari passo a una forte presenza nella rete e invece si è scoperto che meno del 60% ha dichiarato di avere un sito e solo il 42% del totale ha un sito funzionante; addirittura meno del 30% delle startup ha un sito che abbia passato il Google Mobile Friendly Test.

«Mi risulta difficile immaginare che una startup possa essere così poco innovativa da non avere nemmeno un sito internetspiegava a Linkiesta Filippo Bernasconi, uno dei soci di Instilla –.Sicuramente il numero di startup formalmente registrate non è un buon dato per misurare il grado di innovazione delle nostre imprese. Non sappiamo se effettivamente le startup siano così poco innovative, o semplicemente se società che non sono affatto startup si fregino di questo titolo per ottenere dei benefici».

La facilità con cui oggi si sceglie un hosting (prendete i sistemi di comparazione e valutazione come hostingfacts.com) o si crea un sito (ne parlavo pochi giorni fa) fa sorridere se si pensa a quanto risulta dal report di Instilla. Se una startup è innovativa non può solo pensare di esserlo a parole: bisogna anche dimostrarlo con i fatti e senza una reputazione sul web (anche di questo ho parlato a gennaio) manca un piede a un tavolo che nel regno del Web 2.0 è sbilenco. Il dubbio che possano esserci anche normalissime Pmi nascoste tra le startup innovative sorge, ma sarebbe una sconfitta prima di tutto del sistema che regola l’accesso all’apposito registroe dunque alle agevolazioni.

Comunque fare lo “startupper” non è cosa da poco. Lo spiegava benissimo il mio amico Antonio Leo sul QdS: «Si tratta di un percorso che richiede pazienza, coraggio e dedizione. Per entrare, per esempio, nella web economy non basta creare un sito per aver successo, specialmente quando la Rete ti mette in competizione con uno scenario che supera i confini nazionali per abbracciare l’intero pianeta. Per avviare una startup servono i giusti contatti con gli investitori, i partner e i clienti. Bisogna avere competenze e organizzare un team di persone esperte nei campi chiave del progetto». Infine, sarà il mercato a dire chi ha ragione.

fonte Wired

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