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Per l’euro digitale la tecnologia esiste e non è blockchain. Il progetto del Mit di Boston

L'Istituto d'eccellenza del Massachusets sta lavorando ad un sistema alternativo alla Blockchain veloce, sicuro, ma con un costo, economico e ambientale, meno elevato.

Per l’euro digitale la tecnologia esiste e non è blockchain. Il progetto del Mit di Boston

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Si è molto parlato nell’ultimo periodo di Euro Digitale, o in generale di Central Bank Digital Currency (CBDC) una moneta digitale emessa direttamente da una Banca Centrale, utilizzabile per pagamenti diretti fra utenti (peer to peer payment). L’Euro Digitale sarebbe come le banconote, ma in forma digitale, e affiancherebbe il contante senza sostituirlo. Un euro digitale sarebbe uno strumento rapido, semplice e sicuro per i pagamenti quotidiani.

Se pare chiaro il vantaggio di avere un Euro Digitale, molto è ancora in discussione su quale tecnologia utilizzare per permettere l’uso di questa moneta elettronica, dato che il numero di pagamenti che potrebbero essere processati potrebbe essere molto elevato (basti pensare che nell’Eurozona ci sono circa 340 milioni di abitanti).

Seppure l’idea di pagamenti diretti fra cittadini strizzi l’occhio alla Blockchain, come quella di Bitcoin, appare subito evidente che questa tecnologia non potrebbe mai essere utilizzata, almeno nella forma attuale. La blockchain di Bitcoin è al momento in grado di registrare un numero di transazioni pari allo 0.2% di quelle di Visa, usando un quantitativo di energia pari al fabbisogno della Finlandia: poche transazioni, ad un costo (anche ambientale) elevato.

Per questo sono allo studio tecnologie alternative, in grado di permettere la registrazione di una notevole quantità di pagamenti senza il bisogno di introdurre intermediari, come ad esempio oggi succede col sistema bancario: se invio un ammontare di denaro via bonifico ad una persona, la banca (o le banche, nel caso di istituti bancari differenti) agisce come intermediario per processare il pagamento e ne ricava una commissione.

Una soluzione è allo studio dal MIT di Boston, col progetto Hamilton. Questo progetto intende sviluppare una tecnologia adeguata per l’introduzione di CBDC, risolvendo i principali problemi, quali la capacità di processare un elevato numero di transazioni, la velocità nel processarle, e la sicurezza e la privacy degli utilizzatori. Il sistema proposto non si basa su una tecnologia blockchain, anche se presenta diverse similitudini. Questo perché, come detto, al momento le tecnologie blockchain sviluppate non sono in grado di soddisfare alcune necessità per un’efficace implementazione di una CBDC, quali la capacità di scalare, cioè di processare un elevato numero di transazioni.

Il sistema proposto è un sistema di elaborazione delle transazioni modulare ed estensibile, implementato in due architetture distinte: la prima utilizza un singolo server che processa le transazioni in maniera lineare, una dopo l’altra; la seconda processa le transazioni in parallelo su più macchine, senza però creare una cronologia unica e ordinata di tutte le transazioni. Appare chiaro come entrambe le soluzioni siano distanti dall’approccio DLT (distributed ledger technology) a cui il mondo blockchain appartiene: da una parte abbiamo un singolo validatore, dall’altra più validatori, ma senza la creazione di un’unica storia delle transazioni, quale è ad esempio la blockchain.

Il sistema elabora i pagamenti degli utenti che si autenticano tramite firma crittografica digitale memorizzata nei loro portafogli digitali (wallet), esattamente come nel caso di molte criptovalute, come ad esempio il Bitcoin. Una componente importante del progetto Hamilton è però la velocità: i test effettuati sull’architettura che esegue le transazioni in parallelo mostrano una capacità di processare 1,7 milioni di transazioni al secondo con meno di un secondo di attesa per il 99% delle transazioni, meno di 0,5 secondi per circa il 50%.

Il sistema è anche sicuro in quanto non permette il fenomeno del “double spending”, cioè del cercare di spendere due volte del denaro virtuale in due transazioni praticamente contemporanee, anche nel caso di transazioni processate in parallelo.  Ogni transazione è definitiva una volta accettata e non può essere annullata. Inoltre gli identificativi (ID) delle transazioni non si ripetono mai, quindi le firme elettroniche non possono essere riutilizzate una volta che la transazione è stata accettata poiché la modifica di qualsiasi aspetto degli input o output di una transazione cambierà l’ID transazione, risultando in una firma non valida: questo assicura che nessuno possa usare la nostra firma digitale apposta ad una vecchia transazione per creare una diversa transazione a nostra insaputa, attingendo così denaro dal nostro wallet.

Per quanto riguarda la privacy, per processare le transazioni non c’è necessità di memorizzare saldi o informazioni sul conto o wallet dell’utente, sebbene i nodi che processano le transazioni debbano vedere (ma non devono conservare) parti di queste informazioni per convalidare una transazione. È però allo studio l’idea di usare tecniche crittografiche di preservazione della privacy, quali la Zero Knowledge Proof.

Il progetto Hamilton mostra quindi che una soluzione per implementare una CBDC su larga scala esiste. Non è detto che questa tecnologia sarà quella usata per l’Euro Digitale, o per il Dollaro Digitale, altre tecnologie sono allo studio, o in fase di test già avanzati. Ma appare chiaro che la strada per risolvere i problemi tecnologici legati all’introduzione di una CBDC si sta dissodando accorciando i tempi per la sua realizzazione.

Fonte: Huffpost.it

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